Una proposta di legge contro la domofobia e la ginecofobia

Nel vedere i movimenti moderni, volti a decostituire i ruoli dell’uomo e della donna come coppia e come genitori, vogliamo proporre una riflessione attenta sui seri pericoli che queste tendenze comportano. Mettere in dubbio detti ruoli e relegarli alla mera natura di tradizione culturale stereotipata e nociva all’identità individuale, significa infatti distruggere il concetto di famiglia, che viene presentata come fonte di oppressione e negazione della libertà della persona. Questa tendenza può definirsi “domofobia”, ovvero paura della “Domus”, della famiglia appunto.
Quella che oggi si vuole considerare una mera tradizione, è in realtà frutto di un fattore insito nella natura dell’essere umano, che è un animale sociale e tendente all’organizzazione della vita di gruppo secondo precisi ruoli. Fin dai tempi più antichi ciò ha comportato che la famiglia fosse la prima cellula di società in tutte le culture. Se si osservano le prime forme preistoriche di società organizzata, infatti, si nota come le regole della vita domestica siano nate prima di ogni altra forma di organizzazione – prima della condizione stanziale, prima dell’agricoltura e dell’allevamento, prima del commercio e della politica – e si sono basate su una divisione di ruoli che ne preservava l’esistenza, la cura e il buon andamento.
Nelle varie civiltà si è quasi sempre assistito anche all’affidamento del nucleo familiare alle entità divine, altro fattore legato al bisogno dell’uomo di rendere in qualche modo sacra la sua vita quotidiana, se non attraverso le religioni, almeno per mezzo di regole morali ed etiche che ne nobilitassero l’esistenza.
Il nucleo familiare è dunque per l’uomo un riferimento primario e, in qualche modo, sacro e inviolabile.
Bisogna altresì osservare che l’economia di ogni civiltà si è sempre basata sulla famiglia come nucleo di partenza, anche laddove essa sembrava messa in secondo piano: si pensi alla società di Sparta, che concentrava la vita quotidiana nell’attività militare, ma che conservava sempre come punto di partenza la famiglia, regolata da leggi severe e anche ingiuste, ma precise nell’affidare i ruoli materno e paterno. Non c’è società senza famiglia.
Non a caso la parola economia deriva da due termini greci: oikos e nomos. Il primo corrisponde più o meno alla parola latina “Domus”, mentre il secondo si può rendere con la parola latina “Regula”. Dunque etimologicamente “economia” indica la “Regula” della “Domus”. Perfino la “Domus Dei”, cioè il monastero cristiano, è fondata sulle regole classiche della “Domus” romana, da quando S. Benedetto ha scelto di affidare ad esse le tradizioni della Bibbia e del monachesimo preesistente. Infatti la tradizione romana, con il suo culto dei Penati, e la “Regola” di San Benedetto hanno in comune il medesimo senso religioso della vita familiare.
Col passare dei secoli e con l’evolversi della società molte cose sono cambiate e molte conquiste fondamentali sono state fatte. Ma il legame stretto fra economia e famiglia, con annessa la sua sacralità, di fatto resta.
Se, dunque, l’origine e la radice dell’economia si trovano nella cura della casa, il disprezzo per la cura della casa e la fuga da essa – la “domofobia”, appunto – non potrà che essere la negazione stessa dell’economia.
Purtroppo questo disprezzo e questa fuga oggi conoscono un’espansione mai vista in passato, tanto da apparire come una vera patologia sociale. Patologico è il sentire come indice di degrado il ruolo della madre di famiglia, della sua capacità di organizzare la vita familiare, del suo rapporto unico e viscerale con i figli. Patologico è anche dare al padre, specialmente in caso di separazione coniugale, il solo ruolo di versatore di assegni mensili di mantenimento, concedendo alla madre privilegi esagerati e irrispettosi della dignità e del ruolo paterno dell’ex marito – si veda quanto di fatto è facile allontanare legalmente un padre dai figli, anche quando non vi siano gravi e comprovati motivi.
Dato il suo carattere patologico ed esiziale per il benessere della società, la domofobia dovrebbe essere combattuta, perfino condannata come un reato, nei casi più gravi, dalle leggi di un paese civile.
Detta condanna dovrebbe estendersi in modo particolare a quanti, con insegnamenti e dichiarazioni pubbliche e con il tentativo di introdurre ben mirate norme legislative, presentano la cura della “Domus” come qualche cosa di servile e di degradante, indegno della dignità dell’essere umano.
Ma i moderni e le moderne pubbliciste non fanno altro che diffondere a tutti i venti il nuovo verbo, secondo il quale la vera arena della civiltà non è la “Domus” ma l’“Agorà”, e che tutto ciò che lega la donna alla custodia della casa deve essere bollato con il marchio dell’infamia. Ovviamente, ciò che maggiormente cade sotto i colpi della nuova “fobia” è la maternità. La vocazione della donna alla maternità, dato che non può accordarsi con la moderna “domofobia”, è definita uno “stereotipo” e un “pregiudizio” che deve essere “decostruito”. Agli Stati membri dell’UE è stato richiesto, nella Convenzione del Consiglio d’Europa sulla prevenzione e la lotta contro la violenza nei confronti delle donne e la violenza domestica, firmata a Istanbul l’11 maggio 2011, di provvedere all’«eliminazione degli stereotipi di genere (…) in termini di maggiore visibilità del contributo e del ruolo delle donne nella storia, nella letteratura o nell’arte». Dunque, o le donne si distinguono nell’“Agorà”, oppure sono degradate a ricoprire ruoli “inferiori”, che in realtà sono soltanto “stereotipi di genere”! E qui si va a umiliare tutte quelle madri che, credendo nel loro ruolo familiare, si adoperano ogni giorno con passione e convinzione a crescere i loro figli, scegliendo di porre tale ruolo al centro della loro vita. Non è questa, oltre che una grave umiliazione della donna, una vergognosa “domofobia” che va pubblicamente denunciata e condannata come un pernicioso reato? E appare evidente che la “ginecofobia” – cioè il rifiuto della natura della donna e dei suoi propri ruoli – e la domofobia sono strettamente legate tra loro e per questo dovrebbero essere oggetto di una comune condanna.
Nelle pubbliciste di livello più popolare, la domofobia si presenta nello stesso tempo con un’ingenua sfacciataggine e con una base culturale inconsistente. Scrive, ad esempio, la “sudiosa” Irene Biemmi -http://firenze.repubblica.it/cronaca/2016/08/04/news/femminicidio_quelle_parole_che_educano_in_modo_sessista_-145346324/?refresh_ce -:

«Nei libri di lettura scolastica le madri trascorrono la giornata in casa attendendo marito e figli, raramente lavorano e caso mai da maestre, parrucchiere, estetiste. E non sono libri degli anni ’50 ma degli anni 2000. Per gli uomini ho contato ben 50 professioni: geologi, astronauti, esploratori, giornalisti, medici, scienziati e i padri sono raffigurati fuori e al lavoro. Le bambine giocano in camera, i bambini in affascinanti e avventurosi grandi spazi esterni».
È superfluo sottolineare l’alto grado di domofobia presente in queste righe – che, se esistesse già una legge contro la domofobia, sarebbero da denunciare – ma mette conto di osservare che la persona che le ha scritte, se pure è definita una “studiosa”, non sembra aver esaminato un campione di libri di scuola primaria molto ampio. Sono molte, infatti, le letture dei libri moderni che presentano uno specchio abbastanza oggettivo della nostra società, in cui si descrivono spesso madri e padri sempre di corsa per rispettare gli orari di lavoro – e le professioni sono assai più varie di quanto la signora di cui sopra sostiene – bambini e bambine che passano la maggior parte del tempo a scuola o ai corsi pomeridiani e nonni che fanno da sfondo in una famiglia in cui i genitori sono troppo poco presenti. È un quadro preoccupante, e non certo per gli stereotipi di genere, bensì per la sofferenza che una società fondata sul lavoro professionale a orari troppo pieni infligge alla famiglia e all’infanzia.
Ma se osserviamo la letteratura per ragazzi da ben prima del ventennio a oggi, ciò che la signora Biemmi dice appare ancor meno sostenibile.
Il libro “Cuore” di Edmondo De Amicis – pubblicato non nel 1950, ma nel 1886 – racconta, nella sua parte più toccante, di una madre che, tutt’altro che impegnata ad attendere il marito in casa, proprio perché sacra custode della “Domus”, affronta da sola la traversata dell’oceano e va a lavorare in Argentina per salvare il marito dalla rovina economica. E inoltre di un ragazzo tredicenne che, a sua volta, affronta da solo la stessa traversata e le più ardue fatiche e pericoli, non per affermarsi nel mondo, ma per ritrovare sua madre, «perché la casa pareva vuota senza di lei, e il figliuolo minore in special modo, che amava moltissimo sua madre, si rattristava, non si poteva rassegnare alla sua lontananza». Dunque ancora per amore della “Domus”, il quale lo rende capace di grandi e nobili imprese.
Nel 1935 è apparsa la prima edizione delle serie di libri “The little house on the prairie” di Laura Ingalls Wilder, in cui la scrittrice racconta la propria infanzia vissuta a fine ’800. Ne è stata tratta una celeberrima serie tv, che tutt’ora viene trasmessa sui nostri canali. In tale opera la società è rappresentata come fondata sulla famiglia, ma vi si trovano uomini che per la maggior parte fanno i contadini o gli operai e donne lavoratrici insegnanti, commercianti, levatrici, infermiere, segretarie di avvocati, impiegate all’ufficio postale e centraliniste.
Cosa auspica la nostra studiosa, quando accusa l’editoria di propaganda negativa? Una società come quella descritta da Bianca Pitzorno ne “La bambola dell’alchimista”?
Libro di indiscutibile valore editoriale e di alto gradimento per i bambini, per la sua capacità scanzonata di sfatare in modo divertente certi miti delle fiabe, descrive però una madre che non sopporta suo figlio perché è un bambino, e che considera le mansioni materne una seccatura, al punto di accettare che il piccolo si trasferisca fuori dai piedi in un albergo e la mantenga con i lingotti d’oro prodotti dalla bambola prodigiosa. Vogliamo davvero sostenere che questa figura femminile sia un inno alla donna? E che la felicità di un bambino sia vivere lontano da casa, in ambiente estraneo, senza affetti e con una bambola che produce denaro? L’alta patologia di un simile messaggio è evidente e pericolosissima.
Perché questa feroce “domofobia”? Perché l’altrettanto feroce “ginecofobia”, che vorrebbe far vergognare le donne di essere se stesse?
Se l’economia è il fondamento di una nazione e se, perciò, ciò che la distrugge costituisce la sua rovina, quale legge più salutare di quella che condannasse, come reato da perseguire penalmente, ogni pubblica propaganda della domofobia e della ginecofobia, che dell’economia sono la più pura negazione?!

di Don Massimo Lapponi
con la collaborazione tecnica di Claudia Graziani