Un invito ai giovani a studiare e sviluppare il pensiero di Augusto Del Noce

In questi giorni ho avuto l’occasione di rileggere, credo per la quarta volta, una della opere considerate “minori” di Augusto Del Noce (1910-1989). Si tratta del volumetto, a forma di dialogo con il filosofo Ugo Spirito (1896-1979), pubblicato dalla Rusconi nel 1971 con il titolo “Tramonto o eclissi dei valori tradizionali?”.
Esclusa la parte scritta da Ugo Spirito, la parte di Del Noce si estende per 243 pagine di formato ridotto. La data di pubblicazione, il carattere piuttosto divulgativo della collana “problemi attuali” in cui l’opera si inserisce e la stessa misura relativamente ridotta del libro suggerirebbero che si tratta di una scritto di circostanza, e perciò marginale nella produzione di un autore che vanta tomi di ben altra consistenza.
Ma questa prima impressione viene a cadere alla lettura attenta di un volume che, invece, a mio giudizio occupa un posto in qualche modo unico nell’opera di Del Noce. Esso ha, infatti, il pregio di raccogliere in un numero limitato di pagine pressoché tutto il suo pensiero. E ciò non è poco per un autore che ha spaziato in ambiti vastissimi con una profondità e un’erudizione capaci di disarmare il lettore più equipaggiato.
Effettivamente, se il libro è di mole ridotta, la sua lettura è, però, tutt’altro che facile. L’autore, infatti, ha cognizioni così estese da dare l’impressione di eccedere la misura dell’umano, e il problema è che egli, con un’ingenuità disarmante, sembra presupporre che il comune lettore condivida la sua stessa erudizione. Più volte ritorna il rinvio ai più svariati autori e contenuti come se fosse scontato che si tratti di dati universalmente noti. Assai spesso, invece, il rinvio richiederebbe una ricerca apposita su tracce poco frequentate e di difficile consultazione.
Ciò spiega come ad ogni successiva lettura, a distanza di molti anni e intervallata da nuove esperienze e acquisizioni, ci si senta come in presenza di un volume nuovo, che sveli prospettive mai prima sospettate. E, sebbene di tante pagine si abbia l’impressione di capire meglio il senso, su alcune rimane ancora qualche perplessità, che non si sa se sarà dissipata alla prossima lettura.
Ma ciò che colpisce più di ogni altra cosa è il fatto che un volume scritto quasi cinquant’anni fa, per i suoi aspetti fondamentali sembra scritto oggi, tanto che ci sarebbe ben poco da cambiare, se non forse certi tempi verbali che dal futuro andrebbero riporati al presente.
È forte il rammarico che un personaggio di tale levatura non sia più tra noi e che, perciò, non sia possibile confrontarsi con lui, sia sulla situazione presente, sia sugli aspetti della sua opera che richiederebbero ulteriori approfondimenti e probabilmente anche qualche revisione, proprio per rendere ancora più rigoroso il suo pensiero.
“Ars longa, vita brevis”, dice il proverbio, e veramente sembra che la vita di intenso e appassionato studio di una mente geniale non dovrebbe cocludersi, soprattutto quando non si vede chi potrebbe continuarne l’opera con la stessa vastità di cognizioni e profondità di visione.
I resoconti riassuntivi che a volte si fanno del suo pensiero non potranno mai sostituire la sua vigorosa e coinvolgente – anche se faticosa – prosa, che avanza con sicura determinazione attraverso la trama infinita dei misteriosi destini spirituali del mondo moderno e contemporaneo.
Infatti, una caratteristica del suo pensiero è di riportare la filosofia, senza farle perdere i contenuti più propri, a stretto contatto con il costume quotidiano e con la vita politica delle nazioni, e di riportare, a sua volta, la vita politica e di costume alle sue radici nascoste, in quella sfera che egli stesso definisce “meta-politica”.
In particolare, Del Noce non cessa di denunciare l’accettazione pressoché universale di un’errata interpretazione della storia contemporanea che condiziona in modo assolutamente determinante non solo le scelte politiche, ma anche quelle morali e teologiche. In una pagina, che – si badi – riasle al 1971, egli scrive, con impressionante chiaroveggenza:
«Abbiamo visto (…) come sia inadeguata la comprensione filosofica della storia contemporanea. Questa inadeguatezza fonda lo iato tra i partiti politici e la realtà effettuale. Così, c’è una destra per cui principale avversario presente è il totalitarismo comunsita, un centro che vuol combattere insieme pericoli rivoluzionari e pericoli reazionari, una sinistra che agita il pericolo della “reazione fascista”. E nessun partito si accorge che la minaccia ora incombente è un totalitarismo di tipo diverso, che in gran parte già si è realizzato. La democrazia come ideale vorrebbe significare un regime in cui ogni individuo possa sentirsi fine dell’intero ordinamento sociale; ma poteva costruirlo soltanto nel presupposto della presenza della stessa coscienza morale comune a tutti gli uomini; per cui la maggioranza, non deviata da interessi particolari, poteva esprimere un giudizio morale sicuro. Presupponeva, cioè, il “sacro”. La realtà presente, invece, in ragione dell’eclissi del sacro, manifesta una pluralità contraddittoria di posizioni morali. Allora effettivamente avviene che il criterio della maggioranza si risolve nel dominio degli eterodiretti; di coloro cioè che sono diretti dall’industria culturale, vera scuola di ignoranza (per la “non” dotta cultura come contrapposto della “dotta ignoranza”; la grande scoperta dell’industria culturale è che “l’ignoranza si può insegnare”) perché insegna le valutazioni separate dalle premesse che le fondano. E l’individuo, anziché sentirsi fine, non può sopravvivere se non facendosi mezzo, con l’adeguarsi ai gusti della maggioranza. Ma questo aspetto della falsificazione della democrazia non è che un aspetto della falsificazione generale» (pp. 264-265).
L’errato giudizio sulla storia contemporanea denunciato da Del Noce è la confusione tra il riconoscimento di valori meta-temporali, che sono appunto il fondamento del “sacro”, e la difesa di privilegi temporali e classisti acquisiti. Da questa confusione di realtà del tutto eterogenee deriva, poi, l’attribuzione della responsabilità dei “fascismi” del Novecento a un generico “spirito conservatore” che, per paura del cambiamento e del “senso della storia”, avrebbe scatenato due guerre mondiali e forme aberranti di totalitarismo “di destra”.
Da questo giudizio storico deriverebbero la condanna dell’ordine morale tradizionale nella politica e nel costume e una nuova forma di modernismo in teologia.
In realtà la seria ricerca storica ha dimostrato che fascismo e nazismo sono ambedue facce – per altro molto diverse tra loro – non della tradizione morale e religiosa, bensì della “rivoluzione totale” in atto, con modalità tra loro contrastanti, nella storia contemporanea.
Senonché l’industria culturale, di cui parla Del Noce, ha fatto sì che la sola enunciazione, almeno come ipotesi di ricerca storica, di detta interpretazione sia sentita come inaccettabile, e sia perciò interdetta. Possiamo qui ricordare come Renzo De Felice (1929-1996) – che, al seguito delle indicazioni di Del Noce, aveva condotto una ricerca storica chiarificatrice sul fascismo – dovesse essere accompagnato alla sue lezioni dai carabinieri, per essere difeso dalle minacce di studenti etremisti. E, del resto, la stessa opera di Del Noce, che meriterebbe di essere ancora riproposta e approfondita per dissipare la nebbia che incombe sulla mentalità più diffusa, non è, invece, sempre più ignorata?
Certamente a rendere poco accessibile l’opera di De Noce contribuisce il suo dettato complesso ed estremamente esigente – per le ragioni che si sono dette. Ma sarebbe realmente meritorio che giovani adeguatamente equipaggiati affrontassero l’ardua impresa di approfondire il suo pensiero e far sì che esso non sprofondi nell’oblio insieme alla generazione che è ormai sulla via del tramonto.
A chi si sentisse animato a questa meritoria impresa, vorrei suggerire due correzioni-approfondimenti che, a mio giudizio, si dovrebbero apportare all’opera dell’illustre filosofo, proprio per fedeltà alla spirito della sua ricerca.
La prima riguarda il concetto di “ateismo positivo”, o “postulatorio”, che Del Noce fa derivare – giustamente – dal razionalismo, inteso come negazione pregiudiziale del soprannaturale e di ciò che esso implica per la situazione dell’uomo, cioè dipendenza e peccato, e nello stesso tempo come esigenza di un senso superiore nella vita e nella storia dell’uomo.
A questa spiegazione, di cui non intendo affatto negare la validità, a mio giudizio manca un elemento fondamentale, che è sfuggito a Del Noce e senza il quale tutto il suo discorso diventa estremamente faticoso. Come si spiega l’esigenza dell’ateismo positivo di mettere insieme, in modo contraddittorio, la negazione del soprannaturale e il mantenimento di un senso superiore alla vita e alla storia umana, che dovrà riacquisire le qualità che l’umanità aveva alienato in Dio? La spiegazione è talmente semplice che, per la sua stessa semplicità, è rimasta inavvertita.
Basta richiamare un dato essenziale della filosofia di Hegel – sul cui ruolo centrale giustamente Del Noce ritorna insistentemente: Hegel è un teologo e la sua filosofia non è che una trasposizione, in termini razionalistici, della teologia trinitaria cristiana, e in particolare della cristologia. Ora, quale dottrina cristiana suggerisce che Dio si trasformi in un’immanenza mondana se non la dottrina dell’incarnazione, intesa in forma eretica? È proprio questo il passo che fa Hegel, presentando l’incarnazione di Cristo come la morte del Dio trascendente – “il Venerdì Santo speculativo” – e la risurrezione del Dio immanente. E Feuerbach, nella sua riforma dell’hegelismo, non enuncia l’esigenza, da parte dell’uomo, di riacquisire i caratteri alienati in Dio alla luce del mistero di Cristo razionalizzato, in un’opera dal titolo emblematico: “L’essenza del cristianesimo”? Dunque alla base dell’ateismo moderno – l’ateismo positivo, opposto all’ateismo negativo e pessimista tradizionale – vi è la teologia crisiana, e in particolare la cristologia, senza la quale esso risulta incomprensibile.
Se questo fatto, così evidente, è sfuggito a Del Noce, vi è un altro aspetto in cui, a mio giudizio, egli fa alcune affermazioni almeno parzialmente contestabili.
Nel volume a cui facciamo ora riferimento, Ugo Spirito propone un concetto di scienza che vorrebbe essere nuovo rispetto a quello più diffuso. Egli afferma che la scienza non deve essere ristretta ai modelli fisico-matematici tradizionali, ma deve avere un’apertura a tutta la realtà, tanto da poter sostituire le stesse discipline metafisiche e teologiche, a suo giudizio inficiate da particolarismo, con una visione universale. Di fatto egli non riesce a far altro che ad affiancare alla scienza fisico-matematica le scienze psicologiche e sociologiche, sulla cui esaustività e universalità vi sarebbero molte obiezioni da fare.
Ma Del Noce, con la giusta intenzione di denunciare l’inevitabile riduttivismo del modello proposto da Spirito, finisce per mortificare indebitamente lo statuto della scienza. Se egli ha ragione a considerare illusoria la sostituzione della scienza alla metafisica e alla teologia, non ha però ragione a ridurre la scienza ad una pura ricerca di dati, con una finalità rigorosamente utilitara, senza alcuno spirito “contemplativo” e sapienziale-morale.
Se giustamente egli pone l’ultima giustificazione di questo spirito in una visione propriamente metafisica, ciò non vuol dire che già nella scienza stessa non vi siano almeno i primi presentimenti di essa.
Ma prendiamo un testo dello stesso Del Noce:
«Non domandiamoci ora se l’anima della ricerca scientifica sia la “volontà di verità” o la “volontà di potenza”. Nel primo caso arriviamo a una comprensione-giustificazione universale, che coincide con l’abolizione di ogni atteggiamento valutativo. Nel secondo, l’unico valore che la scienza può riconoscere è l’incremento del benessere, cioè la categoria della vitalità» (p. 310).
Nel 2000 pubblicai un romanzo, “Di generazione in generazione” – di cui dovrebbe presto uscire la seconda edizione – contenente un’appendice, che in realtà è una finta tesi di laurea in psicologia, attribuita al protagonista della vicenda narrata nel romanzo [si può già da adesso leggere il romanzo, completo dell’appendice, tramite il seguente link: https://massimolapponi.wordpress.com/ebook-di-generazione-in-generazione-di-d-massimo-lapponi/].
Senza affatto pensare a Del Noce, nella finta tesi sostenevo posizioni del tutto opposte a quelle riassunte nel brano ora citato – e mi rifacevo proprio a quell’Auguste Comte che occupa un posto così di rilievo nel libro di Del Noce.
Il punto centrale della mia tesi era che la scienza non è affatto così “moralmente neutra” come generalmente si crede e che, perciò, essa è destinata ad essere una potente alleata della verità morale e, conseguentemente, ad essere combattuta dalle ideologie dominanti.
Secondo il mio punto di vista, la “volontà di verità” della scienza non conclude necessariamente ad una comprensione-giustificazione universale, perché, proprio in base ai propri principi, essa deve riconoscere che vi sono ambiti che, se esulano dai suoi metodi, sono però intuibili, e che perciò esigono una collaborazione con altre discipline, quali la filosofia e la teologia. Inoltre il concetto di “benessere”, a cui Del Noce fa riferimento, non può essere ristretto alla sola “categoria della vitalità” – del resto molto imprecisa. Se la scienza deve interessarsi del vero bene dell’uomo, come potrebbe limitare questo “bene” al un non meglio definibile “benessere materiale”? È evidente che la scienza rivolta al benessere umano – medicina, psicologia etc. – deve porsi il questito, al quale non può rispondere la sola, ma che non può assolutamente ignorare, quale sia il vero benessere dell’uomo. Quale medico o psicologo serio direbbe che il benessere umano è una non meglio precisata “vitalità”, soprattutto se per essa si intende, come sembra fare Del Noce, l’incremento della sessualità?
Nella mia tesi, dunque, prospettavo una necessaria convergenza della scienza, della filosofia e della religione, nel senso che ognuna di esse esige la collaborazione delle altre e che l’apporto della scienza si dimostrerà indispensabile anche nella sfera propriamente morale.
Sembra che i fatti mi abbiano dato ragione. Non è vero, infatti, che la deriva ideologica dei poteri giuridici e politici – di cui un esempio significativo è riferito nel recente articolo di Lucia Scozzoli sul numero del 24 febbraio del corrente anno di questa testata – ha ormai la sfrontatezza di contraddire non solo i dati della teologia e della filosofia, ma anche quelli della stessa scienza?
Questo aspetto della questione – che Del Noce non aveva correttamente visualizzato – rende la scienza un’indispensabile alleata di una sana cultura e di una sana politica e apre la strada a quel reciproco riconoscimento auspicato dalla tesi di laurea posta in appendice al mio romanzo.
Vorrei concludere richiamando la necessità di rimettere in onore l’opera di Del Noce e nello stesso tempo anche di integrarla con approfondimenti e sviluppi.
In particolare, appare necessario correggere la sua visione, troppo limitativa, del ruolo della scienza. Per fare un esempio eloquente, la denuncia che ho più volte proposto, ma che stenta ad entrare nei discorsi comuni, di una androfobia e ginecofobia molto più reali e pericolose della cosiddetta “omofobia”, avrebbe una potente base scientifica, come dimostra proprio l’articolo sopra richiamato di Lucia Scozzoli. Se, infatti, nella legislazione contro l’omofobia si pone come principio che, essendo l’omosessualità un dato naturale, non si può intervenire a correggerla, quasi che fosse una malattia, neanche se ciò è richiesto dall’interessato, non è contraddittorio pretendere che sia lecito intervenire a correggere, fin dall’adolescenza o dall’infanzia, il dato biologico maschile e femminile, anche con pesanti interventi medico-farmacologici e contro i parere dei genitori del minore interessato? Non dimostra, questa pretesa, che la condizione biologica maschile e femminile è considerata non naturale, e, al limite, patologica?
Contro una così palese contraddizione la scienza per prima – proprio per il suo carattere non di neutralità, ma, al contrario, di vera e propria “autorità spirituale” – dovrebbe denunciare l’androfobia e la ginecofobia presenti nei poteri giuridici e politici, che non possono, in tali ambiti, non riconoscere un potere a loro superiore.
A mio giudizio, questa integrazione renderebbe l’opera di Del Noce, già così profondamente suggestiva, ancora più incisiva e attuale.

di Don Massimo Lapponi