Vita consacrata, scuola e catechesi di fronte al problema giovanile

di Don Massimo Lapponi

In due articoli precedenti – https://massimolapponi.wordpress.com/la-crisi-della-scuola-dei-monasteri-e-delle-famiglie-nella-luce-intramontabile-di-san-benedetto/, https://massimolapponi.wordpress.com/lautore-dellortensio-potrebbe-ancora-ispirare-la-teologia-cristiana/ – si era accennato a due diverse, ma complementari, prospettive che, se portate avanti con impegno, potrebbero validamente cooperare da una parte a un rinvigorimento della vita monastica e della sua missione nel mondo e dall’altra ad un rinnovamento, non soltanto teorico, della teologia. Vorrei ora, tenendo conto anche di provvidenziali esperienze recenti, provare a dare qualche indicazione concreta nell’una e nell’altra direzione.
Per quanto riguarda la vita monastica, ho già richiamato il fatto che la sua tradizionale alleanza con la scuola in tempi recenti è sempre più entrata in crisi, e che questa crisi non può non indurci a riflettere sull’esperienza fondamentale del giovane San Benedetto: il suo rifiuto di una scuola che non è in grado di formare realmente la gioventù e la sua creazione di una scuola alternativa.
Il fatto che per secoli la scuola cristiana abbia cercato di infondere nella scuola classica uno spirito nuovo, ha fatto sì che certi difetti fondamentali della scuola del mondo apparissero attenuati, e ciò ha favorito l’adozione di scuole da parte dei monasteri benedettini, o di altri ordini religiosi e claustrali. Ma questo non deve farci dimenticare la traumatica esperienza del giovane Benedetto con la scuola del mondo e il suo significato cruciale per l’essenza stessa della vita monastica.
Ai nostri tempi, in cui ormai la scuola del mondo ha perso pressoché ogni contatto con lo spirito cristiano che per secoli l’aveva segnata, il contrasto tra quella scuola e la “scuola del servizio divino” di San Benedetto appare ormai pienamente in luce, e questo ci suggerisce la possibilità e l’opportunità di fare nuove scelte per riaffermare il valore della vita monastica e la sua missione nel mondo.
Cade propro a proposito un recente articolo pubblicato sul blog di Antonio Benevenuti – che si firma con lo pseudonimo di “Berlicche”. Lo si può leggere tramite il seguente link:

https://berlicche.wordpress.com/2019/03/26/la-felicita-promessa/?fbclid=IwAR0xHo5gnSH2q1RyPWCCH6OvtiB7Gr3WI9mNs6Eo–31FJKfPW4vaaEvI1I

L’articolo riporta il messaggio di un docente di lettere, il quale, citando un testo di letteratura, per altro eccellente, adottato dalla scuola in cui egli insegna, riferisce e commenta quanto il medesimo afferma a proposito dell’aspetto “erotico” del “Decameron” del Boccaccio:

“Oggi che i mutamenti del costume hanno fatto cadere molti tabù, un simile visione può apparire in sintonia con la nostra”. Giusto, pensavo, ora dirà che i problema di oggi è un altro, l’eccessiva mercificazione del corpo, l’uso della sessualità nei mass media ecc… Invece trovo scritto così: “In realtà dietro un’apparente permissività e tolleranza, si celano ancora pregiudizi, oscuri sensi di colpa, distorsioni morbose, e pertanto dalla lettura delle novelle boccacciane possiamo ricavare numerosi spunti per assumere un atteggiamento più spontaneo nei confronti del sesso”. Ecco, mi ero sbagliato. Il problema degli adolescenti di oggi è che hanno troppi pregiudizi verso il sesso e dovrebbero affrontarlo con più spontaneità. Dovrò spiegarlo a lezione, e se qualche genitore venisse a protestare dirò che è un invito presente nel libro di testo.

Chi potrebbe negare che, di fronte ad una scuola simile, il giovane Benedetto ha fatto benissimo a fuggire e a creare una scuola alternativa? Ma attenzione! La scuola creata da San Benedetto non corrisponde a quella che oggi chiamiamo “scuola parentale” o “home schooling”. No! La sua scelta è molto più radicale!
Si dirà che la “scuola del servizio divino” di San Benendetto è stata pensata soltanto per un gruppo speciale di persone, le quali hanno rinunciato radicalmente al mondo. È vero. Ma non si può negare che San Benedetto, quali che fossero le sue intenzioni, ha messo il dito su una piaga che non interessa soltanto i monaci, ma interessa assolutamente tutti. O solo chi ha la vocazione monastica deve rifuggire da una scuola che favorisce la dissoluzione dei costumi?
Cosa fare, dunque?
E qui devo riferire un’esperienza recente, avvenuta nella nostra fondazione in Sri Lanka.
Tra i nostri aspiranti vi è un giovane di ventisette anni che da sempre ha lavorato in parrocchia con bambini e ragazzi, organizzando e dirigendo le varie attività di preghiera, di catechesi e di gioco. Nulla di strano che, anche stando tra noi, si sia messo subito a richiamare bambini e giovani a frequentare la chiesa, a servire la messa, a giocare insieme e ad ascoltare le istruzioni religiose.
Pur approvando il suo zelo, non ho mancato di fargli presente che il monastero non è una parrocchia e che dobbiamo essere fedeli alla forma vita che ci è stata insegnata da San Benedetto. A un certo punto il giovane se ne viene con questa domanda inaspettata: non esiste una “gioventù benedettina”?
Confesso che lì per lì sono rimasto un po’ perplesso. L’esperienza insegna che gruppi come la “gioventù mariana”, la “gioventù lasalliana”, la “gioventù salesiana” sanno tanto di aggregazioni troppo esteriori, il cui spirito di corpo non sempre è positivo. Ma poi, riflettendo meglio, ho pensato che forse in questo caso il suggerimento potrebbe non essere inopportuno. L’ho lasciato fare e una sera mi ha fatto parlare ad un gruppo di diciassette-diociottenni. Ovviamente il giovane faceva da interprete.
Prendendo spunto da un celebre testo di Platone, ho detto loro:
“Immaginate un cuoco e un medico di fronte ad un gruppo di bambini e di ragazzi. Il cuoco dice: ‘Ragazzi, quest’uomo è il vostro peggior nemico! Vi impedisce di gustare i dolci più squisiti, vi tormenta con dolorose iniezioni e vi fa inghiottire medicine amare e disgustose! Sono io vostro amico! Io vi do cibi sopraffini, pasticcini e torte raffinate, liquori e bevande dolci e inebrianti! Cacciate via quest’uomo cattivo e venite da me! Da me troverete la vostra felicità!’. Che ne dite? Chi ha ragione? Il medico o il cuoco? Risposta convinta: il medico! Domando: e perché il cuoco ci tiene tanto a convincere i ragazzi a mangiare i suoi dolci? Dopo un po’ di incertezza alla fine i ragazzi capiscono: perché ci guadagna! Ecco ragazzi! Voi sapete bene che nel mondo di oggi ci sono molti cuochi, i quali vi convincono che bisogna avere quel cellulare, quel motorino, quel tablet, andare a quella festa, stare fuori casa tutta la notte a bere e a divertirsi con le ragazze per essere felici – e perché così loro ci guadagnano a vostre spese! Ma dove sono i medici che, invece, vi dicono la verità e vi conducono ad una vita veramente sana e felice?”
I ragazzi sono rimasti molto colpiti e hanno chiesto di ritornare sull’argomento. Molti di loro sono anche orfani di padre o di madre e perciò sentono più dolorosamente la mancanza di una guida sicura nella loro vita.
Ora noi stiamo progettando di ospitare per un paio di giorni un gruppetto di ragazzi e di far “gustare” loro la vita organizzata secondo gli insegnamenti di San Benedetto: levata mattutina seguita immediatamente dalla preghiera e dalla messa, mattina dedicata al lavoro condiviso per le necessità della casa, in spirito di servizio e di fraternità, pasto comune bene ordinato, ricreazione e poi pomeriggio dedicato ad imparare a leggere bene i testi della messa, a cantare, a conoscere tante cose belle della letteratura, dell’arte, sacra e profana, delle scienze e della loro utilità, anche con l’ausilio dei mezzi più moderni. Cena e preghiera serale con esame di coscienza e spontanea confessione di eventuali difetti personali. Infine riposo nel silenzo e nella pace.
Lo stesso abbiamo proposto di fare alle Benedettine, a una cinquantina di chilometri di distanza da qui, con le ragazze.
Ammettiamo che l’esperimento riesca e che i ragazzi e le ragazze scoprano che questo modo di ordinare la giornata è bello e dà pace, gioia e felicità. Non potrebbero, allora, accordarsi tra loro per metterlo in pratica nella loro vita quotidiana, frequentando spesso il monastero per rafforzarsi nella loro scelta? Ecco, dunque, un bell’esempio di “gioventù benedettina”!
Vi sembra una cosa proprio irrelizzabile? O pensate che le nostre comunità sono così malandate che non saprebbero dare un buon esempio? Se è così, ottimo motivo per convertirsi e riformare con entusiasmo la propria vita comunitaria, con la propsettiva di trasmetterne tutta la bellezza alla nostra gioventù, in cerca disperata di qualche “medico” che la salvi da troppi “cuochi” che vanno in giro.
E ora una parola sulla teologia.
Abbiamo visto che una teologia veramente valida non dovrebbe limitarsi a bei discorsi teorici, per quanto questi siano importanti. Ma come raggiungere l’ideale ciceroniano di dare forma alla vita stessa del popolo? Mi azzardo a dare un suggerimento.
Ancora adesso, grazie al cielo, la maggior parte dei genitori ha l’abitudine di mandare i propri figli al catechismo. Non c’è dubbio che avere in mano, per così dire, la gioventù in quel momento così importante della sua crescita e formazione sia un’arma invidiabile. Ma in che modo la usiamo? Sappiamo bene, purtroppo, che per lo più tutto si risolve in qualche vaga nozione, se tutto va bene.
In questo dobbiamo a tutti i costi cambiare strada! Abbiamo il dovere, davanti a Dio, di non sprecare un’occasione così straordinaria, finché ci è concessa. Ma per questo è necessaria una riforma profonda del catechismo, non, ovviamente, nel senso di dar ragione a quel libro di letteratura di cui si è detto, ma nel senso che le cose che si trasmettono non devono essere pura dottrina teorica, bensì insegnamenti di vita. E qui ancora ci viene in aiuto la scuola di San Benedetto, che non è una scuola di nozioni, bensì una “scuola del servizio divino”. La proposta che abbiamo fatto, della “gioventù benedettina” potrebbe essere illuminante.
Ma l’argomento è così vasto e importante che merita che vi si ritorni ancora con maggiori approfondimenti.