Una scuola diversa

di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
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La scuola di San Benedetto è diversa dalle altre. essa, infatti, come prima cosa, non si prefigge di trasmettere le scienze, ma di insegnare a vivere bene. Come abbiamo osservato, per vivere bene bisogna saper vivere bene insieme. Per questo San Benedetto stabilisce alcune regole di vita comune, e vuole che tutti si impegnino, come dovere di coscienza, ad osservarle.
Il suo non è certamente un compito facile! Infatti, mentre l’architetto della “house” deve limitarsi a fare un bel progetto, e poi i mattoni, una volta sistemati al posto loro, stanno lì senza creare problemi, l’architetto della “home” non ha a che fare con i mattoni, bensì con esseri umani, che per natura non sono così disponibili! Perciò non basta fare un bel progetto, cioè stabilire delle regole, ma bisogna anche lavorare per bene il materiale umano per renderlo docile e pronto a collaborare al progetto.
E qui bosogna rispolverare alcuni antichi concetti, che da troppo tempo sono stati riposti in soffitta.
Come diceva il proverbio, nessuno nasce “imparato”. Questo non vale soltato per le scienze, ma ancor più vale per le disposizioni a bene operare. Prendiamo qualche esempio proprio dalla Regola di San Benedetto. Vi leggiamo che tutti devono alzarsi la mattina molto presto, senza addurre scuse, e che devono predisporsi con ordine per essere pronti ad andare subito alla preghiera comune. Allo stesso modo durante il giorno devono essere pronti a lasciare ogni personale incombenza per recarsi agli atti comuni, cosicché chi non giunge in tempo, ad esempio, alla preghiera che si recita prima dei pasti, deve fare penitenza.
È chiaro che per poter corrispondere a queste regole bisogna abituarsi a vincere la poltroneria mattutina, la pigrizia e l’interesse esclusivamente personale per essere pronti a collaborare con la vita comune e con le sue esigenze. Non basta sapere, in teoria, che in fin dei conti tutto concorrerà al maggiore bene degli individui. Le teorie sono una bella cosa, ma se manca l’abitudine a vincere se stessi e ad operare in un certo modo, poltroneria, pigriza e interesse personale finiranno per prevalere. Ora, quale è il nome proprio dell’abitudine buona, acquisita con l’esercizio, a bene operare? Un nome oggi passato di moda: la virtù. E quale è il nome della cattiva abitudine, anch’essa acquisita con l’“esercizio”, cioè con la ripetizione di atti non virtuosi? Un altro nome messo in disparte: il vizio.
Come potete capire, una scuola che intende insegnare le virtù non può essere una scuola di pura cultura intellettuale, come è per lo più la scuola del mondo, ma deve essere principalmente una scuola pratica, che, cioè, insegna ad esercitarsi nelle virtù nella vita quotidiana.
Dunque, la nostra ideale architetta della “home” dovrà lavorare bene i suoi mattoncini per fra funzionare il progetto! Ma, come è ovvio, il primo mattoncino su cui dovrà lavorare sarà lei stessa!
Ma approfondiamo questo punto. Quale è la via che San Benedetto indica per poter diventare un bravo mattoncino? Una parola scandalosa: l’obbedienza! E qui dobbiamo fare un’importante puntualizzazione.
La più naturale obiezione ad applicare la Regola di San Benedetto alla vita familiare sta nel fatto che il santo non pensava a legiferare per i laici, bensì per persone particolari, che intendevano consacrarsi a Dio in una forma di vita speciale, attraverso la rinuncia ai beni più grandi della vita umana, cioè proprio a quei beni su cui si fonda la famiglia naturale. Quali sono, infatti, i tre voti caratteristici della vita consacrata? Castità, povertà e obbedienza. Come potrebbe una famiglia fondarsi su questi tre voti?
Ma attenzione: questi tre voti non fanno altro che portare ad un grado di estrema radicalità le tre virtù fondamentali che tutti i cristiani dovrebbero coltivare, e che – sottolineamo – sono proprio a fondamento della vita familiare. Se, infatti, nella vita familiare mancasse la virtù della castità, non sarebbe possibile né il rispetto reciproco, né la fedeltà coniugale. E se mancassero le virtù della povertà e dell’obbedienza, non sarebbe possibile né la saggia gestione delle risorse, né la docile disponibilità al servizio reciproco. Cosicché i giovani che intendono prepararsi adeguatamente al matrimonio, dovrebbero comportarsi da veri monaci benedettini ed impegnarsi, con il costante esercizio quotidiano, ad acquisire le virtù della castità, della povertà e dell’obbedienza.
È questo che insegna loro la scuola del mondo? Certamente no! Anzi, se mai insegna loro tutto il contrario! Ricordo che già molti anni fa – c’erano ancora la televisione in bianco e nero e le vecchie lire – chiesero ad alcuni giovani quanti soldi in media spendevano ogni giorno durante l’estate. La risposta era: circa ottantamila lire! Nulla di strano che già cent’anni fa il grande pedagogista Friedrich Wilhelm Förster osservava che i nostri centri di studi superiori sono nello stesso tempo i templi del sapere e i più grandi vivai dei vizi della gioventù.
Niente di nuovo sotto il sole! Già San Benedetto, andato a studiare a Roma alla fine del V secolo d.C., vide la gioventù studiosa immersa nel vizio, e per questo fuggì da Roma, e infine volle creare un’altra scuola: non la scuola delle scienze, ma la scuola della vita buona. Ed è per questo che è divenuto l’architetto non della “house”, ma della “home”!
Ma voi direte: già, noi ci impegnano a formare dei bravi mattoncini, e poi la scuola del mondo, la società e la cultura più diffusa se li ricrea a modo suo! Possiamo combattere con le frecce contro la bomba atomica?
L’obiezione è giusta, ma esse non fa che rivelare l’immensa portata sociale delle nostre architette. Esse non devono chiudersi nella propria casetta, ma devono fare corpo tra loro e impegnarsi a tutti i livelli, non solo per ottenere il reddito di maternità, ma anche per ottenere che la scuola, la cultura e la politica le sostenga nell’opera di creare i mattoncini adatti per la “home”. E, se la scuola e la società fanno orecchio da mercante, senza per questo tirarsi indietro, devono intanto costruire, collaborando tutte tra loro, una loro scuola, cultura e società che le sostengano nel loro impegno eroico.
Come avevo anticipato, dunque, scegliere di essere architetta della “home” significa avere un ruolo sociale e culturale molto più elevato di una cassiera, della segrataria di un avvocato, o anche di un’avvocato o di un misero architetto della “house”!
Ma su questo avremo molte altre cose da dire.