Un teologo reazionario

Dalla Costituzione Lumen Gentium del Concilio Ecumenico Vaticano II (n. 22):
Come san Pietro e gli altri apostoli costituiscono, per volontà del Signore, un unico collegio apostolico, similmente il romano Pontefice, successore di Pietro, e i vescovi, successori degli apostoli, sono uniti tra loro (…)
Il collegio o corpo episcopale non ha però autorità, se non lo si concepisce unito al Pontefice romano, successore di Pietro, quale suo capo, e senza pregiudizio per la sua potestà di primato su tutti, sia pastori che fedeli. Infatti il romano Pontefice, in forza del suo Ufficio, cioè di Vicario di Cristo e Pastore di tutta la Chiesa, ha su questa una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente. D’altra parte, l’ordine dei vescovi, il quale succede al collegio degli apostoli nel magistero e nel governo pastorale, anzi, nel quale si perpetua il corpo apostolico, è anch’esso insieme col suo capo il romano Pontefice, e mai senza questo capo, il soggetto di una suprema e piena potestà su tutta la Chiesa sebbene tale potestà non possa essere esercitata se non col consenso del romano Pontefice. Il Signore ha posto solo Simone come pietra e clavigero della Chiesa (cfr. Mt 16,18-19), e lo ha costituito pastore di tutto il suo gregge (cfr. Gv 21,15 ss); ma l’ufficio di legare e di sciogliere, che è stato dato a Pietro (cfr. Mt 16,19), è noto essere stato pure concesso al collegio degli apostoli, congiunto col suo capo (cfr. Mt 18,18; 28,16-20). Questo collegio, in quanto composto da molti, esprime la varietà e l’universalità del popolo di Dio; in quanto poi è raccolto sotto un solo capo, significa l’unità del gregge di Cristo. In esso i vescovi, rispettando fedelmente il primato e la preminenza del loro capo, esercitano la propria potestà per il bene dei loro fedeli, anzi di tutta la Chiesa, mente lo Spirito Santo costantemente consolida la sua struttura organica e la sua concordia. La suprema potestà che questo collegio possiede su tutta la Chiesa, è esercitata in modo solenne nel Concilio ecumenico. Mai può esserci Concilio ecumenico, che come tale non sia confermato o almeno accettato dal successore di Pietro; ed è prerogativa del romano Pontefice convocare questi Concili, presiederli e confermarli. La stessa potestà collegiale insieme col papa può essere esercitata dai vescovi sparsi per il mondo, purché il capo del collegio li chiami ad agire collegialmente, o almeno approvi o liberamente accetti l’azione congiunta dei vescovi dispersi, così da risultare un vero atto collegiale.

«Il Concilio ha decretato, dopo un focoso dibattito e contro la tenace opposizione curiale, la collegialità dei papi e dei vescovi, in analogia alla storia degli apostoli: lo stesso Pietro non agiva al di fuori del collegio degli apostoli. Ma nel periodo post-conciliare il papa e la curia hanno ignorato questa fondamentale decisione conciliare. Fin da quando, a soli due anni dal Concilio e senza alcuna consultazione con l’episcopato, Paolo VI promulgò un’enciclica in difesa della discussa legge sul celibato, la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale».
Queste parole, tratte dalla lettera aperta di Hans Küng pubblicata il 15 aprile 2010 su La Repubblica, confrontate con il testo sopra riportato del Concilio Vaticano II dimostrano in modo inconfutabile come il teologo svizzero, al fine di imporre come verità indiscussa il proprio pensiero, non arretri dinanzi a nulla, neanche alla più sfacciata falsificazione della verità. Infatti, come si può leggere nel testo conciliare riportato, il Concilio non ha affatto «decretato la collegialità dei papi e dei vescovi», ma ha ribadito espressamente, in conformità con tutta la tradizione della Chiesa, che «il romano Pontefice« ha sulla Chiesa «una potestà piena, suprema e universale, che può sempre esercitare liberamente». Dunque quando Paolo VI, «senza alcuna consultazione con l’episcopato, promulgò un’enciclica indifesa della discussa legge sul celibato», non fece altro che esercitare il diritto che la tradizione ha sempre riconosciuto ai romani pontefici e che il Concilio ha esplicitamente e solennemente ribadito, ed è pertanto falso affermare che «la politica e il magistero pontificio ripresero a funzionare secondo il vecchio stile non collegiale».
Ci vorrebbe un volume intero per elencare tutte le falsità e tutti i sofismi contenuti nella lettera di Hans Küng, e non ne vale neanche la pena: Ab uno disce omnes. Ciò che invece è forse più importante sottolineare, è la vanità della sua pretesa di proporre, con le sue ricette, un efficace rimedio ai mali del nostro tempo.
Prima di indicare la terapia il medico deve dimostrare di aver fatto una giusta diagnosi. E’ proprio questo che, di là da ogni discorso intraecclesiale sulla sua ortodossia, va contestato a Küng: il nostro tempo va capito, e per far questo si richiede ben altra serietà e profondità di sguardo di quella che è in grado di offrirci il teologo svizzero. Se la Chiesa deve promuovere il vero bene dell’umanità, non può farlo semplicemente adeguandosi ai desideri e alle tendenze più diffuse tra gli uomini di oggi – come un genitore non farebbe il suo dovere cedendo a tutti i capricci del suo bambino. Nel loro proprio interesse, i laici seri dovrebbero desiderare una Chiesa coerente con la sua missione educatrice, e non una Chiesa guidata da falsi profeti, come quelli denunciati da Geremia nell’Antico Testamento, che parlavano senza essere inviati da Dio e, invece di curare le ferite del suo popolo, lo adulavano dicendo: «Bene, bene», mentre non vi era alcun bene.
Fino a oltre la metà del secolo scorso, i più meditativi tra i laici hanno visto incombere una nuova barbarie sul mondo, favorita da una cultura che abbandonava la sua missione critica nei confronti del degrado del costume e del pensiero. Ancora nei maggiori rappresentanti storici della Scuola di Francoforte si possono cogliere luminosi esempi di questa opposizione al corso del mondo, come quando Max Horkeimer prese, almeno in parte, le difese di Paolo VI, osservando che «noi dobbiamo pagare la pillola con la morte dell’amore erotico» e che «la pillola trasforma Giulietta e Romeo in un pezzo da museo».
E non si mostrava certamente un modernista fanatico, pur nel suo storicismo, Benedetto Croce quando scriveva:
«La fine della civiltà, di cui si discorre, della civiltà in universale, è non l’elevamento ma la rottura della tradizione, l’instaurazione della barbarie, ed ha luogo quando gli spiriti inferiori e barbarici, che, pur tenuti a freno, sono in ogni società civile, riprendono vigore e, in ultimo, preponderanza e signoria. Allora questi, incapaci di risolvere in sé innalzandola a maggiore e migliore potenza la esistente civiltà, la scalzano, e non solo soverchiano e opprimono gli uomini che la rappresentano, ma si volgono a disfare le opere che erano a loro strumenti di altre opere, e distruggono monumenti di bellezza, sistemi di pensieri, tutte le testimonianze del nobile passato, chiudendo scuole, disperdendo o bruciando musei e biblioteche e archivi, e facendo altre simili cose, come si è visto e si vede, o che questo accada per ignoranza e incuria, o per allegro spirito di distruzione, o per meditato proposito».
Forse con incoerenza, ma certamente con felice incoerenza, Benedetto Croce non traeva dal suo storicismo la conseguenza, così comune tra tanti moderni teologi, che ciò che era vero e santo ieri non lo è più oggi – è questo il sofisma che permette a Küng di pretendere, in forza del principio che il «Concilio Ecumenico (…) rappresenta, in base al diritto canonico, l’autorità suprema della Chiesa cattolica», che il Vaticano II possa aver annullato quanto era stato solennemente definito dal Vaticano I – se poteva scrivere:
«E la nostra angoscia per la fine delle cose belle e dei monumenti del vero e dei forti e savi ordinamenti e costumi di vita, non è diversa da quella della perdita delle persone a noi care, che hanno ceduto al fato comune, e tuttavia noi irragionevolmente ci ribelliamo protestando contro questo fato, e con ciò unicamente attestiamo l’amore che per loro avevamo e che serbiamo oltre la morte e che come tale è forza sempre in noi beneficamente operosa».
Ma negli ultimi decenni sembra che un’ombra sinistra abbia oscurato le menti e i cuori degli uomini, rendendoli insensibili al vero senso della tragedia che sta avvenendo sotto i nostri occhi. Che ciò non possa durare è, in fondo, il desiderio di molti. Ma se vogliamo scorgere dei segni sensibili di risveglio da questo sonno di morte, non dobbiamo andare a cercarli in un vecchio nostalgico del ’68 come Küng, bensì in tanti giovani che non sanno nulla del Catechismo Olandese o della teoria della transfinalizzazione, e che con amabile semplicità vanno riscoprendo la bellezza della tradizione cattolica, di là dai miti della società del benessere.
Vedendo questa nuova gioventù, allora i vecchi teologi si imbestialiscono e l’apostrofano definendola reazionaria e cercando di tenere stretta tra i pochi denti che ancora rimangono loro l’esclusiva inalienabile della giovinezza e della modernità.
Sono loro i reazionari e i nemici della giovinezza, di quella giovinezza eterna e sempre rinascente che, dopo tutte le delusioni e le disfatte dei maturi e dei vecchi, ritrova, come una meravigliosa novità, il gusto dell’ideale. E dove lo va a ricercare se non presso chi da duemila anni parla dello spirito che ha il dovere e il potere di sottomettere la carne? Stiamo attenti, però, che non rimanga delusa e che, dove crede di sentir parlare di Gesù Cristo, non senta invece parlare degli anticoncezionali!

di Don Massimo Lapponi

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