Una nuova e originale iniziativa a difesa della condizione naturale della donna, dell’uomo e della famiglia.

Dopo una lunga riflessione, intensificatasi negli ultimi due anni, crediamo di poter proporre un’originale strategia operativa nei confronti della rapida e travolgente espansione dell’ideologia gender.

La strategia che proponiamo ci sembra nuova rispetto a quanto è stato fatto finora. Essa, infatti, si fonda su alcune insuperabili contraddizioni che sono alla base dell’ideologia gender, ma che finora non sono state adeguatamente messe in luce. Sul fondamento degli stessi loro principi, una volta evidenziata l’applicazione contraddittoria che essi ne fanno, pensiamo di essere in grado di passare da una situazione difensiva a un discorso di denuncia.

La nostra proposta si può riassumere in due punti.

  1. Una delle affermazioni fondamentali del movimento omosessualista è che, secondo le teorie di alcuni scienziati – che godono di grande autorità – non è lecito definire “innaturale” la condizione omosessuale. Dunque, chi, contraddicendo a questo dato ritenuto per scontato, afferma che la condizione omosessuale è “innaturale”, si macchia del reato – ancora da introdurre in Italia, ma già riconosciuto in altre nazioni – di “omofobia”. Inoltre, dato che la condizione omosessuale è naturale, si macchia di una colpa ancora più grave chi mette in opera, o semplicemente ipotizza, terapie “spirituali”, psicologiche o farmacologiche per correggere l’orientamento di un omosessuale – perfino se lo stesso, sentendosi a disagio, lo richiede.

Ma, per fare questo discorso, l’ideologia gender è costretta ad affermare che la condizione bio-psichica maschile e femminile non è naturale. I suoi rappresentanti, infatti, affermano che i ruoli tradizionali sponsale, paterno e materno non sono naturali, ma sono “costruzioni psico-sociali”, “stereotipi e pregiudizi”, “concetti antropologici” che vanno “decostruiti”.

E questa necessità di “decostruirli” giunge al punto di voler intervenire fin dall’infanzia, con il supporto dello stato, sull’organismo stesso dei minori – anche contro il parere dei genitori – appena essi avvertono qualche disagio nella propria condizione biologico-sessuale, bloccandone il normale sviluppo ormonale perché gli stessi possano scegliere, a tempo debito, il proprio orientamento. Vedi ad esempio:

https://it.zenit.org/articles/se-al-medico-basta-una-chiacchierata-su-skype-per-riconoscere-un-bambino-transgender/

http://www.lanuovabq.it/mobile/articoli-follia-a-madrid-il-bimbo-e-trans-per-legge-15609.htm#.V4hwl9J97IW

Basta una semplice riflessione per evidenziare l’insuperabile contraddizione di questo discorso dell’ideologia gender. Se non è lecito definire “innaturale” ciò che è naturale, il primo fondamentale illecito lo commettono i rappresentanti di detta ideologia, affermando che la condizione maschile e femminile non è naturale. Così, come essi parlano di “omofobia”, fondandoci sui loro stessi principi, possiamo a buon diritto parlate di “androfobia” e di “ginecofobia”. Inoltre, come secondo loro è illecito intervenire in qualsiasi modo per correggere l’orientamento omosessuale, anche se l’interessato si sente a disagio e perciò lo richiede, a maggior ragione è illecito intervenire – tanto più in modo invasivo sullo sviluppo ormonale naturale dei minori – per correggere l’orientamento di maschietti e femminucce, quand’anche essi avvertissero, in fase di crescita, qualche incertezza o disagio.

Per restare in Italia, abbiamo un chiaro esempio di proibizione di terapie finalizzate a correggere l’orientamento omosessuale, anche in caso di disagio, nella presa di posizione dell’Ordine degli Psicologi Italiano:

http://www.agapo.net/index.php/documenti/19-approfondimento-f66-1

I fautori dell’ideologia gender pretendono di distinguere il tentativo di correggere l’orientamento omosessuale dall’intervento finalizzato a favorire lo sviluppo di un orientamento sessuale, che il minore percepirebbe in se stesso, diverso dalla propria condizione biologica. Infatti, nel primo caso l’omosessuale andrebbe contro un orientamento del tutto “naturale”, e lo farebbe perché messo a disagio dai pregiudizi culturali e religiosi tradizionali, mentre nel secondo caso l’orientamento sessuale, diverso da quello biologico, sarebbe avvertito “spontaneamente” dal minore in fase di crescita e sarebbe, perciò, del tutto “naturale” anche bloccare il suo sviluppo ormonale affinché egli possa “liberamente” seguire la propria inclinazione.

Ma la differenza tra le due situazioni è inconsistente. Infatti, come afferma l’articolo di “Zenit” sopra citato, l’impennata dei casi di “disforia di genere” tra bambini «sembra segnalare la spinta ad assecondare una moda, quella della autodeterminazione dell’identità sessuata». Dovrebbe essere ovvio che nel periodo pre-adolescenziale il minore è ancora in una situazione instabile e non ci sono, perciò, i presupposti per parlare con tanta sicurezza di un suo “orientamento sessuale” diverso da quello biologico, tanto più che sappiamo bene come oggi in tutti i modi si cerchi di influenzarlo e indottrinarlo, spesso proprio nell’ambiente della scuola, secondo l’ideologia gender. Come, dunque, l’Ordine degli Psicologi Italiano pretende di ricondurre il disagio dell’omosessuale all’“omonegatività” della società a all’“omofobia interiorizzata”, così, a maggior ragione, si deve dire che la “distrofia di genere” è determinata dall’interiorizzazione delle attuali pressioni culturali e pedagogiche. Si veda, in proposito, tra le altre cose, il video prodotto in Francia per condizionare i giovanissimi studenti – il fatto che esso sia denunciato da un sito di ben definito orientamento non deve in alcun modo influenzare la valutazione del suo contenuto:

http://www.notizieprovita.it/notizie-dal-mondo/video-di-propaganda-gender-nelle-scuole-francesi/

Ciò chiarito, ci si può chiedere se il recente disegno di legge n. 2402 presentato dal senatore Sergio Lo Giudice il 17 maggio 2016: “Norme di contrasto alle terapie di conversione dell’orientamento sessuale dei minori” – vedi:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/17/identita-sessuale-ddl-al-senato-contro-chi-ostacola-o-reprime-lorientamento-dei-minori-pena-fino-a-2-anni-di-carcere/2913488/

sia in realtà realmente favorevole agli interventi sullo sviluppo ormonale dei minori o sia invece ad essi contrario.

In detto disegno di legge si afferma, tra l’altro:

«Chiunque, esercitando la pratica di psicologo, medico psichiatra, psicoterapeuta, terapeuta, consulente clinico, counsellor, consulente psicologico, assistente sociale, educatore o pedagogista faccia uso su soggetti minorenni di pratiche rivolte alla conversione dell’orientamento sessuale è punito con la reclusione fino a due anni e con la multa da 10.000 euro a 50.000 euro. La condanna comporta la pubblicazione della sentenza e la confisca delle attrezzature utilizzate».

Intervenire pesantemente sul minore per bloccare il suo naturale sviluppo ormonale è certamente una “pratica”, e non si può dire, per quanto si è osservato, che essa non sia rivolta alla conversione dell’orientamento sessuale, mentre non intervenire e lasciare che la natura segua il suo corso non è certamente una pratica!

«L’omosessualità non è una malattia, ove non c’è malattia non c’è cura, gli omosessuali quindi non si curano», afferma l’Ordine degli Psicologi Italiano – vedi il documento sopra citato:

http://www.agapo.net/index.php/documenti/19-approfondimento-f66-1

Dunque il disagio che provoca un’immatura “distrofia di genere” non è una malattia, mentre il normale sviluppo ormonale è una malattia che deve essere curata? 

Alla radice di quello che appare una sorta di “autogol” vi è la contraddizione di fondo: denunciare un attentato alla natura nell’atto di commettere un attentato alla natura!

È molto più giustificata, dunque, la denuncia della “ginecofobia” e dell’“androfobia” che si stanno diffondendo a livello planetario che non la denuncia dell’“omofobia”!

Per varie ragioni sembra che sia importante sottolineare soprattutto la “ginecofobia”. Ciò apparirà meglio dal secondo punto, che ora presenteremo.

  1. Un aspetto particolarmente grave della ginecofobia in atto è il presupposto, esplicitamente o implicitamente presente nell’ideologia gender, che lo “stereotipo” di costruzione “psico-sociale” che maggiormente avrebbe contribuito alla discriminazione e alla condizione inferiore delle donne attraverso i secoli, impedendo loro di farsi valere nella politica, nell’economia, nelle lettere e nella scienza, sarebbe la MATERNITÀ. Di qui la necessità di “decostruirla”. Come? Inculcando ai minori, fin dall’infanzia, che è soltanto un pregiudizio che le bambine si orientino a ciò che è legato alla missione materna – come giocare con le bambole – e che perciò è necessario favorire nelle bambine quelle attività finora considerate più propriamente maschili – quali le attività sportive, e i giochi bellici – e, nello stesso tempo, favorire nei maschietti anche il gioco con la bambola.

Da qui deriverà molto per tempo la convinzione spontanea che la “maternità” non è che un ruolo socio-culturale che può essere svolto da chiunque – maschio, femmina o di qualsiasi orientamento possibile – quindi accessibile con ogni mezzo e senza pregiudizio per l’infanzia.

Ma di fatto la scuola non ha mai rifiutato l’educazione al rispetto degli altri, né ha mai voluto imporre ruoli. Già da moltissimo tempo mai a nessun bambino è stato vietato di giocare con le bambole o alle bimbe di fare le gare di macchinine. La scuola educa al rispetto sempre e non c’è bisogno di intervenire con progetti ideologici. Chi vuole inserirsi nella scuola mosso soltanto dall’ideologia gender non ha idea di quale sia la vera azione educativa da attuare, ma mira solo a imporre la propria ideologia a scopo manipolatorio sulla psicologia dei bambini, e questo va contro il principio di non dover forzare, appunto, le tendenze sessuali di nessuno.

Ma la base di questa azione manipolatoria è la previa degradazione della maternità, da sublime missione insostituibile e incomunicabile della donna, a fattore di pura costruzione socio-culturale e a “pregiudizio”, “stereotipo”, “concetto antropologico” da “decostruire” quale causa principale dell’umiliazione della donna attraverso i secoli.

Di nuovo appare la plateale contraddizione: si accusa di “omofobia” chi considera innaturale la condizione omosessuale, mentre nello stesso tempo si cade in una mostruosa “meterofobia” – per cui la “fobia” si rivolge contro la stessa figura della “madre” – e “ginecofobia”, negando la naturalità della condizione femminile e della stessa maternità!

Le considerazioni con cui abbiamo qui riassunto il risultato di lunghe riflessioni ci conducono a formulare la proposta di introdurre, nella lotta contro l’ideologia gender, una nuova strategia, che non sarà una strategia difensiva dalle accuse di “omofobia”, bensì di ferma opposizione ai tentativi in atto di conculcare il diritto fondamentale di uomini e donne di affermare la propria identità. Come appare chiaro da quanto sopra esposto, si propone, dunque, di denunciare, a livello nazionale e internazionale, la diffusione planetaria della “ginecofobia” e della “meterofobia” – e ovviamente anche dell’“androfobia” – e di promuovere l’introduzione di leggi che le condannino quali reati, sul fondamento dei medesimi principi per i quali si pretende di giustificare l’introduzione del reato di “omofobia”.

All’azione più propriamente politica va affiancata l’azione culturale, di esposizione e di divulgazione dei fondamenti razionali della nostra proposta, e di manifestazione pubblica di opposizione ai titoli offensivi – quali “stereotipi”, “pregiudizi”, “concetti antropologici” – con cui gli esponenti dell’ideologia gender qualificano abitualmente la naturale condizione maschile, femminile, sponsale, paterna e materna, come anche al tentativo di “decostruirle”.

di Don Massimo Lapponi