Un originale “family planning”

di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
5.

Recentemente l’illustre economista danese Bjorn Lomborg, la cui opera presenta spunti di estremo interesse, ha lamentato che le risorse impiegate dalle nazioni per lo sviluppo in troppo scarsa misura sono indirizzate ad obiettivi realmente vantaggiosi nel calcolo costi-benefici – vedi: https://www.channelnewsasia.com/news/commentary/united-nations-sustainable-development-goals-billions-spent-11133952?mc_cid=9253d51667&mc_eid=da49bfc3f6. Tra questi obiettivi Lomborg annovera in primo luogo il sano nutrimento dei bambini – il quale, tra l’altro, favorendo lo sviluppo fisico e cerebrale, consentirebbe una più lunga e più fruttuosa frequenza scolastica e quindi la formazione di membri più produttivi nella società – e l’accesso al “family planning”.
Come sempre la lettura degli articoli dell’economista danese è interessante e stimolante. Ci si potrebbe, tuttavia, domandare se non sarebbe opportuno definire meglio cosa si intenda per “formazione scolastica” e per “family planning”. Abbiamo già visto quale sfiducia mostrasse San Benedetto per la scuola del mondo – che da allora non è certamente cambiata, se non forse in peggio – tanto da decidersi a crearne un’altra alternativa, e cosa si intenda generalmente con l’espressione “accesso al family planning” lo sappiamo bene: precoce informazione sulla contraccezione e l’aborto.
Possiamo, dunque, essere d’accordo con l’illustre economista sulla validità degli obiettivi proposti come primari – buona nutrizione e formazione scolastica dei bambini e “family planning” – ma a condizione che alle dizioni “formazione scolastica” e “family planning” si dia un senso del tutto diverso da quello più diffuso, e certamente anche da lui adotatto.
Sulla formazione scolastica abbiamo già detto qualcosa, e presto ritorneremo sull’argomento. Ora aggiungiamo che la comune traduzione di “family planning” con “pianificazione familiare” non è corretta. Il verbo “to plan” in inglese più che “pianificare” significa “progettare”, e si usa in particolare in relazione ai progetti architettonici. Dunque “family planning” corrisponde esattamente a quella “architettura della home” che è al centro dei nostri discorsi – e, con buona pace di Lomborg e della pubblicistica più diffusa, ha ben poco a che fare con la semplice regolamentazione delle nascite!
Se quanto ho osservato è giusto, pensate voi quale missione di enorme rilevanza sociale avrebbero le madri che intendessero realizzare e diffondere una rinnovata “formazione scolastica” e un rivoluzionario “family planning”, ambedue ricreati alla luce della Regola di San Benedetto? Si tratterebbe nientemeno che di mettere a fuoco nel modo più fruttuoso i principali obiettivi dell’economia mondiale!
Nella prospettiva di San Benedetto la formazione scolastica e l’“architettura della home” convergono in un unico progetto. Se, infatti, la nuova scuola deve insegnare per prima cosa le virtù che si vivono in comune attraverso la pratica quotidiana, il vero ambiente in cui esse si imparano è la stessa “home”. E, d’altra parte, come abbiamo visto, per poter ordinare i “mattoncini” della “home” in modo che essi seguano volontariamente il “progetto architettonico” a comune vantaggio, bisogna che gli stessi passino attraverso un’efficace “scuola del servizio divino”, o, se si preferisce, un’efficace “scuola di felice vita familiare”.
Ma – si obietterà – come noi, povere sprovvedute che, dopo un così lungo esilio, vogliamo rientrare nella nostra “domus”, potremmo inventarci da zero nientemeno che un rivoluzionario “family planning” che rigeneri l’economia mondiale?
La risposta è che in realtà non partite da zero! Le “scuole del servizio divino” già esistono da secoli e si tratta solo di andarle a riscoprire. Per quanto, infatti, i discepoli di San Benedetto, come oggi più o meno tutti, siano in crisi, tuttavia ci sono ancora, sparsi per l’Italia e per il mondo. E, inoltre, essi stanno riscoprendo la parzialmente nuova missione di necessario sostegno alle famiglie che intendono riprendere in mano il proprio “planning”. Siamo ancora agli inizi, inizi se vogliamo difficili e incerti, ma anche promettenti. E che le promesse siano mantenute può dipendere anche da una vostra collaborazione, come presto vedremo.
Ma facciamo un passo per volta.
Abbiamo detto che il primo insegnamento della scuola di San Benedetto riguarda le virtù necessarie per una felice vita comune e che esse si apprendono, come tutte le virtù, non tanto con la teoria, quanto con la pratica e l’esperienza di tutti i giorni. Vedremo in seguito che la scuola di San Benedetto non si limita a questa necessaria base, ma si estende a ben altro, oltre quanto si possa immaginare. Per il momento, tuttavia, concentriamoci soprattutto sull’acquisizione delle virtù a cui abbiamo accennato.
E qui vorrei fare una prima proposta pratica, scaturita da esperienze già fatte in qualche monastero.
Chi ha bisogno di questa scuola? I “mattoncini”, senza dubbio, e quindi i figli. Ma forse anche un po’ gli “architetti”!
Che ne direste, dunque, di una residenza di qualche giorno, come ospiti, un gruppo di bambine e ragazze con almeno una madre in un monastero femminile e un gruppo di bambini e ragazzi con almeno un padre in un monastero maschile? Tutto questo, ovviamente, non a fine “vocazionale”, ma per imparare, nella pratica quaotidiana, ad impostare e ordinare la propria vita secondo gli insegnamenti di San Benedetto – e anche per gustarne tutta la bellezza, di cui nessuno ci aveva mai parlato.
E come si articolerebbero queste giornate speciali? La mattina ci sia alza presto, senza scuse dei sonnolenti, e per prima cosa si partecipa alla preghiera comune, cioè alla Lodi mattutine e alla messa. Poi ci si dedica al lavoro, in spirito di servizio e di collaborazione ripettosa. I lavori che servono al mantenimento della casa di famiglia sono tutti nobili, senza eccezione, e devono essere eseguiti da ciascuno. Sono abolite pigrizia, sgarbi, rifiuti e linguaggi aggressivi. I cellulari e gli altri mezzi di comunicazione sono messi da parte per essere usati soltanto nei momenti di ricreazione e nella giusta misura. Tutti devono essere pronti per il pranzo e devono essere presenti al momento della preghiera iniziale. Durante il pranzo sono proibiti la visione di spettacoli teleisivi, l’uso di mezzi elettronici e la lettura privata di giornali e riviste. Si dialoga a bassa voce e con educazione e ci si serve con umiltà e carità. Tutti collaborano al riordino delle stoviglie dopo il pranzo. Nel pomeriggio, dopo un po’ di riposo, ci si dedica, sotto la guida di una membro esperto della comunità monastica, a scoprire le belle cose che offre la letteratura, l’arte e la musica di tutti i tempi, mentre ogni pubblicazione o spettacolo immorale o deteriore sono banditi. Ci si esercita anche nel canto, per la chiesa e per la vita familiare, e in tutto ciò che serve ad animare con efficacia la liturgia. Si partecipa, con la comunità, alla preghiera dei vespri. Dopo la cena – in cui si seguono le stesse norme stabilite per il pranzo – e dopo la ricreazione, si partecipa alla preghiera conclusiva della giornata. Fa parte di questa preghiera anche un esame di coscienza, nel quale ognuno, se vuole, può riconoscere ad alta voce le mancanze che ha fatto durante il giorno contro le norme stabilite nella convivenza – ad esempio mancanze nel linguaggio, nella disponibilità al lavoro, nello spirito di servizio etc. Dopo l’ultima preghiera tutti si ritirano in silenzio per il riposo notturno.
Ottima scuola – vero? – dalla quale molti insegnamenti si possono trasferire nella vita quotidiana familiare. Ma – si chiederà – e dove lo troviamo il monastro che ci ospita? Bisogna cercarlo! Di femminili ce ne sono tanti, non necessariamente benedettini. Di maschili meno. Ma bisogna ingegnarsi: fare amicizia con il superiore o la superiora e, a tempo e modo opportuno, fare la proposta e spiegarne i motivi. Che ne dite? Pensate che accetterà?

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