Unioni civili e matrimonio

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La dizione “unione civile” è stata scelta apposta per evitare di parlare di “matrimoni” tra persone dello stesso sesso. Si tratta, tuttavia, di una scelta tattica, finalizzata a superare le obiezioni di chi ha buoni argomenti per non volere che l’istituto matrimoniale naturale , cioè tra uomo e donna, venga equiparato ad un’unione di altra natura. A parte le dichiarazioni esplicite di quanti affermano che le unioni civili sono un primo passo verso il vero e proprio matrimonio tra persone dello stesso sesso, i caratteri che si intendono dare alle suddette unioni civili mostrano apertamente che il modello a cui si riferisce il disegno di legge è esclusivamente il matrimonio tradizionale tra uomo e donna.
Oltre i richiami ad aspetti tradizionali del matrimonio, quali la mutua fedeltà, la scelta dell’indirizzo comune di vita etc., due aspetti in particolare vanno segnalati quali elementi dimostrativi della dipendenza sostanziale dell’istituto delle unioni civili dal modello offerto dal matrimonio naturale.
Il primo aspetto è la stessa realtà della coppia. Che un’unione civile debba essere formalmente un’unione tra due persone è un dato derivante dal fatto che, in natura, i sessi sono due, sono complementari e hanno finalità che si realizzano sostanzialmente in un rapporto di coppia. Lo stesso uso, diffuso tra coppie omosessuali, dei termini “marito” e “moglie” mostra che la suddetta coppia omosessuale non fa che tentare di imitare la coppia naturale, dimostrando, così, la realtà assolutamente naturale bisessuale che sta alla base del rapporto di coppia che si intende instaurare. Inoltre è tendenza diffusissima quella di assumere, da parte di uno dei due conviventi omosessuali, i caratteri del sesso opposto, sia nell’abito – a partire dall’abito nuziale – sia negli aspetti estetici, fino a giungere a interventi chirurgici finalizzati al cambiamento del sesso biologico. Di nuovo si dimostra che non si fa altro che tentare di imitare il rapporto di coppia naturale, il quale, dunque, si riconosce come originario ed esclusivo. Il fatto che sono ormai diffuse le tendenze all’allargamento delle unioni a forme poligamiche dimostra ancora che la “coppia omosessuale” non è che un’imitazione di una realtà che non può mantenersi una volta eliminato il suo fondamento biologico naturale, e perciò tende a sfaldarsi.
Il secondo aspetto, forse ancora più lampante e certamente più gravido di conseguenze, è la pretesa delle coppie omosessuali ad avere “figli” come le coppie naturali. Questa pretesa – la quale porta con sé il trasferimento, nell’ambito dell’unione civile, di terminologie sostanzialmente proprie delle relazioni naturali, quali “madre”, “padre”, “genitore”, “figlio”, “figlia” – dimostra ad usura che l’unione civile non è altro che una forzata imitazione della famiglia naturale e che, dunque, quest’ultima viene implicitamente riconosciuta come esclusiva e originaria matrice della realtà relazionale che si intende imitare, o piuttosto usurpare.
Ora, un’imitazione forzata del matrimonio naturale non può che costituire delle “coppie di serie B”, che possono avere a carico soltanto “figli di serie B” – e qui si pone il quesito se sia lecito, ammesso che due conviventi accettino di essere una “coppia di serie B” e “genitori di serie B”, imporre a un minore, senza il suo consenso, di essere un “figlio di serie B”. E un eventuale consenso non potrebbe essere legittimamente dato prima della maggiore età.
Per uscire da questa situazione forzata e portatrice di gravi violazioni dei diritti umani dei minori, le convivenze omosessuali dovrebbero radicalmente rinunciare ad ogni assimilazione con il matrimonio naturale, e cioè dovrebbero rinunciare sia all’esclusività del rapporto di coppia e alla relativa terminologia, sia all’assunzione da parte di uno dei due conviventi dei caratteri estetici e biologici dell’altro sesso, sia alla pretesa di avere “figli” a carico – qui non si considera la problematicità delle strategie e delle pratiche che si dovrebbero adottare perché una coppia naturalmente sterile possa avere “figli”.
Può lo stato rendersi garante di unioni fondate su un’imitazione forzata di realtà naturali, la quale non potrebbe non avere i caratteri dell’innaturalità? E può rendere ufficialmente riconosciute unioni che, escludendo ogni riferimento al matrimonio naturale, si presentassero come convivenze non regolabili, aperte, per propria natura, ad ogni possibile forma, a cominciare dalla pluralità dei conviventi?

di Don Massimo Lapponi