Una visione sapienziale sul sacerdozio, la vita familiare e la vita consacrata

«In lui era la vita» (Gv 1, 4a).
Si potrebbe tradurre anche:
«In ciò che esiste il Verbo era la vita».
Nel Vangelo di Giovanni la vita pubblica di Gesù si apre con le nozze di Cana. L’iportanza di questa circostanza è immensa.
Alle nozze di Cana mancava il vino. Vi era soltanto l’acqua.
L’acqua è un minerale, è necessaria alla vita ma non ha la vita, purifica ma non nutre, è gradevole ma non è dolce. Per poter giungere alla vita, al nutrimento, alla dolcezza c’è da fare un lungo percorso, un salto di qualità verso il mistero della vita, nel quale gli scienziati non cessano di fissare lo sguardo stupito.
Ma la vita che si eleva dal regno vegetale fino alla vita cosciente dell’uomo intuisce che vi è una vita perfetta, da cui ogni vita trae la sua origine: la vita del Verbo divino. «In lui era la vita, in ciò che esiste il Verbo era la vita».
«Egli è prima di tutte le cose e tutte sussistono in lui» (Cl 1, 17).
Egli è il Figlio di Dio, «che è irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza e sostiene tutto con la potenza della sua parola» (Eb 1, 3).
Ma è nella vita che si manifesta più propriamente il Verbo che sostiene tutte le cose, e più la vita si eleva, più in essa si manifesta il Verbo. Infatti la vita più alta è la vita cosciente dell’uomo ed essa partecipa della luce stessa del Verbo: «luce intellettual piena d’amore» (Paradiso XXX, 40).
«La vita era la luce degli uomini» (Gv 1, 4b). Essendo la vita suprema «luce intellettual piena d’amore», la suprema vita creata da essa soltanto può trarre la sua luce.
L’uomo percorre con lo sguardo tutto il mondo creato, tutta la vita creata, ma non trova in essa qualcosa di simile a sé, qualcosa di simile alla vita cosciente, alla luce che discende dal Verbo, finché il suo sguardo non si posa sulla donna. Allora egli esclama:

Questa volta essa
è carne dalla mia carne
e osso dalle mie ossa.
La si chiamerà donna (ishà)
perché dall’uomo (ish) è stata tolta.
(Gn 2, 23)

E lì dove l’intima luce dell’uomo si fonde nell’amore con l’intima luce della donna avviene la più alta rivelazione del Verbo. Ora l’uomo e la donna sono divenuti connaturali al Verbo divino e possono svolgere la loro funzione vicaria di governare la terra: come nel Verbo creatore, così nella loro coscienza, da lui illuminata, sussistono tutte le cose.
E come il Verbo è per sua natura fecondo, e nella creazione manifesta la sua fecondità fino a riprodurre, nell’uomo e nella donna, un’immagine a lui connaturale, così l’amore cosciente tra l’uomo e la donna è naturalmente fecondo, fino ad aspirare a generare nel mondo lo stesso Verbo divino.
Ma con i peccato la donna ha rinunciato ad essere tramite per manifestare il Verbo ed ha voluto essere solo se stessa, simile a Dio, giudice del bene e del male (cf Gn 3, 5). E l’uomo l’ha seguita, rinunciando alla luce del Verbo e, perciò, rinunciando a vedere nella sua sposa il tramite per divenire connaturale con il Verbo divino e ad essere sua vicario nel mondo creato.
Così l’uomo regredisce dal suo stato di comunione con il Verbo nell’amore sponsale cosciente al ruolo di semplice dominatore del mondo incosciente, mentre la donna viene relegata in un ruolo subalterno – ma intimamente è sempre pronta a vendicarsi dell’umiliazione subita, facendo valere l’irresistibile attrattiva che ella esercita sull’uomo grazie all’incancellabile carattere, da lei posseduto, di ultimo tocco sublime della creazione e di rivelazione di Dio.
In tutto ciò, tuttavia, il progetto sponsale originario di Dio non viene cancellato, ma soltanto turbato, in gradazioni diverse, mentre nascostamente esso opera in attesa di un misterioso riscatto, inconsciamente presentito.
Nelle nozze di Cana si registra la situazione drammatica dell’amore tra l’uomo e la donna: «Non hanno più vino» (Gv 2, 3b).
Se «in lui era la vita» (Gv 1, 4a), se è rimasta soltanto l’acqua, che è un minerale e non ha la vita, vuol dire che la discesa dalla Vita che «è la luce degli uomini» (Gv 1, 4b) è precipitata dall’amore cosciente partecipe del Verbo divino alla coscienza oscurata e chiusa, al solo sentire biologico, all’aridità della morte.
Gesù interviene nel segno – non nell’opera, perché «non è ancora giunta la mia ora» (Gv 2, 4b) – e il maestro di tavola stupisce che egli abbia «conservato fino ad ora il vino buono» (Gv 2, 10b), cioè la Vita che «è la luce degli uomini» (Gv 1, 4b).
Per lungo tempo la luce degli uomini, oscurata nella coscienza dell’uomo e della donna, aveva trovato la sua dimora nel tempio e aveva attratto al suo servizio un gruppo di uomini scelti e sottratti alle comuni occupazioni degli uomini, rivolte ad esercitare il dominio, non illuminato, sul mondo. Il sacerdozio levitico era riservato per il Signore e il tempio era una casa diversa dalle comuni case degli uomini.
«Beato chi abita la tua casa: sempre canta le tue lodi!» (Sl 83, 5), cantava il fedele israelita, intuendo nella casa del Signore la presenza di una vita dedita a qualcosa di più alto del solo dominio del mondo incosciente, e a quella vita desiderava, in qualche misura, partecipare:

Beato chi hai scelto e chiamato vicino,
abiterà nei tuoi atrii.
Ci sazieremo dei beni della tua casa,
della santità del tuo tempio.
(Sl 64, 5)

Ma il Signore preparava qualche cosa di più grande. Infatti «la vita si è fatta visibile» (1Gv 1, 2), la luce degli uomini si è resa presente tra gli uomini, proprio attraverso quella generazione umana che fin dall’inizio era stata immagine della fecondità del Verbo e promessa della sua nascita nel mondo.
Come ciò è potuto avvenire, se non perché nella donna si è dileguata l’oscurità che la opprimeva e si è dischiusa la luce che la rendeva tramite tra l’uomo e il Verbo divino? Ora, dunque, l’amore è di nuovo santificato e la fecondità è riportata alla sua origine divina, tanto che lo stesso Verbo di Dio è stata generato nella carne.
Se il pio israelita trovava nel tempio la Vita, luce degli uomini, custodita nel Santo dei Santi e come nascosta nel suo mistero soprannaturale, circondata dalle lodi e dal servizio rituale dei sacerdoti e del leviti, negli episodi della presentazione e dello smarrimento-ritrovamento di Gesù (cf Lc 2, 22-52), appare nel tempio la Vita che si è fatta visibile, necessariamente accompagnata dall’amore materno che l’ha generata.
Questa presenza di Gesù e di Maria nel tempio, corroborata, più tardi, dall’identificazione con il tempio del corpo stesso di Cristo (cf Gv 2, 21), già realizza quello che sarà il tempio del nuovo Israele. Già al posto del Santo dei Santi, racchiuso e nascosto, vi è il Santo dei Santi svelato – «luce per illuminare le genti» (Lc 2, 32) – in quanto Vita che si è fatta visibile e generazione materna che ha raggiunto il suo compimento.
Nel nuovo tempio il sacerdozio sarà trasfigurato, secondo la profezia di Malachia:
«Ecco, io manderò un mio messaggero a preparare la via davanti a me e subito entrerà nel suo tempio il Signore, che voi cercate; l’angelo dell’alleanza, che voi sospirate, ecco viene, dice il Signore degli eserciti. Chi sopporterà il giorno della sua venuta? Chi resisterà al suo apparire? Egli è come il fuoco del fonditore e come la lisciva dei lavandai. Siederà per fondere e purificare; purificherà i figli di Levi, li affinerà come oro e argento, perché possano offrire al Signore un’oblazione secondo giustizia. Allora l’offerta di Giuda e di Gerusalemme sarà gradita al Signore come nei giorni antichi, come negli anni lontani» (Ml 3, 1-4).
Ciò avrà la sua consumazione quando Cristo offrirà il suo sangue sulla croce, e così procurerà, non soltanto nel segno, il vino nuovo per santificare le nozze umane. All’austera acqua della purificazione succede il vino dolcissimo della vita che illumina ogni uomo, il quale riporta l’uomo dall’arido dominio del mondo alla comunione dell’amore e al servizio della vita generata e santificata dal Verbo fatto carne, che lo ha reso partecipe del sua sacerdozio purificatore, e riporta la donna ad essere tramite luminoso della rivelazione, nell’amore, del Verbo divino.
Vediamo, perciò, convergere verso il tempio tre realtà: il sacerdozio levitico rinnovato secondo la profezia di Malachia, adombrato dal colloquio di Gesù con i dottori della legge (cf Lc 2, 46-47), l’amore fecondo tra l’uomo e la donna, santificato dalla rivelazione in Cristo e Maria della fecondità del «Verbo della vita» (1Gv 1, 1b), divenuto la luce degli uomini non più soltanto metafisica, ma presente nel mondo, e infine la vita laicale non legata alla funzione biologico-generativa e familiare, che cerca nella luce rivelata e presente nel tempio la guida per un’esistenza interamente santificata:
«C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme» (cf Lc 2, 36-38).
Quale di queste tre realtà è preminente?
In un certo senso, il sacerdozio rinnovato, che dovrà servire, onorare e diffondere il Santo dei Santi che si è fatto visibile, ha il ruolo fondamentale.
Ma per la vita del genere umano ciò che appare fondamentale è la continuità delle generazioni, nelle quali la dimensione biologica viene ora illuminata dalla dimensione essenziale – meta-fisica – della fecondità, quale si è manifestata in Cristo e in Maria.
Da un altro punto di vista, infine – ed è quello che qui verrà messo maggiormente in luce come elemento risolutivo – è proprio la vita consacrata, rappresentata da Anna, a costituire la chiave di volta di tutto il mistero.
Consideriamo.
Il sacerdozio tende a concentrarsi sulla cura della presenza di Cristo e di Maria nel tempio e sul compito di riversare la luce degli uomini sulle famiglie umane. Da parte loro le famiglie umane, ricevuta la luce dal tempio, si concentrano nel compito di generare e animare la vita terrena. Ora, sia il sacerdozio, sia la famiglia umana facilmente possono perdere di vista quella vita di «lode nella casa del Signore» che dovebbe essere il frutto visibile della Vita che è venuta ad abitare in mezzo a noi.
Ecco, dunque, che il ruolo di Anna e della vita illuminata, non direttamente implicata nelle funzioni pastorali e familiari, diviene come il modello e il lievito che deve riempire i vuoti e completare le unilateralità delle altre due dimensioni.
Rileggiamo le parole di San Cipriano in lode delle vergini consacrate – la prima forma di vita religiosa e monastica nella Chiesa:
«Esse sono il fiore sbocciato sull’albero della Chiesa, sono gemme e gioielli di grazia, letizia di vita, oggetto di lode e di onore, dono integro e inalterato di Dio, riflesso della santità del Signore, porzione eletta del gregge di Cristo. La madre Chiesa sente vivissima gioia per esse e in essa si manifesta la sua spirituale fecondità. Quanto maggiore è la fioritura della verginità, tanto maggiore è la letizia della madre (…) Voi avete già cominciato ad essere quello che noi saremo».
Se il vescovo Cipriano guarda con nostalgia al gruppo delle vergini, ciò vuol dirre che gli stessi sacerdoti imparano dalla vita consacrata cosa significa vivere nel tempio del Signore e cantare le sue lodi.
Ma anche la famiglia umana guarda con nostalgia alla vita delle anime consacrate, perché ciò che il sacerdozio ha conferito loro dovrebbe risolversi in una divinizzazione della loro vita familiare quotidiana e della loro stessa fecondità, e la vita consacrata costituisce, per questo, un incomparabile modello. Quello che chiamiamo “sacerdozio del fedeli” in realtà si realizza, nella sua perfezione, nella vita consacrata.
Osserviamo ancora che, come si è visto, la Sacra Scrittura insisite sulla lode del Signore, che sempre risuona nella sua casa. Questo ci suggerisce che il tratto fondamentale che dà il suo proprio carattere alla casa di Dio – in primo luogo al tempio, ma anche al monastero e, per riflesso, anche alla casa familiare – è il perpetuarsi della preghiera liturgica.
È essa, infatti, che mette in contatto vissuto la dimensione terrena, in cui ci troviamo per natura, con la dimensione celeste, a cui accediamo con la fede e la grazia divina.
Per fede sappiamo, infatti, che Gesù è con noi tutti giorni fino alla fine del mondo, e che con noi sono anche Maria, gli angeli e i santi.
Vi è un episodio nella Bibbia in cui il servo del profeta Eliseo è terrorizzato dalla vista dei soldati che perseguitano il suo padrone, finché il profeta non gli apre gli occhi e gli mostra un immenso esercito di angeli che combatte per la loro difesa (2Re 6, 15-17). Ma di questo mondo divino che ci accompagna noi non siamo coscienti, perché i nostri occhi sono accecati dalle luci di questo mondo. In modo analogo, le luci del giorno e le luci artificiali delle città di notte, ci fanno credere che tutto il mondo sia ridotto a quello che ci sta davanti, e dimentichiamo che la terra è un punto minuscolo sperduto in un oceano infinito di stelle.
Se la liturgia domenicale nel tempio ci risveglia alla realtà divina, San Benedetto ha regolato la giornata in modo che la presenza del mondo celeste abbia una sua solida e concreta realtà nella nostra vita quotidiana. I prolungati e regolari tempi della preghiera comunitaria pongono le realtà divine nella nostra giornata con la stessa regolarità inesorabile dei pasti. Così avviene che fa parte della nostra esperienza viva l`incontro quotidiano con la Parola di Dio e con la storia sacra, che si svolge fino alla fine del mondo. La struttura stessa dell`ufficio divino, che si è articolata e arricchita attraverso i secoli, costituisce una sorta di realtà parallela al mondo profano, a contatto della quale gli occhi si aprono alla realtà divina che ci accopagna e lo sguardo dell`anima penetra attraverso le apparenze di questo mondo e diviene partecipe del progetto di Dio.
Attraverso i secoli questa realtà parallela, che si manifesta regolarmente nel corso della giornata monastica, si è arricchita di tutti i mezzi del canto, del rito, dell`arte ed ha assumto sempre più anche la funzione di Biblia pauperum, cioè di Bibbia aperta a tutti, anche a chi non sa leggere e scrivere – ma, in realtà, tutti abbiamo bisogno della Biblia pauperum. Questa forte presenza della storia sacra che si svolge assieme alla storia profana e, per la sua immensa superiorità, la domina e la dirige, come risplende nel tempio e si imprime nella vita quotidiana nei monasteri, non potrebbe avere il suo posto anche nella vita familiare? Per questo è necessario organizzare, nell’ambiente domestico, una pregniera comune che sia anche una Biblia pauperum, armonizzata con le esigenze della vita di una famiglia.
Ma la famiglia non potrà che ispirarsi, per la propria preghiera comune, alla liturgia del tempio e alla liturgia monastica, la quale, derivata dal tempio, diviene poi fonte e modello.
È, dunque, necessario che nei monasteri si risvegli un nuovo fervore apostolico, che richiami il clero e le famiglie ad attingere alla loro preghiera e alla loro vita.
Il nostro compito, dunque, sarà quello di mettere ampiamente in luce il mistero della vita consacrata, così centrale nel mistero della Chiesa, sia per se stesso, sia come realizzazione di quella vita beata nel tempio del Signore che deve essere modello tanto per la vita sacerdotale, quanto per la vita familiare.

di Don Massimo Lapponi