Un testo classico ingiustamente dimenticato sul celibato ecclesiastico

di Don Massimo Lapponi

In questi giorni, anche in seguito al Sinodo sull’Amazonia, è tornato di moda – come avviene periodicamente – parlare del problema del celibato sacerdotale, e, come d’abitudine, ritornano argomenti già innumerevoli volte addotti contro il voto di perpetua castità. Questo fatto riporta alla più viva attualità un episodio che vide protagonista un grande pensatore cristiano più di cent’anni fa. Già allora si parlava con molta libertà di questi argomenti. Infatti la moderna rivoluzione sessuale non è affatto incominciata negli anni sessanta del Novecento, come generalmente si crede, ma essa era, invece, presente e viva già alla fine del XIX e all’inizio del XX secolo. In questo clima arroventato, nel 1907 il pedagogista Friedrich Wilhelm Förster (1869-1966) pubblicò la prima edizione del suo capolavoro “Sexualethik und Sexualpädagogik”. Il Förster, educato nel positivismo agnostico, ma con alti ideali di moralità, dopo una lunga maturazione spirituale, nel 1906 aveva abbracciato la fede cristiana, in una forma di protestantesimo nutrita dei classici del cristianesimo, da sant’Agostino a Tomamso da Kempis. Egli si trovò, dunque, molto vicino alla sensibilità cattolica, tanto che, nel suo volume sull’etica sessuale, fece, tra le altre cose, una profonda e motivata rivalutazione del celibato ecclesiastico e della vita di totale consacrazione.

Questa difesa, di lui protestante, dei voti religiosi, in primis il voto di castità, gli attirò vivacissime critiche da parte dei molti e molto aggressivi paladini della modernità laica. L’abbondanza e la violenza delle critiche lo spinsero a pubblicare, nel 1909, una seconda edizione del suo libro, quasi triplicata rispetto all’edizione originale, nella quale l’illustre pedagogista rispose soprattutto agli argomenti contrari alla verginità consacrata, cosicché essa risalta specialmente come geniale apologia del celibato ecclesiastico. Niente di più attuale, dunque, sebbene il volume sia stato, con il tempo, ingiustamente dimenticato. Gli argomenti usati contro di lui, infatti, non si distinguono nella sostanza da quelli usati anche oggi dagli avversari del celibato sacerdotale e ad essi il Förster risponde con una profondità e originalità che non è dato registrare in anni a noi più vicini. In particolare, un lungo capitolo, “L’indispensabilità dell’ideale ascetico” – in cui si dimostra, non solo la convenienza, ma anche la rigorosa necessità, per una civiltà sviluppata come la nostra, della presenza di uomini e donne che abbraccino la perfetta castità – per il suo eccezionale valore, suggerisce che, se l’autore fosse stato in piena comunione con la Chiesa Cattolica, per quella sola pagina avrebbe meritato il titolo di Dottore della Chiesa. Non per nulla il Beato Mons. Fulton Sheen premise all’edizione americana dell’opera del Förster – dal titolo “Marriage and Sex-problem” – una prefazione caldamente elogiativa.

Il volume fu pubblicato anche in Italia nel 1911, dalle edizioni S.T.E.N. di Torino, con il titolo “Etica e pedagogia della vita sessuale”, nella traduzione di L. E. Bongioanni.

Viene qui riportata la prefazione alla seconda edizione, nella quale l’autore spiega i motivi che lo hanno spinto a riscrivere e ad ampliare il suo volume. In questa pagina, quando egli parla «dell’assoluta necessità degli esercizi e ideali ascetici», si riferisce al voto di perpetua castità proprio del sacerdozio cattolico e della vita consacrata. Come viene accennato nel testo, l’autore rileva che vi è un così stretto legame tra l’etica monogamica e l’ideale ascetico della perfetta castità che, cadendo l’uno, finisce per cadere anche l’altra. Il Förster sottolinea anche il fatto che gli uomini del suo tempo ancora non potevano vedere quali sarebbero state le conseguenze della riforma dell’etica sessuale promossa dalle avanguardie, ma che dopo qualche generazione esse si sarebbero manifestate in tutta la loro virulenza. Questo aspetto “profetico” del libro lo raccomanda in modo speciale alla nostra generazione. Esso, infatti, appare scritto più per i posteri che per i contemporanei.
L’intero volume, nell’edizione italiana del 1911, può essere scaricato tramite il seguente link:

http://www.orsinionline.it/Foerster/Etica_e_Pedagogia.pdf

La traduzione inglese del capitolo principale del libro, “L’indispensabilità dell’ideale ascetico”, si può leggere tramite il seguente link:

https://massimolapponi.wordpress.com/the-indispensability-of-the-ascetic-ideal/
Etica e pedagogia della vita sessuale

di Friedrich Wilhelm Förster

Prefazione alla seconda edizione

Com’era prevedibile, la prima edizione del presente libro al suo apparire fu fatta segno a numerosi e vivaci attacchi da parte dei radicali. Fra essi acquistò una larga notorietà specialmente la replica del dottor Goglielmo Marcuse. Ora, non pochi dei miei lettori supporranno che la presente edizione ampliata sia da me dedicata in primo luogo ad una polemica a fondo con quest’avversario. Ma chi ha letto il lavoro di Marcuse capirà perché io debba rinunciare del tutto ad una discussione con lui. Infatti in quell’opuscolo si ribattono le mie convinzioni etico-sessuali solo con asserzioni, promesse ed interiezioni affatto generiche, e con due paginette di stampa si cerca d’iniziarmi nel modo di vedere sociologico ed evoluzionistico applicato all’etica, modo di vedere che per anni ed anni fu per me oggetto di speciale studio, e che io, appunto per averlo studiato a fondo, riconobbi come un ben incerto e inadeguato fondamento per la coscienza. Del resto l’intero scritto non è che un violento attacco contro la Chiesa cattolica, e sopratutto contro le idee fondamentali del cristianesimo; ed è l’attacco di un uomo che non ha la menoma nozione dell’essenza della religione cristiana, e che parla in modo veramente deplorevole di cose che stanno affatto al di fuori della sua competenza. Valendosi della nota letteratura unilaterale e superficiale della così detta Aufklärung (Lecky, ecc.), e frugando in tutti gli angoli del passato della Chiesa in Europa, egli mette insieme alla rinfusa un cumulo di abusi, di depravazioni e di brutalità, e considera tutta questa roba con l’occhio del medico specialista delle malattie nervose, avvezzo già per se stesso a vedere nella vita umana sopratutto i fenomeni anormali. E tutti quegli abusi ed eccessi sono da lui messi innanzi come il contenuto essenziale di un’evoluzione civile di cui nessuno tuttavia può contestare la grandiosità e la ricchezza; e nel far ciò egli dimostra una così assoluta incapacità di comprendere, che si è costretti a dire: Chi vuol vedere le cose a questo modo, chi può considerare tutto quanto lo sviluppo della civiltà cristiana come un semplice delirio, come un annebbiamento e una perturbazione mentale dei popoli europei, chi pensa che le meraviglie inarrivabili dell’architettura medievale, la ricchissima fioritura di tutte le arti ed industrie, l’incomparabile spirito di sacrifizio, la letteratura piena di vita, la profonda e schietta festosità di quei tempi non abbiano alcuna connessione con la vitalità spirituale che la Chiesa cristiana seppe infondere in ogni cosa; chi pensa che tutto questo non sia affatto una testimonianza della virtù creatrice della Chiesa nel campo della civiltà; chi pensa a questo modo… ebbene, si tenga pure la sua opinione. Danno non ne può fare, perché è troppo lungi dalle vere forze d’impulsione della vita, per poter esercitare una qualsiasi profonda influenza. I libri di questo genere si leggono… e si dimenticano. Abusi si possono scovarne e raccoglierne dappertutto, e specialmente dove un’dea veramente elevata e un’istituzione grandiosamente concepita intraprende la rigenerazione di una civiltà degenerata, o penetra in mezzo a masse di popolo ancor vergini affatto d’ogni civiltà; per la quale opera è pur sempre forza che ricorra alla cooperazione di quelle stesse energie umane che vuole elevare e educare. Che cosa avrebbe saputo fare l’etica «evoluzionistica», di fronte alle masse disorganizzate e inorganizzate del periodo delle invasioni barbariche e dei primi tempi del Medioevo? Grande scandalo destò poi la cosiddetta tendenza «cattolicizzante» del mio scritto; non di rado si è fatto di me senz’altro un «cattolico ortodosso». Tutto questo dimostra unicamente quanto poco libero sia il pensiero della più gran parte degli uomini, allorché in mezzo all’odierna lotta dei partiti e delle confessioni si trovano di fronte ad un libro che rende giustizia agli avversari (1), ed anzi afferma che da questi avversari molto si può e si deve apprendere, perché essi appunto nel campo in questione hanno dalla loro l’esperienza dei secoli. In tutti questi anni ho potuto raccogliere interessanti esperienze riguardo all’incredibile parzialità di molti campioni della ricerca «senza preconcetti»: per costoro è senz’altro un dogma che tutte le cose sostenute dalla Chiesa cattolica sono assurdità, morbosità e superstizioni; essi non sanno affatto concepire come un uomo imparziale possa appunto dall’esperienza concreta, dalla ricerca senza preconcetti, e dalla seria meditazione nel campo della scienza pedagogica, essere condotto ad approvare certe concezioni della Chiesa romana come conseguenze inevitabili di ogni profonda conoscenza dell’anima e della vita. A chi non è cattolico tale assenso è semplicemente vietato; per lui la verità deve cessare là dove incomincia il cattolicismo; qui egli non deve approvar nulla, a costo di non essere più preso sul serio nel campo scientifico. Questo è l’«itinerario obbligato» del moderno radicalismo. Chi non vi si attiene, chi per serietà scientifica e per onesta convinzione vuole e deve esser giusto, viene denuziato come «oltramontano» e messo così nell’impossibilità di nuocere. Tutto quello ch’egli avesse ancor da dire è già bell’e giudicato.
Un’eccezione tipica a questo riguardo era il testè defunto professore Paulssen, il quale in un articolo pubblicato sulla «Woche» dichiarava di consentire senza riserve al mio modo di vedere, ed anche al mio accenno ai Santi della Chiesa antica, a questi eroi del rinnegamento di sé, accenno che fu uno dei punti più presi di mira; egli scriveva a tale proposito: «Anch’io sono convinto che noi pure viviamo ancora di questi tesori».

È da notare altresì che le disapprovazioni grette e partigiane si levarono solo nel campo radicale, mentre i critici protestanti trovarono nel libro tanti punti comuni con le loro convinzioni morali e religiose, che il mio particolare atteggiamento rispetto a certe istituzioni e concezioni cattoliche da nessuno di loro, quasi, fu giudicato con tono aggressivo, o tutt’al più da qualcuno dell’ala radicale.

Del resto, se si tien presentete quanti elementi cattolici abbia conservrato la Chiesa anglicana, non si vede davvero perché ai crisliani del continente debba soltanto esser concesso di accostarsi sempre più alla «sinistra» nell’interpretazione del Cristianesimo e nel perfezionamento dei suoi mezzi educativi, e non di portarsi anche una volta al lato opposto, e di là rivedere e integrare la posizione dei riformatori. Ora, avendo io studiato in tal senso le condizioni d’una vera educazione del carattere, e appunto per un’epoca qual è la nostra, sono venuto nella ferma convinzione che la pedagogia religiosa protestante avrebbe molto da imparare dalla grande conoscenza dell’anima ed esperienza della vita che la Chiesa cattolica possiede; e potrebbe rimettere in onore più d’una cosa che un eccessivo ardor di riforma fece un tempo rigettare. Forseché la Riforma è infallibile? Chi si occupa sul serio e in modo veramente concreto dei problemi dell’educazione del carattere, arriva inevitabilmente ad esigere siffatta revisione dei metodi protestanti di cura delle anime; appunto come dal lato pedagogico deve criticare a fondo l’attuale pedagogia religiosa cattolica.
Nel presente rifacimento ho dato una motivazione ancor più profonda ad alcuni punti del mio libro ch’erano stati specialmente attaccati a causa della loro «tendenza cattolicizzante»; e prima di tutto, al punto dell’assoluta necessità degli esercizi e ideali ascetici in una civilizzazione cosi altamente progredita dal lato materiale com’è la nostra. Prego i miei egregi avversari di volere in tal questione rendersi ben conto che il semplice fatto dell’essere un dato indirizzo o modo di vedere sostenuto anche dalla Chiesa cattolica romana non basta ad impugnarne la verità e la necessità civile. È dunque proprio del tutto escluso che questa Chiesa nel corso di tanti secoli di cura delle anime abbia potuto scoprire certe profonde necessità pedagogiche e civili, che anche i non cattolici debbono ammettere, sol che si addentrino sul serio nel profondo del problema psicologico ed etico a cui tali necessità si riferiscono?

Ho cercato di sostenere le mie affermazioni relative all’ascetismo non dal punto di vista deduttivo-teologico, ma da quello induttivo-psicologico, vale a dire con una serie di considerazioni sulle basi psicologiche ultime di quel che chiamiamo carattere. Fra l’altro ho cercato di dimostrare che v’è una quantità di rigorose e logiche esigenze etiche (fra cui, per es., il divieto dei rapporti sessuali illegittimi) alle quali in molti casi (per es., quando la moglie sia affetta da morbo incurabile) non si può effettivamente soddisfare se non con un alto grado di forza ascetica e d’ascetico esercizio. In molti casi la vera monogamia impone una grande astinenza. Perciò lo spirito dell’ astinenza ha assolutamente bisogno di aver particolari santificazioni e modelli nel campo della vita. Ed io affermo che la moderna avversione per l’etica monogamica dipende in non piccola parte dal fatto che molte persone difendono bensì ancora le rigorose esigenze dell’etica monogamica, ma pur troppo hanno messo affatto da parte il principio ascetico a ciò necessario. Ora, l’uomo che questo principio non riconosce nella sua essenza e che perciò è privo dell’aiuto educatore che da esso gli verrebbe, non ha alcun’energia sicura e matura per frenar la sua vita istintiva, e di più non vedrà alcun vero senso nei grandi sacrifizi a cui dovrebbe in tal campo astringer se stesso. Perciò nella moderna concezione della vita, ed anche in molti protestanti di liberi sensi, il principio della rigorosa monogamia se ne sta là isolato, come un’ultima colonna che attesta ancora la magnificenza d’un edifizio crollato; e non è un caso che in tal cerchia di persone si facciano alle volte, riguardo a quest’ultimo resto di severità, concessioni molto strane, o regni per lo meno una grande incertezza.

Ch’io non intendo propugnare il «disprezzo della natura» e lo «strozzamento degl’istinti», ma soltanto la subordinazione delle potestà naturali alle potestà dell’anima, perché la natura stessa si mantien salda solo in quanto sia obbediente allo spirito, questo io l’ho già espresso in modo così esplicito nella prima edizione, che non mi par proprio il caso d’intavolare una polemica contro i molti che svisarono il mio modo di vedere su questo punto. Chi assolutamente vuol fraintendere, troverà sempre a ciò appiglio bastevole.

A certuni non vuol entrare in testa che tutta quanta la moderna letteratura mirante ad un nuovo ordinamento dei rapporti sessuali, dalla prima all’ultima parola non è effettivamente altro che una misera, benché passeggera, aberrazione, utile forse soltanto come istruttiva illustrazione degl’incredibili pensamenti a cui giungono anche uomini di sveglio intelletto e di buone intenzioni, allorché in queste gravi cose si affidano del tutto al lor proprio pensiero, e unilateralmente attagliano la soluzione del problema solo a quei bisogni che al lor meschino campo visivo appaiono più immediati.

L’antico modo di vedere riguardo a questi problemi appare oggi a molti come un sogno lontano e sbiadito, come alcunché di radicalmente sorpassato, che non poteva prosperare se non in un ambiente di pregiudizi, di tenebre e di schiavitù, e che ora deve scomparire dinanzi alla trionfante e arrogante sicurezza del pensiero nuovo. E c’è persino qualche difensore ella tradizione, che in segreto chiede a se stesso: «Che proprio io non combatta per una causa perduta?». Qui non possiamo dir altro che questo: Da lungo tempo tutte quelle moderne teorie sarebbero state riconosciute senza vitalità e sepolte sotto le beffe, se non perdurasse tuttora, anche nelle cerchie radicali, l’influsso della maestà degli antichi ordinamenti, impedendo così la chiara visione delle reali conseguenze che necessariamente scaturiscono dall’«etica nuova». Ma sol troppo presto verrà il tempo, in cui anche i pazzi e i ciechi torneranno a riconoscere che vi sono delle verità eterne, che nessuna sapienza d’un giorno può impunemente sopprimere, e che risorgono più potenti che mai appunto quando più clamorose si levano contro di esse le grida di morte.
So benissimo che il modo di vedere da me difeso contraddice a quasi tutto ciò che il pensiero moderno considera già come una conquista sicura del progresso spirituale. Il presente libro sarà perciò fatto segno ad acerbi attacchi; come l’acqua ribolle stridendo e fumando allorché viene a contatto col fuoco, così il pensiero terreno non può a meno di ribellarsi ogniqualvolta s’incontra con la rigorosa concezion cristiana della vita. Ma appunto alle realtà della terra e della stessa natura umana il pensiero puramente terreno non basta; e ciò diverrà tanto più manifesto, quanto più andrà estendendosi la sua influenza esclusiva; sinché gli uomini torneranno ad accorgersi che solo dai pensieri che molto alto s’elevano al disopra della vita terrena, vien la forza vivificatrice e liberatrice capace di dominare tutti i lati della realtà.

Zurigo, marzo 1909

(1) L’Autore parla qui in modo affatto generale, non già riferendosi al suo caso personale, ché egli anzi è ben lungi dall’essere del cattolicismo un avversario nel vero senso della parola; e lo dimostra il suo ultimo libro “Autorità e libertà” (S.T.E.N., 1910), da lui dedicato a sua padre «apostolo della conciliazione e della pace». Sono autorizzato da lui stresso a fare questa dichiarazione. Il Traduttore.