Una nuova e originale iniziativa a difesa della condizione naturale della donna, dell’uomo e della famiglia. Sintesi.

Dopo una lunga riflessione sulla rapida e travolgente espansione dell’ideologia gender e sulle contraddizioni che ne sono alla base, sentiamo il bisogno di denunciare la lesione di alcuni diritti irrinunciabili dell’individuo che essa comporta e che va a danno della società tutta, ivi compresa la fetta di popolazione che nell’ideologia gender si riconosce.

Una delle affermazioni fondamentali del movimento omosessualista è che, secondo le teorie di una certa corrente di scienza,  non è lecito definire “innaturale” la condizione omosessuale. Ci si avvale dunque del diritto di dichiarare reato di “omofobia” la messa in dubbio di tale principio. Per poter sostenere i suddetti principi, l’ideologia gender è costretta ad affermare che le condizioni bio-psichiche maschile e femminile, con i conseguenti ruoli tradizionali sponsale, paterno e materno, non sono naturali, ma costituiscono costruzioni psico-sociali”, stereotipi e pregiudizi”, “concetti antropologici” che vanno “decostruiti”. Da qui si vuole intervenire fin dall’infanzia, con il supporto dello stato, sull’organismo stesso dei minori – anche contro il parere dei genitori – appena essi avvertono qualche disagio nella propria condizione biologico-sessuale, bloccandone il normale sviluppo ormonale, affinché gli stessi possano scegliere, a tempo debito, il proprio orientamento. Contemporaneamente si vuole negare all’individuo omosessuale in conflitto  con il suo essere di potersi avvalere di una terapia, accusando di reato qualunque professionista ne accogliesse la richiesta.

Si tratta di una gravissima contraddizione. È reato considerare innaturale l’omosessualità fino al punto di negare la libertà dell’individuo di rifiutarla per se stesso, ma non è reato intervenire artificialmente e in modo invasivo e irreversibile su un bambino, il cui stato di maschio o femmina viene arbitrariamente considerato da correggere, contro il parere dei genitori tutori.
La nostra iniziativa prevede di ristabilire un equilibrio nella suddetta contraddizione. Essendo difficile stabilire quale delle teorie scientifiche coesistenti sostenga il vero – quella che definisce l’omosessualità naturale e quella che al contrario la ritiene una deviazione di cui cercare cause e possibili rimedi – ci appelliamo alla parità dei diritti di ogni cittadino. E così come si parla di reato di “omofobia”, fondandoci sugli stessi principi, pretendiamo di poter parlare di reato di “androfobia” e di “ginecofobia” e di prevedere interventi e sanzioni laddove tali reati si realizzino.

Infatti, se da una parte l’ideologia gender ritiene che l’omosessuale che chiede per sé la terapia, lo fa perché messo a disagio dai pregiudizi culturali e religiosi tradizionali, è lecito pensare che l’impennata di casi di disforia di genere segnalata dall’Ordine degli Psicologi sia frutto della spinta a conformarsi ad una moda, quella dell’autodeterminazione precoce dell’identità sessuata. È logico invece pensare che, essendo il minore in una situazione ancora troppo instabile per poter determinare con certezza il proprio orientamento sessuale scevro da influenze di qualsiasi tipo, qualsivoglia intervento educativo, psicologico o medico risulti per forza invasivo e lesivo dello sviluppo naturale della persona. Perciò, come si pretende di ricondurre il disagio dell’omosessuale all’ omonegatività della società e all’omofobia interiorizzata, si deve pretendere anche che si consideri la disforia di genere il frutto delle attuali pressioni culturali e pedagogiche.

Pertanto sosteniamo che il recente disegno di legge n. 2402 presentato dal senatore Sergio Lo Giudice il 17 maggio 2016: “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori” comporti, a difesa della parità di diritti di ogni cittadino, il non intervento in alcun senso sullo sviluppo psicologico e ormonale dei minori, né da parte dei sostenitori dell’ideologia gender, né da parte di coloro che imporrebbero la condizione eterosessuale. Vi si recita infatti:
«Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature utilizzate». È dunque indispensabile, secondo tale principio, lasciare che i minori crescano secondo la loro naturale inclinazione senza interferire, rendendo pertanto altrettanto punibili anche gli interventi nelle scuole dei sostenitori dell’ideologia gender, di fatto “androfobi” e “ginecofobi”.

Particolare attenzione è da riservare a ciò che l’ideologia gender sta operando sull’identità e sul ruolo della donna. Si sostiene che la discriminazione della donna nei secoli sia stata causata dal suo ruolo materno, in quanto fonte di condizionamento psico-sociale per lei invalidante. Di qui la necessità di decostruirlo con un intervento nelle scuole dell’infanzia, volto a inculcare il gioco tradizionalmente maschile alle bambine e viceversa. Ma nelle scuole già da molto tempo tutti i giochi sono a disposizione di maschi e femmine indifferentemente e la pedagogia prevede di lasciare il bambino libero di scegliere. Un intervento dall’esterno a tal proposito non è dunque giustificabile se non nella volontà di inculcare ai bambini il concetto che la maternità non è che un ruolo socio-culturale che può essere svolto da chiunque, svilendo così la missione unica e insostituibile della donna e di fatto imponendole l’ennesima umiliante violenza. Si può parlare pertanto di grave reato di “meterofobia”, visto che la maternità non sarebbe naturale secondo l’ideologia gender, negli stessi termini in cui l’omofobia è il dichiarare innaturale l’omosessualità.

Ci si propone dunque di denunciare a livello nazionale e internazionale, la diffusione planetaria della ginecofobia, dell’androfobia e della meterofobia e di promuovere l’introduzione di leggi che le condannino come reati.
All’azione più propriamente politica va affiancata l’azione culturale, di esposizione e di divulgazione dei fondamenti razionali della nostra proposta, e di manifestazione pubblica di opposizione ai titoli offensivi – quali “stereotipi”, “pregiudizi”, “concetti antropologici”- con cui gli esponenti dell’ideologia gender qualificano abitualmente la naturale condizione maschile, femminile, sponsale, paterna e materna, come anche al tentativo di “decostruirle”.

di Don Massimo Lapponi e Claudia Graziani

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