Cento e lode

Pubblicato su Il legno storto il 14 luglio 2010

«Benedetto era nato da nobile famiglia nella regione di Norcia. Pensarono di farlo studiare e lo mandarono a Roma dove era più facile attendere agli studi letterari. Lo attendeva però una grande delusione: non vi trovò altro, purtroppo, che giovani sbandati, rovinati per le strade del vizio.
«Era ancora in tempo. Aveva appena posto un piede sulla soglia del mondo: lo ritrasse immediatamente indietro. Aveva capito che anche una parte di quella scienza mondana sarebbe stata sufficiente a precipitarlo intero negli abissi.
«Abbandonò quindi con disprezzo gli studi, abbandonò la casa e i beni paterni e partì, alla ricerca di un abito che lo designasse consacrato al Signore. Gli ardeva nel cuore un’unica ansia: quella di piacere soltanto a Lui. Si allontanò quindi così: consapevolmente incolto e sapientemente indotto».
Sono celebri le frasi iniziali della vita di S. Benedetto scritta dal papa S. Gregorio Magno. In questi giorni, in cui milioni di giovani concludono i loro esami di maturità e si preparano ad affrontare gli studi universitari, spesso recandosi come S. Benedetto dalle loro relativamente tranquille province nel caos delle grandi metropoli, potrebbe essere opportuno richiamarle alla mente – anche perché proprio l’11 luglio abbiamo celebrato la solennità di S. Benedetto Patrono di Europa.
E qui possiamo chiederci: perché Patrono d’Europa? La scelta poteva cadere su altri: un dotto come S. Tommaso d’Aquino, un difensore dell’Europa dagli invasori come S. Giovanni da Capestrano, un apostolo della carità come S. Vincenzo de Paoli. No: S. Benedetto, il quale, sapientemente indotto, abbandona la città e la famiglia. Cosa ha a vedere ciò con l’Europa? Forse ripercorrere il dramma interiore del giovane studente di Norcia può aiutare a capirlo.
Benedetto giunge a Roma da una famiglia romana e cristiana – la sorella Scolastica è consacrata a Dio fin dall’infanzia. Probabilmente nella sua anima ingenua risuonano le leggende e le storie dell’antica Roma, l’eroismo di Lucrezia e di Camilla, l’eloquenza di Cicerone, il martirio di Papiniano. Chissà cosa si aspetta dagli studi letterari dell’Urbe! Tanto più grande è la delusione: giovani viziosi e sbandati, ai quali gli studi letterari sembrano offrire soltanto l’occasione per soddisfare al meglio le proprie passioni. Da questa gioventù non sarebbe sorto né un altro Regolo né un altro Ambrogio. Certamente nel cuore del giovane Benedetto deve essersi accesa la nostalgia di una Roma diversa e della famiglia romano-cristiana da cui proveniva. Eppure egli non scelse né la politica per riformare la società, né lo studio per riformare la scuola, né il ritorno a casa per salvare la famiglia dalla rovina. Nel suo spirito si accese il desiderio di un orizzonte infinito, la nostalgia di una vita che non aveva mai conosciuto: quella solitudine con Dio che già da due secoli aveva attirato fuori dal consorzio civile folle di anacoreti, di asceti, di vergini.
Un’intuizione, forse parzialmente inconscia, gli suggeriva che la vita civile, la scuola, la famiglia, per non essere travolte dalla barbarie – e soprattutto dalla “barbarie civile” – dovevano ancorarsi a qualcosa di più solido di quanto, anche di meglio, potesse offrire l’umanità: dovevano ancorarsi sulla roccia di Dio.
Che i monasteri benedettini siano stati lungo i secoli rifugio delle scienze, delle arti, dei vincoli sociali è generalmente riconosciuto. Si pone meno l’attenzione sul fondamento che ha dato solidità a questo rifugio: la scelta radicale fatta dal giovane Benedetto di ancorarsi alla roccia di Dio, voltando le spalle a una vita fondata essenzialmente sui soli valori umani, per quanto nobili e dolci. Ed è questa scelta che lo ha reso degno patrono dell’Europa di ieri.
E dell’Europa di oggi e di domani?
Tra gli studenti che frequentano i nostri seminari annuali ve ne sono molti che volentieri ritornano al nostro monastero per riprendere i discorsi interrotti o per avere un aiuto negli studi. In particolare un ragazza del terzo classico mi ha chiesto un consiglio per la redazione della sua tesina e sembra che il consiglio le sia stato utile. Essendo poi nato un certo dialogo tra noi, mentre si attendeva l’esito del suo esame di maturità, le ho inviato la seguente riflessione:

«Chi ha superato l’esami di maturità dovrebbe chiedersi: ma sono matura veramente? E le cose che ho imparato in che misura mi hanno maturato? In che misura mi serviranno per la mia vita? Che cosa ancora mi manca?
«Troppo spesso le scienze, per quanto utili, hanno un difetto: ci distraggono da noi stessi, dagli impegni di tutti i giorni, dai doveri immediati verso chi ci è vicino. Se qualcuno accanto a me soffre nel corpo o nello spirito, non sarà certamente la conoscenza dei logaritmi o della politica internazionale a suggerirmi un comportamento adeguato. Anzi, se mi impazientisco perché la sua presenza inquietante mi impedisce di studiare, vuol dire che quello studio è per me più un ostacolo che un aiuto alla mia maturazione».

A questa riflessione aggiungevo l’annuncio che facemmo nel 2007 per far conoscere il nostro primo seminario per i liceali:

«L’invito a partecipare a questo seminario non è rivolto a tutti, ma soltanto a quei giovani che si sentono seriamente motivati ad una presa di coscienza della propria situazione nella crisi del nostro tempo. Già nel 1862 scriveva il filosofo Alphonse Gratry:
«“Questi consigli non sono rivolti a tutti: nella presente condizione del mondo, pochissimi spiriti sono, o vorrebbero essere, capaci di seguirli. Essi sono rivolti a quell’uomo di vent’anni, spirito raro e privilegiato, il quale, quando i suoi compagni di studi hanno finito, comprende che la sua educazione comincia allora; il quale nell’età in cui l’amore del piacere e della libertà, del mondo, dei suoi onori e delle sue ricchezze trascina e precipita la folla, s’arresta, leva gli occhi e cerca, nell’immenso orizzonte della vita, nel cielo o sulla terra, l’oggetto di un altro amore… Sei coraggioso? Puoi adattarti al silenzio e alla solitudine? Puoi sottometterti in piena libertà a un lavoro profondo e regolare, quel lavoro che gli uomini impongono ai fanciulli, ma non a se stessi?.. Puoi sacrificare tutto, senza eccezione, alla giustizia e alla verità? Allora ascolta”.
«Per rendere più viva l’attualità di questo appello può servire leggere per intero una pubblicità apparsa recentemente a piena pagina sui quotidiani dei nostri giorni – tra gli altri l’Avvenire e l’Unità:
«“C’è un sito che risponde alla domanda piu’ difficile del 2006; DOVE ANDIAMO A CAPODANNO? http://www.capodanno.it. Piu’ di 10.000.000 di accessi. Dal mese di Ottobre saremo on-line con la risposta giusta per voi. Viaggi – Hotel – Agriturismi – Bed & Breakfast – Casali – Feste in Villa – Locali notturni – Discoteche – Ristoranti – Natale e Capodanno nel resto del mondo – Natale e Capodanno a tavola – Ricette tipiche – Consigli dagli esperti sulla tavola – Vini & Champagne – Prenotazione on line di eventi e della vostra festa di Capodanno”.
«Non si vuole dare più importanza di quello che merita ad una semplice pubblicità, ma ci domandiamo: per quante persone, e purtroppo per quanti giovani, la domanda più difficile del 2006 è proprio quella o un’altra equivalente? E non è in gran parte questa pubblicità uno specchio della nostra epoca?
«Dunque il nostro invito si rivolge a quei giovani per i quali la domanda più difficile e più importante dei nostri anni è: come si spiega questo nostro tempo e qual è il mio posto in esso?».

La ragazza mi ha risposto con questo messaggio:

«Quello che hai scritto tocca davvero le corde del cuore…la presentazione del seminario mette in luce una grande verità: il nichilismo che oggi impera nella vita di molti miei coetanei. Io Don Massimo posso soltanto ringraziare Dio di non esserne stata risucchiata e di avere intorno a me amici che condividono il mio stesso pensiero in materia… i nostri discorsi, le nostre lunghe chiacchierate non riguardano soltanto “che cosa facciamo a capodanno??” oppure “dove andiamo questa sera?” ma spesso hanno come argomento tematiche esistenziali che ci spingono a guardarci dentro… a volgere lo sguardo nel nostro animo… al giorno d’oggi, difatti, molti di noi non vengono educati a coltivare il tempo della riflessione interiore, il tempo “soggettivo”… a concedersi quei due minuti da dedicare completamente a se stessi… questo mi rende molto triste perché la grande potenzialità che ognuno di noi giovani possiede si trova ad essere impoverita… non conoscevo Alphonse Graty… ora voglio informarmi su di lui perché quello che ha scritto mi ha molto colpito! Don Massimo dovrebbe essere diffuso il tuo articolo! perché non lo fai pubblicare??!!???»

Poco dopo si è saputo l’esito del suo esame: 100 e lode! Gioia, complimenti a non finire. Ma a me premeva che questa gioventù, che tanto ci consola della desolazione imperante e alla quale dobbiamo un’immensa gratitudine per la speranza che infonde per l’avvenire, non perdesse il contatto con l’insegnamento di S. Benedetto – scienter nescius et sapienter indoctus – e per questo ho scritto alla ragazza e a una sua compagna, egualmente meritevole, questo messaggio, che è stato accolto con la più grande riconoscenza:

«Carissime,

«ho saputo dei vostri ottimi risultati e vi faccio i miei più sentiti e affettuosi complimenti. Ad maiora! Ora però permettetemi di raccontarvi una storia un po’ tragica. Diversi anni fa – non so neanch’io quanti – abitava qui vicino un camionista di nessuna istruzione, che però aveva una grande ispirazione poetica. Ogni tanto gli si accendeva la scintilla, si metteva in un cantuccio e buttava giù una poesia in dialetto romanesco. Non tutte riuscivano altrettanto bene. Un giorno me ne dette due delle più belle e io gli promisi di farle pubblicare. Però, come spesso capita, non me ne occupai più per mancanza di tempo. Un giorno però accadde la tragedia. Il camionista, trovandosi in mezzo a grossi problemi finanziari e familiari, si impiccò, in un casale qui vicino. Allora mi prese il rimorso e inviai le sue poesia alla rivista “Lazio ieri e oggi” e la più bella la pubblicarono. Mi è venuto oggi il desiderio di inviarla proprio a voi due, forse perché siete quelle con cui ho avuto più confidenza. Eccola:

QUANNO TE SENTI GRANDE

Quanno te senti grande e pe’ la testa
l’idea te passa d’esse già quarcuno
fatte ‘na passeggiata ar cimitero,
tra l’ammalati drent’a ‘n ospedale,
tra le baracche ‘n dove c’è la gente
che ar monno vie’ sortanto pe’ sta male.
Pensa che quer gradino ch’hai salito
poggia sull’amarezze de chi ha dato
senza riceve mai più che sventura.
E ringrazia ‘sta tera, la natura,
li morti, i sofferenti, i derelitti,
ringrazia tutti, dico proprio, tutti.
Se a tanto arrivi e senti drento ar core
che tutto devi a tutti, sei ‘n signore,
e ‘n ciai bisogno de dì: “so quarcuno”.
Chi sei te lo dirà ‘no sguardo amante,
dorce, er saluto de tu fijo stesso,
lo specchio dove vedi pe’ riflesso
un omo amato da ogni conoscente.
Se questo l’hai capito sei quarcuno;
e se nun l’hai capito nun sei gnente.

Giorgio Tallone

«Scusate per questo velo di malinconia sulla vostra legittima gioia. Spero che non vi dispiaccia».

Certamente non dispiacerà alle due giovanette che si ricordi loro che esiste qualche cosa di più importante dello studio e che S. Benedetto ha insegnato all’Europa di ieri di oggi e di domani che solo su questo indicibile “qualche cosa” si reggono la civiltà, la scuola e la famiglia.

di Don Massimo Lapponi

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