Vergine sposa παρθένον μεμνηστευμένην

In questa breve riflessione si vuole dimostrare una tesi che per molti apparirà rivoluzionaria, ma che a me sembra imporsi con la chiarezza propria delle realtà più evidenti, che soltanto una consuetudine plurisecolare ha potuto offuscare per tanto tempo. A mio giudizio, infatti, troppi esegeti leggono il testo del Vangelo dell’infanzia di Luca contaminandolo inconsapevolmente con quello di Matteo. Ora è certo che i due Vangeli dell’infanzia sono assolutamente indipendenti l’uno dall’altro, essendo del tutto da escludere una qualsiasi reciproca influenza.
Quello, dunque, che si vuole dimostrare è che, se leggiamo il testo di Luca senza farci influenzare dal testo di Matteo, appare con tutta evidenza che in nessun modo il terzo evangelista suggerisce che Maria e Giuseppe fossero in una fase soltanto preliminare delle nozze e che perciò – come invece afferma esplicitamente Matteo (1, 18) – non fossero ancora andati a vivere insieme. Come si è detto, l’affermazione esplicita di Matteo non dovrebbe influenzare la lettura di Luca, dal momento che i due testi sono del tutto indipendenti.
Matteo, per indicare la condizione di Maria rispetto a Giuseppe, usa la parola μνηστευθείσης, che gli esegeti traducono “promessa sposa”. Ma Luca usa la parola μεμνηστευμένην (Lc 1, 27), la cui traduzione più ovvia è “sposa” e che soltanto un abusivo influsso del Vangelo di Matteo ha portato alla traduzione ufficiale “promessa sposa”.
Il mariologo René Laurentin, nel suo volume “Structure et théologie de Luc I-II” (Paris, 1964), accetta senza mezzi termini la traduzione “sposa”, pur concedendo che la traduzione “promessa sposa” possa essere “défendable”.
Quelli che “difendono” la traduzione ufficiale “promessa sposa” – e sono pressoché tutti – a quali argomenti fanno ricorso? Gli argomenti sono sostanzialmente due, uno preso dallo stesso racconto dell’annunciazione e l’altro – adottato dallo stesso Laurentin in uno scritto successivo, nel quale mostra, dunque, di aver cambiato idea – preso dall’episodio della visita di Maria ad Elisabetta.
Il primo argomento si fonda sull’accostamento, certamente singolare, delle due parole «vergine sposa», παρθένον μεμνηστευμένην (Lc 1, 27). Come si concilia la verginità con lo stato di “sposa”? Semplice: i due, come suggerisce Matteo, ancora non erano andati a vivere insieme. Ma, come si è più volte ripetuto, qui Matteo non c’entra, e Luca non dice che Maria e Giuseppe non fossero andati a vivere insieme. Come si spiega, dunque l’accostamento dei due termini? La spiegazione si trova nell’immediato seguito della narrazione. Leggiamola attentamente.
Dopo aver salutato Maria, Gabriele, di fronte al turbamento di lei, dice:
«Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. Sarà grande e chiamato Figlio dell’Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine» (Lc 1, 30-33).
Osserviamo un particolare che spesso sfugge all’attenzione. Pochi versetti prima, l’evangelista aveva scritto:
«Nel sesto mese, l’angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, a una vergine sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe» (Lc 1, 26-27).
Come si vede, Giuseppe è detto «uomo della casa di Davide» e, poco dopo, l’angelo afferma che Dio darà al bambino «il trono di Davide suo padre». Il senso delle parole dell’angelo, così come doveva capirle Maria, è chiaro: “Concepirai – futuro – dal tuo sposo un figlio, che, appunto perché figlio di Giuseppe, sarà discendente di Davide”. Ogni altra interpretazione sarebbe assurda. Di chi dovrebbe essere figlio il bambino? Di un altro discendete di Davide attraverso un rapporto adulterino?
Come abbiamo sottolineato, il verbo “concepirai” è un futuro. Se, dunque, i due sposi ancora non fossero andati a vivere insieme, anche la risposta di Maria sarebbe stata al futuro: “Non conoscerò uomo!”. È, invece, del tutto normale che Maria, per esprimere il suo proposito, già posto in atto, di conservare la verginità, risponda con un presente, dal momento che già convive con il suo sposo: «Non conosco uomo» (Lc 1, 34).
Questa frase, nel caso che i due sposi ancora non fossero andati a vivere insieme, non avrebbe senso come risposta all’angelo: “Concepirai” – “Ma io non ho ancora conosciuto uomo”! Se, come Maria doveva desumere dalle parole dell’angelo, si era parlato del figlio come figlio di Giuseppe, l’affermazione: “concepirai” – dunque da Giuseppe – non ammetteva in alcun modo l’obbiezione “finora non conosco uomo”! E se Maria avesse avuto il proposito di verginità, come si è detto, avrebbe risposto con un futuro: “Non conoscerò uomo”, cioè “non ho alcuna intenzione di conoscere uomo, anche quando andrò a vivere insieme a Giuseppe”.
L’accostamento delle parole “vergine sposa”, dunque, si spiega con lo stato verginale nella convivenza sponsale, scelto liberamente da Maria d’accordo con Giuseppe.
Accertato questo punto, che cosa potrebbe far pensare che Luca presupponga che i due sposi ancora non erano andati a vivere insieme?
Ma, come si è detto, Laurentin stesso, in uno scritto successivo, sembra aver cambiato idea e, per dimostrare che secondo Luca, come secondo Matteo, i due sposi ancora non erano andati a stare insieme, porta un altro argomento.
Nell’episodio della visita a Elisabetta, si dice che Maria, «Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta» (Lc 1, 40).
Giustamente, non si dice “entrata nella casa di Elisabetta”, perché il capo di casa era lo sposo, Zaccaria.
Ora, secondo Laurentin, la frase sopra riportata sarebbe parallela a quest’altra:
«Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (Lc 1, 56).
Ora, diversamente dal primo caso, Luca non dice “tornò nella casa di Giuseppe”, ma “tornò a casa sua”. Perché la casa non viene definita con il nome del capofamiglia, come era avvenuto nel caso di Elisabetta? Perché evidentemente Maria ancora non viveva in casa con Giuseppe!
Ma in realtà il parallelismo tra le due frasi è praticamente inesistente, come suggeriscono ragioni grammaticali e ragioni di buon senso.
Nel primo caso, infatti, il soggetto non ha relazioni con il luogo a cui è rivolto il verbo di movimento, e quindi è normale che si indichi la casa con il nome del capo famiglia. Inoltre Elisabetta non è stata ancora nominata, e quindi non si potrebbe usare il corrispondente aggettivo possessivo. Nel secondo caso, invece, il soggetto è la stessa persona a cui si riferisce il termine del movimento di moto a luogo. Inoltre il verbo “ritornare” ha un’analogia con i riflessivi, e si può usare l’aggettivo possessivo riferito a Maria perché la sua persona è stata appena nominata. Viene dunque spontaneo dire che «Maria tornò a casa sua» e non che «tornò a casa di Giuseppe».
Questa ragione grammaticale viene rafforzata, fino a condurre alla certezza, da una considerazione di buon senso. Dato e non concesso che Maria non fosse ancora in casa di Giuseppe al momento dell’Annunciazione, certamente lo sarebbe stata più di tre mesi dopo! Infatti, se la concezione è avvenuta al momento del “fiat”, è ovvio che Maria era moralmente obbligata ad andare subito in casa della sposo. Aspettare più di tre mesi l’avrebbe esposta allo scandalo! Ora il Vangelo dice: «Maria rimase con lei circa tre mesi, poi tornò a casa sua» (Lc 1, 56). Dunque con i segni già avanzati della gravidanza, o prossimi a manifestarsi, ancora non era andata a vivere insieme a Giuseppe?!
Posta, dunque, l’inconsistenza di quest’ultimo argomento, rimane che non c’è alcuna ragione di supporre che, anche per Luca, Maria, ancora non fosse andata a vivere insieme a Giuseppe.
Ma c’è un altro argomento di buon senso che rafforza questa interpretazione.
Quando Elisabetta, accogliendo Maria, loda la sua maternità, né Elisabetta, né Maria mostrano alcun imbarazzo. Ora, appare ovvio che, se Maria non si fosse trovata già a convivere con Giuseppe, Elisabetta non sarebbe stata così disinvolta nel rivelare la sua maternità, e Maria non sarebbe stata così aperta nel manifestarla, ma avrebbe raccomandato il massimo riserbo. Altra prova che, secondo Luca, Maria e Giuseppe già erano andati a vivere insieme e che le parole παρθένον μεμνηστευμένην devono essere tradotte “vergine sposa”, e non “vergine promessa sposa”. Come già detto più volte, la traduzione ufficiale non ha altro appiglio se non l’illegittima contaminazione del testo di Luca con il testo di Matteo.
Da questa chiarificazione esegetica del testo di Luca deriva una conseguenza importantissima.
Appare evidente che, secondo la tradizione seguita da Luca, tra Maria e Giuseppe deve esserci stato il mutuo accordo di conservare la verginità nel matrimonio già prima della concezione verginale di Gesù per opera dello Spirito Santo, accordo perfettamente osservato dopo che erano andati a vivere insieme. In questa situazione, quindi, li trova l’angelo e soltanto tenendola presente il testo di Luca appare perfettamente chiaro e privo di oscurità.
Ma questa circostanza getta una luce meravigliosa sul rapporto sponsale tra Maria e Giuseppe. Giuseppe non è un prestanome più o meno indifferente, come spontaneamente lo immaginiamo. Al contrario, superata, per una grazia straordinaria di Dio, l’antica tentazione di essere simili a Dio, conoscendo il bene e il male (cf Gn 3, 5) – cioè chiudendo al proprio spirito la via dell’amore e della luce divina al fine di essere persone autonome – i due sposi hanno realizzato il progetto originario di Dio, che voleva manifestare agli uomini il suo vero essere attraverso l’amore reciproco dell’uomo e della donna.
Giuseppe ha visto nell’anima di Maria, non offuscata dal peccato originale, il riflesso del volto del Padre, e lo stesso riflesso, se pure meno luminoso, ha visto Maria nell’anima di Giuseppe. Da qui il desiderio di risalire dalla fecondità terrena alla fecondità divina, misteriosamente custodita nel seno della Trinità.
Certamente i due sposi non sapevano che quella soprannaturale fecondità per loro mezzo si sarebbe manifestata in modo meraviglioso nella vita del mondo, ma sentivano che il loro amore non poteva discendere ad una fecondità terrena.
Non sono essi, tuttavia, ugualmente un modello sublime per tutti gli sposi?

di Don Massimo Lapponi

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