EBOOK: PIU’ GIOIA (1909) di Paul Wilhelm von Keppler, vescovo di Rottenburg

Dr. P. G. KEPPLER
Vescovo di Rottenburg

PIÙ GIOIA

Traduzione dal tedesco del
Dott. GIUSEPPE STADERINI
riveduta da D. Massimo Lapponi O.S.B.

Presentazione del Card. Walter Kasper

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Copyright © 2013
Dr. P. G. KEPPLER
Vescovo di Rottenburg
Tutti i diritti riservati

a Sua Santità Papa Francesco
apostolo della gioia

Presentazione del Cardinale
Walter Kasper

Già più di un secolo fa il mio predecessore sulla cattedra episcopale di Rottenburg, il vescovo Paul Wilhelm von Keppler, nel suo libro, divenuto celebre, Più gioia, aveva evidenziato nel mondo moderno un deficit nel sentimento della gioia. Ciò che egli diceva, in quel presunto buon tempo antico, prima delle due guerre che sconvolsero l’Europa e il mondo, è ancora di grande attualità nel nostro tempo, per molti aspetti così diverso.
Oggi, ancora più di allora, quelli che egli aveva definito i «cori e sinfonie di dolore» si fanno sentire e i «pessimisti di professione» sono più attivi che mai, mentre noi stessi sembriamo vittime di una frenesia distruttiva che tutto sminuisce e di tutto sparla. Sui cristiani di oggi grava l’ombra opaca di una generale mancanza di entusiasmo verso la fede e la Chiesa.
Le parole del vescovo Keppler sono tutt’altro che una consolazione a buon mercato. Lui stesso era un uomo di temperamento piuttosto malinconico che conosceva bene i bisogni e le sofferenze di molti suoi simili. Dopo il suo libro sulla gioia, Keppler ha pubblicato uno scritto dal titolo La scuola della sofferenza. Egli sapeva benissimo che gioia è ben altro che baldoria e frivolezza. Come la tristezza di questo mondo (2Cor 7, 10) poggia sull’esperienza di quanto vita e mondo siano privi di prospettive e di solidità, così la gioia è espressione della certezza e della fiducia di essere assistiti da una potenza incrollabile che ci sostiene e ci accetta sempre, anche nelle situazioni che possono apparire del tutto prive di speranza. Già il profeta Neemia aveva incoraggiato il suo popolo, in una situazione drammatica, con le parole: «La gioia del Signore è la nostra forza» (Ne 8, 10).
Il titolo Più gioia suona come eco del triplice grido dell’apostolo Paolo ai fedeli della comunità di Filippi: «State lieti, fratelli!» (Fil 3, 1; 4, 4.10). Tutto il Vangelo è un annunzio di gioia e non di sventura. Ricordarsene è necessario, soprattutto oggi, nell’anno della fede, in cui siamo chiamati a una nuova evangelizzazione. Infatti, solo se pieni di gioia i cristiani possono essere convincenti. Nessuno vuole vivere circondato da lamenti, mentre la gioia non solo è contagiosa, ma è anche fortemente attrattiva.
Sono perciò molto grato al P. Priore Don Eugenio Gargiulo e al P. Don Massimo Lapponi, dell’Abbazia Benedettina di Farfa, per aver curato, con tanto impegno e convinzione, una nuova edizione italiana del volume Più gioia del vescovo Keppler. E sarebbe mio grande desiderio che questa nuova versione italiana donasse a molti lettori, con lo spirito della Pentecoste, più amici e “più gioia”.

Roma, Pentecoste 2013

Cardinale Water Kasper

Prefazione alla terza edizione

Paul Wilhelm von Keppler, nato a Schwäbisch-Gmünd nel 1852, fu vescovo di Rottenburg dal 1898 al 1926, data della sua morte. Fu uomo di grande cultura, studioso assiduo e profondo della Sacra Scrittura e appassionato di arte, che egli considerava parte essenziale della vita cristiana e strumento insostituibile del suo irraggiamento. La sua opera pastorale fu animata da grande carità verso i bisognosi, e soprattutto verso quanti avevano sofferto a causa della prima guerra mondiale e della successiva inflazione. Fu anche attento ai gravi problemi del mondo moderno, che seppe guardare con occhio profetico e con una lungimiranza più unica che rara.
Nel 1909 pubblicò la sua opera più fortunata, Mehr Freude, che fu ben presto tradotta in tredici lingue. La traduzione italiana, con il titolo Più gioia, fu pubblicata a Roma nel 1911. In Germania il volume fu ristampato fino al 1929. Poi i tragici avvenimenti successivi ne determinarono l’oblio.
Circa quarant’anni fa lo riscoprii per vie provvidenziali e, trovandolo di una attualità straordinaria, dopo diversi inutili tentativi – “troppo vecchio!” mi hanno ripetuto fino alla noia diversi editori cattolici – riuscii infine a farlo ristampare nel 1982. Ormai anche quella edizione è esaurita, ma la situazione attuale del mondo, lungi dal rendere obsoleto il messaggio del Keppler, purtroppo invece ne conferma tragicamente la crescente attualità.
Ciò mi ha fatto decidere a pubblicarlo di nuovo, e ancora una volta vorrei ripetere, con entusiasmo e convinzione se è possibile ancora più grandi, l’auspicio già espresso dall’autore a conclusione del suo volume:
«V’han certe specie di alberi che hanno le capsule dei loro semi alate, perché queste non restino giacenti sotto la pianta, ma trasportate dal vento, trovino un terreno migliore. Così possa questo seme di gioia, a cui prego la benedizione divina metta l’ali, da favorevoli venti esser portato per tutte le terre e dappertutto trovare terreno buono e dar frutti, a cento, a mille, moltiplicati».

D. Massimo Lapponi O.S.B.

Prefazione alla seconda edizione

Nove anni fa, trovandomi nell’Abbazia Benedettina S. Giacomo Maggiore di Pontida, mentre aiutavo a riordinare un fondo di libri vecchi ammucchiati in uno scantinato, mi venne tra le mani un volumetto con una bella copertina a fiori rosicchiata dai topi dal titolo Più gioia. Il libro attrasse la mia attenzione e, sfogliandolo, alcune frasi che vi lessi qua e là mi colpirono profondamente. Lo misi da parte e quando ebbi la possibilità di leggerlo ordinatamente vi scoprii una così grande ricchezza di pensiero e di ispirazione, una rispondenza così impressionante ai miei sentimenti e una così viva attualità che veramente incontenibile fu la mia gioia. Quel libro, che, secondo le parole del suo autore, voleva essere come un seme trasportato dal vento per portare ovunque i suoi frutti, trascorsa la prima stagione del suo successo, era rimasto sepolto nell’oblio per chissà quanto tempo. Due guerre mondiali avevano sconvolto la terra dal tempo della sua pubblicazione, e ora, tornando alla luce dopo tanti anni, sembrava non aver perso quasi nulla della sua attualità, anche per chi come me era nato dopo il secondo conflitto mondiale. Segno che il mondo, da allora, nonostante tutto, non aveva cambiato direzione: cattivo segno, dunque, gravido di tristi presagi. Ma tra questi presagi Più gioia portava una nota di lieta speranza. Per questo sentii il desiderio che il seme gettato dal Vescovo di Rottenburg tornasse a fiorire, a diffondersi e moltiplicarsi, per portare ovunque i suoi frutti di letizia e di vita. Ed ecco che, dopo tante difficoltà, per merito del Signor Marcello Coppini di Prato e della Signora Maria Pia Stella Faccini di Roma, Più gioia rivede finalmente la luce. A queste due care persone – che il Signore certamente non mancherà di ricompensare – va tutta la mia gratitudine, come senz’altro andrà quella di chiunque troverà conforto e consolazione nelle pagine di Più gioia. Devo anche esprimere la mia riconoscenza alla famiglia Staderini, erede dei diritti del traduttore, che ha dato senza alcuna difficoltà il suo assenso alla ripubblicazione del volume.
Ancora qualche parola sul testo che presentiamo: Più gioia uscì in tedesco nel 1909; la traduzione italiana è del 1911 Ciò spiega la presenza di alcune pagine oggi un po’ anacronistiche – a mio giudizio soltanto le pp. 76-80 – e lo stile un po’ enfatico, ma del resto poetico ed efficace, del testo italiano. Alla traduzione dello Staderini sono stati portati leggeri ritocchi solo dove era indispensabile.

D. Massimo Lapponi O.S.B.

Una profonda commozione m’assale in questo momento che la mia penna scrive la parola Gioia.
Sento nell’anima come se mille visi di bambini tra i riccioli ondeggianti, rivolgendo a me i loro occhi neri e azzurri, mi pregassero coi tristi sguardi e con le lagrimucce stillanti: «Portacela, ne abbiamo tanto bisogno!».
E dietro a loro spuntano altri visi appassiti, solcati di rughe, nauseati e spenti, e il loro sguardo torbido e ottuso dice: «Non ne parlare, non ce n’è in questo mondo!». Ma essi sono ancora respinti da altri volti rosei, benevoli, raggianti amore, che figgono su me rianimandomi gli occhi splendidi di speranza: «Sì, parla della gioia. Dì a noi che possiamo fare in questo tempo che n’è così povero, per serbarla ed accrescerla a noi e agli altri».
Io ne voglio parlare. Potessero udirmi tutti quelli che credono, che sperano ancora! Potessero cooperare con me tutti quelli che amano la gioia e il genere umano!
Presto le parole scritte in fronte a questo libro non sarebbero più soltanto un augurio, un grido del desiderio.

Il diritto alla gioia

Un diritto dell’umanità così originario qual è il diritto alla gioia, dev’esser dimostrato, accertato? Pure, a me sembra opportuno di porre prima di tutto tale questione, ché troppo spesso nel tempo presente esso è disconosciuto e amareggiato. Un disconoscimento del vero valore della gioia può anche trovarsi là dov’è per essa un febbrile desiderio, una caccia selvaggia. Non pochi vi sono per cui la gioia è come una dolcezza accessoria della vita, come un boccone raro che avidamente s’inghiotte, se ci è concesso gustarne, come la libazione da un calice di nettare che ai ricchi soli è largito, come un ornamento per la vita dei privilegiati. E parecchi si compiacciono di parlar della gioia con supremo disprezzo – dolci per bambini e per signore! – e di comporre il loro volto nelle tristi pieghe del dolore universale, per darsi l’aria di menti superiori o di uomini esperti del mondo. E possono ben esservi anche anime pie, le quali nella loro santa semplicità sentano in ogni gioia una nemica travestita della religione e della pietà, ed assai più numerosi uomini di mondo, molto più semplici di loro, che abbiano un’intima ripugnanza per la pietà e per la religione, appunto perché in esse vedono le nemiche giurate di ogni gioia.
Ma la verità è che la gioia è un fattore ed una necessità, una forza ed un pregio della vita. Ogni uomo ha bisogno di gioia, ha diritto alla gioia. Essa è altrettanto indispensabile per la salute del corpo che per quella dell’anima; così per l’attività del corpo e dello spirito, come per la vita religiosa.
Che la gioia sia per l’uomo quel che il sole per la pianta, non è soltanto un’espressione poetica. Il ravvivante influsso della gioia, l’effetto deprimente del suo contrario è spesso assai manifesto. Specialmente nella vita dei bambini si può osservare come la tristezza mortifica e l’allegrezza tutto illumina e avviva. Nei giorni di malattia l’allegrezza può operare veri miracoli. I savi medici lo sanno e tengono in pregio questa medicina dell’anima.
Il medico inglese Weber fa rilevare come l’educazione di se stessi alla gioia sia un elemento essenziale per una sana condotta di vita; ma la gioia, egli aggiunge, non si può conquistare né conservare senza un rigido sentimento del dovere e la vittoria sulle passioni; e l’aiuto a ciò più potente è la volontà. Ed ecco come egli spiega fisiologicamente l’influsso delle condizioni psichiche sull’organismo: «Gioia e speranza producono un aumento di respirazione, quindi un maggiore afflusso di sangue al cervello e miglior nutrizione delle cellule nervose. La depressione psichica invece diminuisce l’attività della respirazione e del cuore, impedisce l’affluire del sangue al cervello e genera prima disturbi funzionali, poi organici. Così dall’abituale animazione della gioia si ottengono effetti fisiologici e psicologici: dilatazione dei polmoni, alleggerimento del cuore, press’a poco com’è il respiro profondo nell’aria pura dei monti, e con ciò un elevamento di tutta la vita psichica, tale da tener lontane malattie, o da liberarne chi ne è assalito».
La gioia è come un ozono per la vita corporea e spirituale. Colombo e la sua ciurma, già in preda alla disperazione, furono a un tratto dal più pieno sconforto, dal più profondo abbattimento rianimati a nuova vita per il profumo del lauro che dalla terra veniva col vento. Così, spesso rianima e ravviva il profumo della gioia. La gioia vera, che da pura sorgente scaturisce e non è solo gioia dei sensi, ma dell’animo, è un balsamo per la vita ed insieme un’inapprezzabile forza sussidiaria nell’educazione, un impareggiabile aiuto nel lavoro e un importante fattore sociale.
Essa sembra talora raddoppiare le forze, la capacità produttiva dell’uomo; dà nuovo impulso alla sua volontà, al suo genio creativo; lo rende animoso ed impavido. Dalla gioia sono spesso nate grandi risoluzioni e nobili fatti. Essa ci soccorre, scherzando via sulle difficoltà e sulle contrarietà; ci nobilita e ci rende più sensibili al buono, al vero ed al bello; raffrena la inferiore vita istintiva e desta le buone tendenze; dispone alla bontà, all’amabilità, al sollecito aiuto; ravvicina gli uomini, promuove gli scambi sociali e lavora a stringere i vincoli dell’amicizia.
Essa conserva e alimenta l’ottimismo e preserva dal pessimismo. Ed è questo un gran merito; perché ben dice Emerson, che nell’ottimismo risiede la forza, la disposizione buona al lavoro, mentre la disperazione del pessimismo non può essere una musa, e distrugge l’armonia delle nostre forze migliori; i più fantastici castelli in aria costruiti dagli ottimisti son sempre molto più comodi e pratici che non le prigioni ogni dì architettate nell’aria da uomini che sempre mormorano per malcontento.
E non si deve credere che dal punto di vista religioso quest’alto apprezzamento della gioia debba essere essenzialmente modificato o circoscritto alle forme più alte e soprannaturali della letizia. E’ opinione corrente, ma non per questo men falsa, che il Cristianesimo con la sua morale severa, i suoi appelli alla penitenza, la sua dottrina del dolore, anzi la sua concezione della necessità, del valore, dei meriti di esso, non possa non imporre una rinunzia, o almeno un’assoluta indifferenza per la gioia. Dimostreremo più appresso l’erroneità d’un tale concetto. Senza gioia l’uomo non può vivere, ma neppure il cristiano può vivere, neppure chi va per le vie sublimi della perfezione. Certo più grande è il numero dei lieti, dei felici, dei benevoli nella parte religiosa e credente dell’umanità, che tra gl’increduli e gl’irreligiosi; straordinariamente notevole poi è fra i santi. La gioia trova assai più solleciti cultori, più fervidi amici, più abili difensori tra gli scrittori, i poeti, gli artisti credenti e religiosi, che tra i rappresentanti della modernità in arte e in letteratura. La storia della letteratura moderna può additare una moltitudine addirittura spaventosa di odiatori della gioia, di profeti del dolore universale e del pessimismo saliti a celebrità, dal Leopardi allo Schopenhauer, al Nietzsche e ai suoi tristi proseliti. Invece un monaco cappuccino nel secolo XVIII imprese la difesa della gioia contro il rigorismo dei giansenisti che aduggiava la vita religiosa e tutta quanta l’esistenza: Ambrogio di Lombez , il cui Traité de la joie de l’âme merita d’esser letto anc’oggi. Altamente egli pregia il valore della gioia:
«Essa è utile per la virtù, per gli affari mondani, per la società, in breve, per ogni buona cosa (…) Se tu hai la gioia nel cuore, il tuo spirito sarà più fecondo e più vigile, il tuo pensiero più limpido, più vivace la tua fantasia, più contento il tuo cuore, più elevata la tua disposizione d’animo, più gradita la tua compagnia; la tua sanità più costante o certo men debole, la tua pietà più gentile, la tua virtù più pronta al sacrifizio».
«La gioia è utile per gli affari mondani. Col suo aiuto se ne sopportano più facilmente le angustie e si districano le difficoltà; si trova il nodo e agevolmente si scoprono i mezzi che portan dritti allo scopo. Un uomo pieno di cure e di inquietudine non è un buon uomo di affari: tutto è per lui freddo e increscioso; la minima difficoltà lo sgomenta. O abbandonerà presto il suo lavoro, o questo porterà impressa la tetraggine e lo scoramento che domina il suo spirito».
La tetraggine non è stata mai una virtù: lungi dall’aumentare, essa piuttosto diminuirebbe il valore della nostra offerta. «Dio vuole – dice l’Apostolo – che noi offriamo a lui con gioia» (II Cor, IX, 7). Nulla riesce di maggior onore al suo giogo che l’imperturbata serenità sulla fronte di coloro che lo portano.
Nel secolo XIX un oratoriano inglese intraprende la lotta contro il dolore universale dei tempi moderni, lo spleen della sua nazione: F. C. Faber, morto a Londra nel 1863. Nei numerosi suoi scritti ascetici splende quasi una dottrina dell’allegrezza, una dottrina così sana e profonda, che merita bene d’esser qui riprodotta nei suoi tratti essenziali.
Come Goethe chiama la giocondità madre di tutte le virtù, Faber la dice l’atmosfera delle virtù eroiche. «Non si fa torto – egli scrive – alla natura della mortificazione, per cui si distingue la santità nel suo più alto grado, se si afferma che l’allegrezza è uno degli elementi essenziali nella vita spirituale; e frequentissimi sono i casi di persone trattenute nel corso del loro progresso o nella costanza della loro vocazione perché ad esse manca questo spirito di gioia. Si dice che vi sia stata un’epoca nel nostro pianeta, nella quale per la gran quantità d’acido carbonico nell’atmosfera, lo sviluppo della vegetazione era straordinariamente abbondante e rapido. Proprio così avviene nella vita dello spirito, quando tutto vi respira una pura gioia soprannaturale».
Non riesce davvero ad onore della santa virtù della mortificazione pensare o parlar con dispregio della soavità, del balsamico profumo della letizia spirituale. Poiché è la gioia che ci aiuta a serbar sempre verso gli altri un’immutabile dolcezza. «Se noi siamo lieti, nulla ci giunge inopportuno, nulla ci sorprende o ci turba. E per quanto ci sopravvengano inaspettati doveri da compiere, o ci offendano piccole imprevedute contrarietà e ci assalgano tentazioni di abbandonarci alla collera o all’irritazione, tutto ci riesce opportuno. Non v’è alcun’ombra nell’anima nostra, sotto cui possiamo raccoglierci a mormorare; poiché la grazia divina vi domina assoluta, come il sole in una bella giornata».
La gioia soltanto dà quella libertà di spirito, senza la quale anche i mezzi della grazia potrebbero diventare impedimenti, i sacramenti formalità, la devozione scrupolosità, l’ordine una catena di servitù. Non solo la mortificazione non è una nemica dell’allegrezza, ma anzi tutto il suo edificio riposa su di essa, e ad essa mirano tutte le sue severità. «L’amor proprio è la sozzura, la prigionia, la miseria, l’oppressione, il miasma della vita spirituale, e la mortificazione è la liberazione da tutto ciò: qual meraviglia che essa sia così gioconda?».
Se i santi son di spirito così lieto, e frati e suore sono animati da tanta letizia, ciò deriva solo dal fatto che i loro corpi sono, come dice S. Paolo, sottoposti a disciplina e raffrenati con una inflessibile severità ed una energia, a cui però non manca affatto la prudenza. Chi vuol essere lieto, deve prima mortificarsi, e chi è mortificato, possiede già quella pura letizia che deriva dal cielo.
Senza dubbio il dolore è prezioso, ineluttabile, necessario, meritorio, ma non abbiamo alcun diritto di anteporlo in valore alla gioia. «La gioia è il primitivo, l’originario, l’eterno; il dolore non è che una conseguenza del peccato e uno stato temporaneo. Dolore e gioia si armonizzano insieme molto bene nella vita del cristiano: essi trapassano l’un nell’altra e si avvicendano, come s’elevano assidue e s’abbassano l’onde del mare. Vivono insieme, poiché son fratelli; la gioia è la primogenita, e quando il più giovane muore, poiché è mortale, la maggiore ne serba sempre un ricordo così amabile, che esso forma una parte della felicità celeste».
La gioia è la vela della nave, e chi sa manovrarla può prendere anche venti contrari e renderli utili per un più rapido viaggio. La vera e pura gioia è educatrice quanto il dolore, e al pari, anzi più di esso è necessaria.
Vi sono anime nel mondo che hanno il dono di trovar dappertutto gioia e lasciarla altrui partendo. Tutta la loro attività è una continua, spontanea irradiazione di gioia. Anche solo nella loro presenza, nella loro tranquilla compagnia, v’è come una fonte, una riserva di gioia.
«In verità quegli è il più felice, il più grande, il più simile a Dio degli uomini, che ha aggiunto una sola vera gioia al fondo di felicità del mondo» .
Pienamente conforme all’importanza che spetta alla gioia nell’economia della vita umana e di tutto l’uman genere, è la cura della Provvidenza, onde nell’ordine naturale e soprannaturale delle cose mai non vien meno la gioia, e ogni essere può almeno tanto appropriarsene quanto alla vita gli è necessario.
Infaticabilmente prodiga è la natura a produrre gioie, come a germogliar fiori: ogni stagione ed ogni paese ha la sua propria flora. Una vita secondo natura e ragione, ordinata, morale, cristiana non sarà mai priva di gioia: la solitudine e la società, la ricreazione e il lavoro, la preghiera e il culto divino, la fede, la speranza, la carità hanno ciascuna le loro gioie speciali. Una sana e solida cultura può e deve rendere la vita dell’individuo e dell’umanità più facile, più alta, più bella. Arte e poesia specialmente han questa bella missione, hanno un potere che quasi confina col meraviglioso, di «intrecciare nella vita terrestre celesti rose». A questo si può sempre saggiare la sincerità della vita cristiana e del sentimento religioso: essi elevano sempre, non diminuiscono la gioia della vita.
E perciò il problema della gioia in un dato tempo è sempre una questione di coscienza e di civiltà. Tale questione dobbiamo porre per l’età presente.

La gioia e l’età moderna

Viviamo noi in un tempo ricco o povero di gioia?
Sarebbe quasi invidiabile quell’ottimista che osasse affermare la prima cosa; ma non troverebbe molta fede. Mancanza di gioia sino alla desolazione è appunto la nota caratteristica del nostro tempo, la condizione di spirito universale del popolo. Sarebbe facile raccogliere dalla letteratura moderna lunghe geremiadi, interi cori e sinfonie di dolore. Ma vogliamo tralasciarli e vogliamo anche escludere i pessimisti di professione. E ci guarderemo anche dal pronunciar noi stessi il giudizio, poiché un giudizio sul mondo moderno di noi uomini non moderni non troverebbe credito né perdono. Ascolteremo invece su tale questione il parere di alcuni uomini specialmente autorevoli, di quelli appunto che il mondo moderno onora come suoi profeti, o di cui almeno deve riconoscere la competenza.
Difficilmente può pronunciarsi più decisa condanna di quella espressa dall’autore anche troppo celebre de Le basi del secolo XIX, dal Chamberlain, con la seguente energica frase:
«Il bello è quasi del tutto scomparso dalla nostra vita. Non v’è forse in questo momento nessun popolo selvaggio, certo nessun popolo semibarbaro, il quale non possieda attorno a sé più bellezza e più armonia nella propria esistenza, che la gran massa dei cosiddetti civili Europei» (I,32).
Rodolfo Eucken, uno dei più seri ed alti filosofi moderni, ritiene per dimostrata l’insufficienza di ogni civiltà, di cui unica base sia la vita reale (sciolta dalla fede religiosa nell’al di là). «Essa riduce la vita ad insanabili contraddizioni; dalla freddezza d’un mondo senz’anima ricaccia l’uomo in se stesso, e di nuovo dall’angustia, dalla miseria delle relazioni umane vuol che si rifugi nella immensità dell’universo: in nessuna cosa mai una base salda, mai una sintesi universale, mai una vita che compensi tutta la pena e il travaglio, che deve consacrarle l’uomo d’una civiltà altamente sviluppata. Una tale esperienza deve scuotere tanto più profondamente, quanto più grande era la speranza di felicità con cui quella tendenza fu salutata: ma il corso stesso della vita ha distrutto quella speranza e volto ogni cosa al contrario risultato: noi volevamo sicurezza e siam caduti nella incertezza più grande: volevamo l’unità della esistenza e l’abbiamo veduta rompere in mille contrarie correnti; volevamo serena felicità e abbiam trovato amara lotta, pene e cure infinite» .
Egli caratterizza la civiltà moderna, come una civiltà puramente umana, senza una vera cultura dello spirito, e ne dichiara l’assoluta vanità: «Un’agitazione immensa, una perpetua anelante caccia senza riposo, un’appassionata gara per la propria vittoria con l’oppressione altrui; la vita non tanto per sé quanto contro gli altri; la mancanza assoluta di problemi e di impulsi interiori, la povertà di puro entusiasmo, di sincero amore: e con tutte le splendide effusioni d’eloquenza, per-fino nella onestà del lavoro, dominante sopra ogni interesse la cura e il progresso dell’io; e insieme l’uomo co’ suoi piaceri e le sue passioni elevato giudice supremo del bene e del male, del vero e del falso, onde ogni sforzo inteso ad acquistare il favore degli uomini, l’apparenza tra gli uomini. Da tutto insomma risulta, non ostante la mostra pomposa di sublimi idealità e di alte concezioni morali, un’intima falsità e una ripugnante ipocrisia: la superficialità ed il vuoto dello spirito».
«Una civiltà d’orpello – dice egli altrove –, che vuole ad ogni costo sfoggiare e brillare, che sostituisce alla educazione interiore lo sviluppo esterno, che immola ogni intrinseco valore della vita alla pura utilità e perciò inevitabilmente cade nella vana decorazione, nella parvenza, nel vuoto».
Anche più risolutamente s’esprime Federico Paulsen nel suo ultimo scritto : «Pare che tutti insieme si siano disfrenati i demoni per desolare la vita del popolo tedesco». E qui egli fa notare specialmente che quest’educazione moderna, fiacca, priva di carattere, e di esso quindi incurante, significa per la gioventù non un accrescimento, ma una diminuzione di gioia.
«La gioventù presente, prodotto d’un’educazione delicata, molle, cedevole, si sente infelice, oppressa, incompresa, maltrattata, mentre prima il trattamento severo era accolto con tranquillità, anzi lietamente».
Con questi giudizi concordano in sostanza anche quelli di Federico Guglielmo Foerster e di Roberto Saitschick . Il primo designa la civiltà moderna come una civiltà tecnica, a differenza della civiltà spirituale del medioevo, e mostra come essa indirizzi il pensiero e l’anima umana all’accessorio, estranei l’un verso l’altro gli uomini, e con una esteriore ricchezza, tolga loro l’intimo raccoglimento, così da renderli in gran parte più miseri nella vita interiore.
V’è infatti da pensare se tutte le conquiste della civiltà moderna riescano in realtà ad accrescere e consolidare la vita dello spirito, o se non forse, in ultima analisi, portino soltanto all’imbarbarimento e alla privazione d’ogni contenuto spirituale, e contribuiscano al raffinamento materiale e quindi alla degenerazione morale: e il Foerster crede che la miseria e il vuoto della vita riusciranno ancora ad aprirci gli occhi, e ci faranno comprendere che là dove la cura per la vita dello spirito non è nel centro del pensiero, non è possibile alcuna civiltà. E il giudizio del Saitschick suona così: «Non mai l’umanità ha accumulato un così enorme materiale di scienza, e non mai forse gli uomini colti hanno avuto meno conoscenza di quel che agli uomini è necessità suprema. Essi leggono più facilmente nel libro della natura che nell’anima umana, la quale resta per loro un libro a sette suggelli».
Quindi anche l’aspirazione alla felicità, la promessa di accrescere e moltiplicare il godimento del piacere, non conduce allo scopo: si cerca «un terreno eguale di immunità dal dolore, per cui dovrebbe scorrere un sottil rigagnolo di piacere», ma anche tale ricerca, egli dice, è vana.
E tutti questi pensatori concordano in una sentenza: la civiltà moderna, con tutti i suoi progressi tecnici, con tutto l’abbellimento della vita e il miglioramento delle condizioni di essa, con tutto l’accrescimento e il raffinamento dei piaceri, non soddisfa il più intimo dell’uomo, anzi lo immiserisce, lo rende superficiale, gli fa intorno il vuoto, e finisce in un doloroso disavanzo di gioia. Così la vita stessa dichiara il suo fallimento, e resta accertato che essa è malata fradicia nel midollo. Poiché la fioritura di ogni sana civiltà dalla gioia incomincia e si perpetua in essa: dalla sana vita di ogni popolo germogliano spontanee le rose della gioia in abbondanza inesauribile.
Dove sia il gran difetto, è già additato nelle suddette testimonianze. La civiltà moderna è essenzialmente civiltà della vita reale, del di qua, civiltà tecnica esteriore, civiltà intellettuale, e perciò unilaterale, manchevole, insufficiente, vuota di gioia. La civiltà vera dev’essere civiltà profonda, dell’intimo, civiltà dell’anima e del cuore.
«Soltanto se noi avremo in pregio il carattere – dice con piena ragione il Saitschick – più della scienza e del pensiero, il terreno da noi coltivato produrrà una vera civiltà» .
L’eccessivo valore dato all’educazione scientifica, all’educazione dell’intelletto a spese di quella della volontà e del carattere, è la malattia spirituale del nostro tempo e ci ha reso infelici. V’è una parola di Schiller che meritava d’essere più ascoltata: «Per chi è una volta arrivato al punto di perfezionare la sua intelligenza a spese del suo cuore, ciò che v’è di più santo non ha più santità; nulla son per lui l’umano e il divino; l’universo stesso è un nulla agli occhi suoi» .
Nessun dubbio su questo: la tendenza unilaterale alla cultura esteriore, all’educazione dell’intelligenza ci ha fatto trascorrere tant’oltre, che ora ci troviamo come perduti in un deserto, ove cessa ogni vegetazione, ogni fiore. Una educazione che penetri solo nell’intelletto e nella memoria e non nel fondo del cuore e dell’anima, è povera di gioia, perché non può soddisfare l’intimo dell’uomo, non può renderlo felice. Certamente anche le operazioni dell’intelletto, anche le sue conquiste possono essere accompagnate da sentimenti di gioia; ma non sono che gioie riflesse e fredde, fiori di neve. Esse anzi son pericolose appunto per questo, che possono produrre nell’uomo l’interiore irrigidimento della superbia e dell’orgoglio. E se in tale congelamento del cuore viene a morire l’amore, la fede, la vita religiosa, la miseria interiore è completa. Quanto spesso allora accade che l’uomo, nonostante l’alta cultura della sua mente ed il suo immenso sapere, è costretto a quietar la sua fame di gioia con racimoli di piaceri sensuali, anzi bestiali. Poiché l’intelletto tiranno può sì tenere costretti all’impotenza l’anima e il cuore, ma gli impulsi della natura sensibile non può egli da solo domarli; sotto il suo assoluto dominio essi divengono anzi più raffinati e più brutali.
Una malsana civiltà genera la malattia fisica e morale della stirpe umana. Che l’umanità attuale si sente malata si può argomentare anche da questo, che l’igiene, la scienza della salute si compiace di dare un tale giudizio.
Un solo decisivo testimonio ci resta ancora a invocare, dinanzi al quale anche il mondo ha il dovuto rispetto, e che non sopporta contraddizione: la morte.
Esso apre i suoi registri e ci addita i casi, che vi si accumulano a valanghe, di suicidi. Noi declamiamo sull’affermazione della vita, sulla gioia dell’esistenza, sull’entusiasmo della nostra missione, e intanto negli ultimi cinquant’anni i suicidi in Europa sono aumentati del quattrocento su cento (mentre la popolazione non è accresciuta che del sessanta), e solo in Germania ogni anno un esercito di 12.000 uomini ha disertato e fatto getto della vita.
Una più orribile satira contro questa tanto celebrata civiltà moderna non si può pensare. E si aggiunga che la tendenza al suicidio è anche molto più grande di quel che queste cifre lascino supporre: essa è in realtà diventata un’epidemia, e l’Esercito della Salvezza così fertile di risorse ha creato la forma più moderna di previdenza sociale, istituendo a Londra, a Berlino, a New-York, a Chicago, a Melbourne uffici contro il suicidio, per consigliare e convertire gl’infelici che vi son disposti.

Moderni distruttori di gioia

La civiltà moderna non soltanto per le sue condizioni, per la sua stessa essenza, non è favorevole alla gioia, ma anche direttamente in vario modo opera per impedirla e distruggerla. Certo i grandi progressi tecnici, le grandi invenzioni hanno per più d’un riguardo alleviato l’opera del lavoratore, trasferendo alle macchine il compito più grave. Son migliorate le condizioni delle abitazioni e del nutrimento; tutta la vita esteriore del popolo s’è avvantaggiata. Ma il valore di questi come di altri progressi è fortemente diminuito da quell’unica conseguenza che fa sentire il suo fremito in tutte le classi umane, nella vita della società intera, come de’ singoli individui: per tutti questi progressi la vita moderna è diventata una vita ad una terribile alta pressione, ad una tensione quasi schiacciante.
Pare quasi che il vapore, l’elettricità e tutte le forze e gli spiriti della natura costretti in servizio dell’uomo, imprigionati e legati in macchine e fili di ferro, vogliano trarne vendetta, cacciando lui e la sua vita tutta in un’ansia, in un perseguimento febbrile, né mai permettendogli, né al corpo, né allo spirito, riposo.
«Noi – dice il socialista Guglielmo Morris –, siam divenuti gli schiavi di quei mostri, che la nostra stessa potenza creatrice ha prodotto». Questa vita ad alta pressione ha generato una caratteristica malattia moderna, che sopra ogni altra è potente ad uccidere la gioia: la nevrosi o nevrastenia. Tutta la nostra stirpe ne soffre: essa colpisce la vita corporea, spirituale, morale, e getta nella società la tristezza e lo scontento.
Dovremmo qui in particolar modo ricordare le condizioni di vita e di lavoro, nonostante i tentativi di miglioramento e la previdenza dello Stato e della carità, sempre così tristi, che la moderna industria, l’esercizio delle fabbriche e delle macchine han cagionato ad una gran parte del genere umano. «A me sembra che si possa con verità affermare – dice Chamberlain –, che il nostro secolo XIX (e possiamo dir lo stesso del XX) è il più doloroso di tutti i tempi conosciuti, e ciò soprattutto per l’improvviso sviluppo delle macchine».
E non occorre qui indugiarsi a trarre particolareggiate immagini dalla vita di tanti operai e delle loro famiglie. Né v’è bisogno di viaggi di esplorazione attraverso alle gigantesche fabbriche moderne, per imparare a conoscere il deleterio e spesso così desolantemente uniforme lavoro nell’aria tetra delle sale, o nell’ardente atmosfera delle caldaie a vapore, o sotto la raccapricciante musica dei percotenti martelli, delle ronzanti ruote, dei cigolanti telai, delle sussurranti spole. E neanche v’è bisogno di studi speciali per leggere quel che dicono con tanta evidenza tanti volti pallidi e pieni di rughe: tutto essi certo esprimono fuorché la gioia. E non c’è da meravigliarsi. E’ l’industria moderna che in così vasto ambito ha mutato la natura del lavoro peggiorandolo. Ed è una conseguenza tristissima d’un principio che in economia ha così alto pregio, la divisione del lavoro. Certamente i vantaggi tecnici che così si ottengono son grandi, ma più grandi sono i danni psichici e morali. Il lavoro dell’uomo ha perduto la sua anima, il suo valore spirituale; questo lavoro che non può più produrre un tutto, ma resta sempre circoscritto a un’esecuzione minuziosa, ad un singolo minimo particolare, non ha più in sé nulla di soddisfacente, diventa quasi un servigio da schiavo, indegno dell’uomo.
«A parlar giustamente – dice non a torto il Ruskin –, non è il lavoro che si divide, ma l’uomo: esso è spezzato in meschini frammenti di vita, sicché quel poco di forza spirituale che gli resta, non arriva più a fare una spilla o un chiodo, ma è tutto speso a fornire una punta di spilla, una testa di chiodo. Può certo esser utile fare tante spille in un giorno; ma se noi potessimo vedere con qual polvere cristallina si aguzzano quelle punte, polvere d’anime umane, che dobbiamo fare grande sforzo d’ingrandimento a riconoscere, prenderemmo un po’ anche in considerazione certi danni. E il gran lamento che da tutte le nostre fabbriche si eleva, più alto che il fumo dei loro comignoli, da ciò solo deriva, che là dentro noi facciamo di tutto, fuorché degli uomini: noi tingiamo lana, tempriamo acciaio, raffiniamo zucchero, foggiamo stoviglie; ma illuminare un solo spirito vivente, fortificarlo, purificarlo, educarlo, questo non entra nel conto del nostro interesse».
Certamente non soltanto le fabbriche e le macchine han di tutto questo la colpa. Una gran parte ne ha quella forza che vuol penetrare nelle moltitudini lavoratrici come la loro migliore amica, la rappresentante legittima, anzi la liberatrice. Essa ha un interesse crudele a non lasciare che il lavoratore sia soddisfatto. Il suo malcontento è per lei un oggetto di speculazione. Essa sfrutta i malumori, le compresse rabbie, le lagrime degli operai, tutto diventa per lei forza di vapore per le sue ruote, acqua per i suoi mulini. Questi infausti apportatori di felicità nel mondo lavorano sistematicamente a sradicar dalle masse operaie la contentezza, la sobrietà, l’adattabilità a condizioni immutabili; a destare speranze che non possono mai aver adempimento, ad eccitare e irritare sempre più le cupidigie, a togliere fin l’ultimo conforto religioso. La conseguenza certa è questa, che ogni ultimo avanzo di giocondità del lavoro e della vita è ucciso in quelli che se ne lasciano trascinare e traviare. E tutto soffre sotto il malcontento e la mancanza di gioia di questa gran parte del popolo: la fosca nube del suo malcontento aduggia tutta la vita sociale.
«Di rado ci rendiamo ben conto – dice il Foerster – come tutte le nostre gioie siano oggidì offuscate dal pensiero degli esclusi. Il nostro riso ha un che di soffocato, il giubilo più rumoroso ha un che d’artificiale, e in fondo in fondo è più desiderio di stordirci, che vero sfogo di allegrezza. Anche l’uomo più superficiale soggiace a questo potere; anche se internamente egli non è commosso dai contrasti sociali, pure al suo orecchio risuonano i lamenti dalla strada, egli vede facce rigide e ostinate, sente che non prendono alcuna parte alla sua gioia, ed è turbato dai pensieri e dai sentimenti che dietro quelle facce si nascondono. Perché l’uomo è un essere sociale e non un cane che va a rosicchiarsi il suo osso in un angolo; e il consenso degli altri è l’atmosfera vitale di ogni sua gioia: Per poter ridere, dev’essere in pace col più intimo del suo intelletto e della sua coscienza; perché il riso schietto viene dal profondo dell’essere, da lagrime asciugate, da catene infrante, da vittorie sull’egoismo. Il nostro riso diviene incerto, se gli altri restano muti; la gioia è un canto in coro. Oggidì non sappiamo più che sia la gioia; e non la proveremo di nuovo, se non quando il progresso tecnico e l’organizzazione sociale avranno superato la grande crisi dello sviluppo della grande industria, e quando gl’ideali superiori della vita benediranno di nuovo il lavoro comune degli uomini».
Così appare spoglia di gioia in larga sfera la vita del popolo e la vita delle campagne, e assolutamente priva di gioia, con tutta l’esteriore vernice abbagliante, la vita delle grandi città. Se anche esagerata può sembrare ad alcuno la vivace descrizione dell’Emerson, si deve però riconoscere in essa più d’un tratto vero:
«La popolazione delle nostre grandi città è atea, materialistica; non conosce vincoli, né sentimenti di fraternità, né entusiasmo. Uomini non sono, ma fame e sete ambulante, sogni e desideri febbrili fatti carne. E come potrebbero uomini continuare a vivere così, senza uno scopo? Se essi han raggiunto i loro insulsissimi scopi, è solo la calce nelle loro ossa che li tien saldi, non un fine degno. Non si crede più al mondo spirituale né al mondo morale. Si crede alla chimica, al mangiare ed al bere, alla ricchezza, alla meccanica, alla macchina a vapore, alla batteria elettrica, alle turbine, alle macchine da cucire, all’opinione pubblica, ma non alle cause divine».
L’instabilità e la dispersione, l’angustia, il disagio, spesso l’insufficienza, e l’aspetto quasi di carcere delle abitazioni moderne non permettono che fiorisca il benessere e l’intimità della vita familiare, la quale ha del resto nel presente tanti nemici. «La popolazione di una grande città può solo in minima parte mantenere la riservatezza della vita domestica e custodire quei sentimenti e quelle tradizioni che prosperano nell’intimità della casa. Una gran parte della popolazione delle città sembrano dei nomadi industriali, che come gli Arabi svelgono ogni dì la loro tenda e trasmigrano là dove trovano miglior mercato per il loro lavoro e per le loro merci; e una parte purtroppo grande di essi non ha neppur tende che li accolgano: essi albergano, come il caso li accozza insieme, nelle locande, nei dormitori o sulla strada (…) La famiglia romana aveva, simbolo della stabilità, un fuoco sacro ardente sul focolare degli avi; ma quel sentimento d’unità sacra ed eterna difficilmente si può custodire nella cucina di una abitazione in affitto, con i caloriferi d’un albergo od anche con la stufa d’una camera mobiliata» . Dove arde questo fuoco sacro dell’unità e del sentimento della famiglia, quanta gioia spontanea irraggia, che calda e benefica atmosfera crea! Dov’esso è spento, come tutto è freddo e inospitale!

Troppe gioie e troppo poca gioia

Ma come possiamo affermare la diminuzione della gioia, se in realtà piaceri e divertimenti si sono tanto accresciuti e si accrescono in mille modi e forme; se ne aumentano i mezzi e le occasioni, con sempre nuove istituzioni e con l’erezione di nuovi locali appositi; se sempre maggiore ne diviene l’uso e la frequenza? Come s’accordano con la nostra affermazione le gite festive, le villeggiature, le escursioni in montagna, le società di divertimento coi loro programmi di feste, i teatri, le sale di concerto e via via fino agli organetti e ai cafés chantants?
Tutte queste gioie, tutte queste occasioni di gioia sono appunto una prova di più, che all’umanità presente assai manca la gioia.
Per quanto riguarda il popolo, si può solo dir questo: che ci si stringe il cuore e tutto il dolore dell’umanità ci assale, quando vediamo quali gioie gli siano offerte nei luoghi creati apposta per il suo divertimento, e come esso ne goda nei suoi giorni di libertà. Centro ed apice di tali gioie sono l’alcool e la dissolutezza.
Non vogliamo certo dar qui una norma troppo severa, e ammettiamo bene l’attenuante del Lange :
«Molta parte di quel che nei frivoli [e spesso peggiori] piaceri ci appare come gioia rumorosa e insensata non è che la conseguenza dell’eccessivo, rovinoso, schiacciante lavoro, poiché lo spirito, sotto l’incessante martirio del suo travaglio tutto inteso al guadagno, perde la capacità di sentire un godimento più puro, più nobile, più sereno». Ma dobbiamo pure aggiungere con lo stesso scrittore: «Che un tale stato non sia sano e che non possa esser durevole, pare evidente».
Non come un’accusa lo diciamo, ma come un rimpianto: le consuete gioie, che furono utili e sufficienti per secoli a ricreare il nostro popolo e ad abbellirgli la vita, sono ormai divenute troppo frivole per la gran parte del popolo d’oggi: godimento della natura, diverti¬menti e ricreazioni e letture nel cerchio della famiglia, giuochi e canti popolari non son più nulla, nulla più possono valere per lui. Il suo sistema nervoso in parte ottuso, in parte morbosamente eccitato ha bisogno di più acri godimenti. Perciò specialmente l’alcool è divenuto il suo prediletto, il cattivo ingannatore con le due sue mendaci promesse, togliere il peso e l’affanno della vita, e apportare la forza e il piacere. Non siamo già quasi arrivati al punto che il nostro popolo senza alcool non sa più concepire la gioia né un giorno di festa, e che tutte le sue festività culminano nell’orgia? E la vita e la gioia alla fine ne pagano il conto. Dopo tali domeniche e giorni di festa, il povero operaio ed artiere ritorna, con nuova grave diminuzione di forza e di gioia vitale, con la testa e la coscienza aggravata, alla spaventosa uniformità del suo lavoro quotidiano.
Ben oltre la massa del nostro volgo, su su fino alle classi più alte della società, possiamo constatare la giustezza dell’osservazione che dal Hilty è formulata nelle parole seguenti: «Una gran parte dell’allegria mondana nelle persone adulte serve a questo soltanto, a far dimenticare per alcune ore quel che altrimenti non potrebbero sopportare, o che in altre ore le empie di profonda tristezza, spesso sino alla disperazione. Di ciò vivono i teatri, le sale di concerti e altri luoghi di divertimento: non è solo il desiderio del godimento o il sentimento dell’arte che li crea e li mantiene. Il movente reale di tante società e di tante riunioni è quello di sottrarsi alla necessità della solitudine con sé e coi propri pensieri. Per tal riguardo anche l’alcool è una potenza insuperabile; perché esso è non solo un mezzo di godimento, e per molti il godimento è lo scopo della vita, ma è un dissolvitore di cure, il fiume Lete del mondo moderno. E perciò nessuna impressione fanno sui veri suoi seguaci tutte le dimostrazioni fisiche della sua dannosità; essi debbono usarne, anche se fosse un veleno universalmente riconosciuto, non solo perché è un dolce veleno, ma perché porta con sé lo stordimento. Se mai il Nietzsche ha scritto una parola giusta, è questa: La madre degli eccessi non è la gioia, ma la mancanza di gioia».
Altrettanto vero è quel che scrive il Ruskin: «Da per tutto nel mondo la gioia rumorosa è solo con un sottile muro separata dalla muta disperazione».
Nei suoi effetti essa somiglia alla gioia vera; anch’essa accelera la circolazione del sangue, dà splendore all’occhio e più vivo palpito al cuore; ma appunto v’è una circolazione del sangue che è piena di calore e di forza vitale ed un’altra che vien dalla febbre, e in ar¬dore febbrile consuma l’energia della vita.
Anche i divertimenti sociali delle cosiddette persone colte, per quantità di gioia non sono da valutar troppo; troppe menzogne di convenzione e troppa vacuità vi si trova, troppa allegria solo in vernice. «La vita sarebbe ancor tollerabile, ma i divertimenti!» si vuol che abbia detto lord Palmerston. La gran corrente di moda ai ricreamenti della stagione estiva, che era già un privilegio esclusivo delle classi più alte, penetra ora sempre più in basso. La passione pure sempre crescente per la montagna porta certo molte buone conseguenze. Dalla corrotta aria cittadina essa trasporta l’uomo moderno in un’atmosfera, in una società migliore; nel grande sanatorium della natura e della vita alpina. Purtroppo però quanto più simili tendenze penetrano nello sport, nella moda, tanto meno si gode il vero sentimento della natura e le sue schiette gioie; tanto maggiore è il pericolo che anche la pura e libera montagna e la sua gente siano contaminati dalla modernità e perdano la loro allegrezza. Specialmente i viaggi in regioni lontane più famose e più belle rendono molti atoni e insensibili alla bellezza della natura nel piccolo, alle gioie speciali, che matura per noi il suolo natio, se ci volgiamo verso di esso con amore.
Molto bene designa il Walter le relazioni anormali dell’uomo moderno con la natura . L’umanità presente è entrata in un periodo di grave scissione fra civiltà e natura. In luogo della continua convivenza con questa è subentrata la grande città con la sua estensione, con le enormi mura marmoree, con la sua popolazione confusamente addensata. Il lavoro e la vita si svolgono entro le mura del laboratorio, dell’angusta dimora, dell’ufficio, della scuola e via dicendo. Il bambino della città è sempre una pianta artificiale, non un bambino; è una vita umana sviluppata con l’arte ad una maturazione precoce. L’uomo non può impunemente sottrarsi ai godimenti che gli offre la natura. Guai a colui che non ha il sentimento delle sue gioie.
La vera partecipazione alla natura è perduta. L’uomo civile non sa più vivere bene con lei. La sua confidente fraternità con essa è sparita. Il riverente amore della natura, delle sue benedizioni, de’ suoi doni è in gran parte uscito di moda. E quanti cittadini, fuggendo per qualche ora o per qualche giorno fuor delle mura della polverosa città che li rinserra, con una furia, un impeto selvaggio si precipitano verso la natura, come barbari s’avventano sulla pianta in fiore e sulla messe lussureggiante, per saccheggiarla. «Guai, se si sfrenano! – Le escursioni della gente di città in campagna spesso sembrano spedizioni di predatori e deva-statori. Nella forza del contrasto si capisce bene che il cittadino è preso addirittura da una vertigine per la natura, proprio il contrario dell’armonioso sentimento che spira da lei. Ma questo appunto prova sicuramente quanto noi ne siamo estraniati. Guardate tanti cittadini, quando a sera rincasano dalle loro escursioni, carichi d’ogni abbondanza di fiori e foglie: essi vogliono soddisfare il loro grande amore della natura e portar con sé nella loro dimora qualche cosa del suo incanto».
E non parliamo dei campi di grano danneggiati!

Gioia ed arte

Ma purtroppo nella lotta per la gioia sentiamo mancarci anche quei fattori di civiltà che, ricchi di doni e di mezzi speciali, avrebbero appunto la missione di abbellire la vita ed elevarla su ogni tristezza e miseria: l’arte, in tutte le sue forme, in tutti i suoi rami.
Per le arti belle e la letteratura della fine del secolo XIX e degl’inizi del XX non sarà certo un merito nel giudizio dell’avvenire l’aver diminuito, invece d’accrescere, la gioia, l’aver dimenticato la sua missione più bella, quella di rallegrare il cuore umano, di rischiarare del suo sole la vita, specialmente la vita del popolo. E’ vero che una tal missione non le è più riconosciuta. L’arte, secondo l’estetica moderna, dovrebbe essere senza fini, dovrebbe esser fine a sé stessa. Sembra senza uno scopo al mondo disputare su questi nebulosi schemi di un’arte scopo a sé stessa. Che una tal discussione possa ora animare gli spiriti, prova soltanto quanto l’arte sia divenuta estranea alla vita. Poiché la teoria dell’arte senza scopo non è davvero tratta dalla vita, non deriva dalla fervida anima creatrice dell’artista: non è che una vuota astrazione frutto di cervelli esangui di teoretici e di dottrinari. Se rapidamente essa è penetrata nella vita, più rapidamente la vita stessa saprà trionfar di lei. Gli spiriti davvero maestri, quelli che anche il mondo moderno deve riconoscere per tali, hanno un’altra idea, un altro concetto dell’arte.
Già Goethe si lamenta che nelle belle lettere così raramente appaiono le grandi idealità, il sentimento sincero del vero e del buono, l’entusiasmo per la loro diffusione. Che direbbe egli di un’arte e di una letteratura che tali ideali addirittura rinnega? Si può ben invocare la parola di Schiller contro questi negatori di finalità dell’arte, quando nella introduzione alla Sposa di Messina, parlando dell’uso del coro nella tragedia, scrive questa sentenza: «Ogni arte è consacrata alla gioia e non v’è un fine più alto e più importante che render felici gli uomini. Arte vera è sol quella che procura il godimento supremo. Ma il supremo godimento è la libertà dell’animo nel libero giuoco di tutte le sue facoltà». Ed egli continua dicendo quanto ingrata sia la condizione di spirito in cui ci lasciano artisti e poeti, i quali non siano altro che fedeli pittori del reale: appunto l’arte che dovrebbe liberarcene, ci ricaccia nella comune angusta realtà.
In una lettera di Haydn si legge: «Spesso un secreto sentimento mi sussurra: Così pochi son quaggiù gli uomini lieti e contenti; da per tutto ci persegue la tristezza e l’affanno; forse l’opera tua può un giorno diventare una sorgente, da cui l’uomo, pieno di cure od oppresso dagli affari, attinga per qualche istante quiete e ristoro» .
Tali sentimenti hanno in verità maggior valore che non le declamazioni su un’arte che è scopo a sé stessa: esse tornano ad onore dell’artista, a bene del popolo e certo anche a progresso dell’arte.
Naturalmente, per lo scopo di rianimare e rallegrare, né Schiller vorrebbe, né noi vogliamo circoscrivere il dominio dell’arte alla sfera illuminata dal sole della vita e della felicità, sottraendole gli argomenti gravi, la materia tragica. Noi desideriamo soltanto che l’arte, anche quando si volge alla sfera tenebrosa della vita, anche se deve dire cose gravi, rappresentare cose terribili, anche se dipinge in fosco e perfino col sangue, non vi lasci mancare il raggio che rischiara, la parola e l’idea redentrice, onde l’anima di chi legge o mira è ricreata in un’aura nuova di libertà e fatta più ricca e felice. Un’arte che non ha un tal senso, che rifiuta come indegno di sé un tal desiderio, non sarà mai una benedizione per il genere umano e non troverà mai la via per penetrare fino al popolo: con quella sua rinunzia a ogni fine, essa, tenendosi esclusa dal palpito della vita, diverrà malata e decadente.
Certamente v’è anc’oggi un’arte che eleva e ricrea, che è la nobile amica, la benefattrice dell’oppressa umanità, del desolato popolo.
L’arte religiosa, che è specialmente chiamata a questo e ne ha il dono e la grazia, non può mai morir tutta; essa dà anc’oggi molti frutti, nonostante le sfavorevoli sue condizioni di vita. E la bella letteratura solidamente cristiana, che non ha troppo paura del rimprovero ora così comune, d’avere una tendenza, e sa appropriarsi la buona tecnica moderna, pur tenendosi lontana da quel che è malsanamente moderno nel sentimento e nello stile, ci offre sempre nuovi doni, che rallegrano veramente il cuore. La pittura moderna ha fatto molto per dar nutrimento e vita al sentimento e alla gioia della natura. Il paesaggio è il suo figliuolo prediletto. La corrente universale del nostro tempo, l’irresistibile avanzarsi delle scienze, l’acuirsi dei sensi alla percezione della realtà, i progressi della tecnica, l’accrescimento differenziato nel senso dei colori, tutto urge sempre più potente verso il reale. Non sono più ricercate e scelte solo le scene naturali più interessanti o più grandiose: si arriva perfino a preferire nella vita della natura quel che v’è di meno appariscente o poco considerato, quel che è rude od aspro. Le modeste attrattive, la poesia latente dei paesaggi uniformi, delle uguali pianure, dei campi irrigiditi e muti nel ghiaccio e nella neve, delle campagne che si bagnano nella luce meridiana, delle superficie acquee raggianti, dei boschi che, penetrati dal sole, si avvivano di varie luci e bagliori, della nebbia mattutina che s’effonde, della tenue trama di luce che intesse il crepuscolo; son questi gli aspetti della natura di cui l’arte moderna più ama ravvivar la coscienza: tutte cose che assai volentieri salutiamo e che possono avere un benefico effetto.
Una bella tendenza è anche quella dell’architettura, che nell’età presente non soltanto s’esprime con edifici monumentali, ma con intimo piacere e con premura cordiale ha preso su di sé anche il problema di buone case abitabili per il popolo, veri focolari di sana e lieta vita famigliare.
Non piccolo conto poi si deve tenere degli enormi progressi delle arti riproduttive. Esse moltiplicano ora in copie perfettamente rispondenti agli originali e rendono patrimonio comune quanto di migliore e più bello ha creato l’arte in ogni tempo: e così contribuiscono ad elevarci oltre la miseria artistica presente e colmano in certo modo il deficit di gioia proprio dell’arte moderna. Ed è certo un gran bene che si possa godere del tesoro artistico delle età passate! Poiché l’arte e la letteratura moderna in verità non offrono molto che ci rallegri.
L’arte medievale era ardente e pura, lieta di colori e di giovinezza, profondamente sentita e popolare. Ed ora si diffonde piena di iattanza un’arte così gelida e sordida, così insulsa e superficiale che, per dirla con Goethe, dà veramente nausea all’anima. E’ noto il gemito di un visitatore di una moderna esposizione di quadri: «Ah se almeno anche gli occhi potessero vomitar la loro nausea!»
Qui dovrebbe rimanere fuori di considerazione quell’arte e quella letteratura che, come Circe con la sua verga magica, trasforma in porci tutti quelli che han commercio con lei; che in coppe d’argento porge non già patate, come lamenta Goethe, ma gli avanzi dei porci; che, seguace di malvagi istinti, coltiva ciò che è ributtante, vizioso, bestiale, e sparge la sua schifosa bava su tutto quel che è grande e santo; che, secondo le parole di un esteta moderno , «si caccia più volentieri nelle miserie morali e trova un piacere raffinato ad annusare tutt’intorno con sensibilità artificialmente acuita tutte le più lievi sfumature del putridume morale». Una tale arte non uccide solo la gioia, ma l’anima: migliaia di spettatori e di lettori vi trovano la morte. Essa diviene così una corruttrice, una distruttrice del genere umano, e la penna che la serve è in servigio dell’inferno: calamus calamitatum auctor! Un votacessi compie opera più alta di tali letterati e artisti; quegli trae fuori lo sterco, questi l’introducono, finché tutto non è pieno di fetore.
Ma anche quell’arte moderna che è libera di così rovinose tendenze, fa spesso gran guasto di gioia col suo vacuo realismo, col suo pessimismo e fatalismo. Certamente, il realismo moderno, l’accresciuto senso della realtà nuda e sincera ha bene il suo diritto: non è desiderabile l’affettazione, la falsità, la maniera, il belletto. Ma perverso e malsano è questo realismo, quando considera il basso, il volgare, il ributtante, la schiuma della vita, come la realtà massima, per cui ancora vive e a cui serve. E’ dunque la vita umana reale soltanto dove essa è malvagia e vile, e non dove è buona ed elevata? «Dobbiamo noi per esser sinceri, esser brutali, carnali, cinici? E’ realtà la schiuma della vita e non le sue acque più profonde? E’ reale il fango e non la stella? Sono insomma reale e ideale due termini che s’escludano a vicenda, ovvero è l’ideale il più reale dei possessi umani e i migliori interpreti della realtà sono gl’idealisti?» . Il popolo riunisce nel suo pensare, sentire e volere, idealismo e realismo, e solo da un’arte che sappia collegarli si sente soddisfatto, educato, elevato.
Già Goethe creò per una certa tendenza della poesia del suo tempo il nome di «Poesia da lazzaretto» . E così ne parla: «I poeti scrivono tutti, come se fossero malati e il mondo intero un lazzaretto: scontenti essi stessi, si eccitano l’un l’altro a una scontentezza maggiore: e questo è un vero mal uso della poesia, la quale ci è data appunto per conciliare i piccoli dissidi della vita e rimetter l’uomo in pace col mondo e col proprio stato. Ma la generazione presente s’impaurisce d’ogni vera forza e solo davanti alla debolezza si sente a suo agio e in vena di poesia». E come recisamente l’antico maestro condanna fin d’allora tutta la moderna tendenza dell’arte e della letteratura che «mena l’eterna danza di dolore attorno a un piccolo cumulo di miseria», che tripudia nei più sudici e schifosi colori, che s’entusiasma per il frivolo, il vano, l’insulso, che estenua e desola e imputridisce e ammorba di sozzura la vita umana e specialmente la vita del popolo. E Goethe ha ragione. Tutti quelli che, ispirati dal Nietzsche, grufolano senza pietà nella miseria e s’atteggiano a superuomini, sono tutt’altro che eroi; son dei deboli che non possono aiutare né se stessi né altri. Del Nietzsche è pure la bella massima: «Non far getto dell’eroe ch’è nella tua anima»; ma egli stesso non ha seguito la sua massima e i suoi discepoli meno di lui.
Né molta gioia potrà procurare al popolo un’arte che considera il che e il come come una cosa accessoria e con disprezzo, che cura solo la virtuosità della forma e della tecnica. Il popolo non vuole esser nutrito con un’arte tutta forma; esperimenti pittorici, raffinati problemi di luce non lo interessano. Son troppo normali i suoi occhi, troppo incorrotto il suo gusto, troppo naturale il suo palato. Esso vuole un’arte piena d’anima, che non solo all’occhio, ma dia qualche cosa anche al cuore: soltanto elementi tratti dal cuore e dall’anima possono dar fondamento ad un’arte popolare, non colori e parvenze.
S’è veduto quasi il sorgere di una nuova vita nella tendenza democratica dell’arte odierna e s’è ritenuto con certezza che per questa via l’arte con la sua gioia potrebbero ritrovar il modo di penetrare nel popolo. Certo è per sé tutt’altro che biasimevole il fatto che l’arte si rivolga al quarto stato, al proletario, al lavoratore della zolla e della macchina, non altrimenti del romanzo, disceso dai salons al popolo della campagna e tra i lavoratori delle officine. Perché in verità la vita umana non è interessante e degna di descrizione soltanto se scorre con fruscio di seta su lucidi pavimenti o se tra l’onda dei profumi è rallegrata da ostriche e champagne. Ma quel che importa è vedere con quale intenzione l’arte discenda al popolo. Se per trarre dalla sua miseria, dalla fame, dal sudiciume nuovi eccitanti per gli ottusi nervi, non merita davvero lode. Se per accrescere il regno del malcontento, e rinfocolare odio e invidia, la sua opera è delittuosa, ella non è che una demagogia, una anarchica incendiaria. Se invece come angelo di pietà discende a consolare, a elevare, a rallegrare, allora fa opera grande e buona. Ma può farla, solo se nutra in cuore la parola di Leonardo: «Non vi è arte grande, senza vero amore degli uomini». L’arte deve amare il popolo, e l’amore ha radice nel rispetto e nel riconoscimento del suo valore e della sua importanza. Essa dovrebbe imparare anche da Goethe, il quale dice: «Il popolo delle nostre campagne ha sempre conservato una sana energia, e possiamo sperare che ancora per gran tempo sia in grado non solo di fornirci buoni cavalieri, ma anche di assicurar noi da totale decadenza e rovina; esso dovrebbe esser da noi considerato come una riserva, a integrare sempre e ravvivare le forze dell’umanità languente. Andate invece un po’ nelle grandi città, e l’anima vostra sentirà ben altrimenti» . Or bene né rispetto né amore del popolo attesta l’arte moderna, quando sceglie di preferenza e crea eroi proletari epilettici, tisici, crapuloni, e li trasporta nei romanzi o sulla scena, o li eterna sulla tela e nel marmo. Non così davvero si rende il popolo più sano o più giocondo. Bene invece Lorenzo Krapp ci addita le vie sane e schiette della poesia popolare: «Le figure animatrici del canto popolare son re ed eroi, gentili donne e intrepidi guerrieri, figli di re morenti e giovani esultanti nel maggio luminoso». Tale è l’arte che eleva e rallegra il popolo, non quella che gli fa più volgare la vita e gli rappresenta agli occhi moltiplicata la sua miseria. Restaurare al popolo l’arte sana è certo una lodevole impresa; ma purtroppo i tentativi moderni derivano da uomini che non hanno alcuna idea del popolo né de’ suoi bisogni: tutto ciò che è artificiale al popolo non giova.
Quanto l’arte manchi al popolo, quanto scarso ne abbia il godimento, appare nel modo più manifesto dal canto popolare, la cui fonte erompeva già dappertutto così spontanea e potente, ed ora minaccia di inaridirsi.

Gioia e canto popolare

Molti scrittori han disputato se il canto popolare viva ancora o sia morto del tutto. Morto non è, perché non può morire: ma non si può negare che esso non sia più quel che era una volta, e che tragga una vita simile a morte.
Certo il popolo canta ancora, specialmente il popolo cristiano nelle chiese. Qui vive il canto popolare, e sempre intende a intrecciare nella vita del popolo le gioie più nobili ed alte con le sue melodie così piene d’anima, col suo tesoro di antichissimi canti, con accordi e armonie che trovano e additano la via del cielo. Anche fuori della chiesa canta il popolo ancora, ma così raro è quel canto e così strano, che pare ad udirlo quasi la nenia funebre del canto popolare. Questo echeggia ancora qua e là in campagna tra i boschi e nei piani i giorni di festa, e di tratto in tratto ad accompagnare il domestico lavoro: ma in città vive ormai quasi solo nelle bettole e tra i coscritti e i soldati. E che canti!
Non più quelli che ancora trenta o quarant’anni fa si cantavano: ma le canzoni brutali dell’oscenità e dell’ubriachezza, ove più che l’anima del popolo, canta lo sfrenato spirito dell’alcool, fatte d’insulsaggine e di lascivia: canzonacce da trivio, strofette e melodie tolte dalle operette più recenti dei teatri o dei caffè concerti, ripetute sino alla nausea, poi gettate via per mutarle con altre, se è possibile, anche più volgari e lascive. Delle canzoni dei coscritti e dei soldati osservava recentemente un autorevole periodico: «Molte non solo rasentano la trivialità, ma sono affatto triviali».
E come canta oggi il popolo? Spesso con una brutalità così ributtante e quasi sempre con così indicibile tristezza, che ci si stringe il cuore di dolore e pietà per la sua povera anima inferma, che si duole inconsapevole in quel canto. Certamente il canto popolare tedesco ebbe sempre qualche cosa di melanconico: ciò, bene osserva il Foerster , deriva dal fatto che l’anima del popolo nella semplicità della sua intuizione concepisce la vita assai più profondamente e veracemente del cosiddetto uomo colto. Ma questa mestizia dell’antico canto popolare è di ben altra natura: essa scaturisce dal profondo dell’anima, ansiosa ascende per le modulazioni del ritmo e volentieri s’accompagna allo scherzo e alla giocondità e cede ad un riso cordiale. Col canto essa allevia il cuore oppresso e ammonisce chi si rallegra a serbar la misura, sicché la gioia non si tramuti in dolore.
Invece nei miseri avanzi del canto popolare non v’è più né la vera serietà né la schietta allegria. «Dov’è andata l’allegria tedesca?» domanda Ernesto von Wildenbruch. «La Germania era una volta una terra gioconda. Spontaneo v’era il riso e cordiale, come in ogni altro popolo, anzi più che negli altri potente. Oggi nel fremito delle grandi città, che fan plauso allo spirito importato dai saltimbanchi, non si ode più il riso della terra tedesca. All’odor di miseria e di pervertimento sessuale che esala dalla nostra letteratura sociale naturalistica, dalla moderna letteratura femminile, il volto della Germania ha perduto il sorriso: ed ha preso pieghe e rughe nuove, in cui s’annidano il malumore, l’affanno, la stanchezza. Ah se potesse ridestarsi il dormiente, il brav’uomo dal riso schietto e sonoro, il burlone tedesco! Se il nostro popolo potesse riavere ancora il cuore giocondo, il riso di se stesso, e mormorazioni e ingiurie e amarezze e tutto il suo nero umore gettasse via dall’anima in una sana risata, sicché di nuovo imparasse a guardare con libero occhio nel mondo».
Non vive più quel canto popolare che era già col popolo ad ogni passo, compagno di viaggio e di tenda nel suo peregrinare, compartecipe di gioia nelle società e nei divertimenti, consolatore nei dì gravi, e specialmente fido amico e caro aiuto nel lavoro, nel quale appunto era singolarmente prezioso il suo aiuto, a trascorrere con operosità gioconda la vita, e render lieve il giogo del dovere. Nuovi studi assai interessanti han mostrato quanto grande sia stata attraverso i secoli l’alleanza tra «lavoro e ritmo», cioè musica e poesia, alleanza anch’essa consacrata dal Cristianesimo, che fin dai primi suoi tempi intessé nel lavoro una fiorita di salmi e d’inni alleluianti, come l’Apostolo appunto ammoniva (Efes. V, 18 e segg.). E per tutto il medioevo ritmo e lavoro han serbato l’alleanza fedele, a vantaggio del popolo ed aumento di gioia. L’età moderna ha scisso anche questa e non può ancora riuscire a risanarla. La nostra vantata civiltà e cultura, la perpetua affannosa caccia alla vita, l’asservimento di tanta parte del lavoro del popolo alla macchina, il suo imprigionamento nelle fabbriche e tante altre trasformazioni moderne han fugato il canto popolare dal regno del lavoro. In verità non si può considerare come lieve una tale perdita. Quanto con esso ci sia venuto a mancare, può ben farcelo sentire lo studio profondo che con pietà così gentile gli ha dedicato Otto Bökel . Solo chi ha le nausee delle civiltà troppo raffinate o chi ponga ad esso assai leggera considerazione, non trova altro nel canto popolare che un’ingenua specie di divertimento del popolo, o l’infimo grado della poesia non più compatibile con una cultura più elevata. Ma chi mira più profondo, vi scopre veramente il buon genio del popolo. Il suo contenuto poetico è stato assai apprezzato nientemeno che dal Goethe: ma più notevole ancora è il suo contenuto morale educativo.
Come esso prorompe dall’intima vita del popolo, così sulla sua anima più profonda reagisce con naturale potenza, la trascina e l’agita, la redime ed eleva, la consola e ricrea. Esso è tutto pervaso d’un sano ottimismo: anche se vi domina l’affanno e il dolore, alta ascende la sua aspirazione a trasfigurare nella poesia i foschi aspetti della esistenza umana, a risolvere le dissonanze della vita in armonia. Su una forte trama religiosa la sua anima è tutta intessuta di puro e sano sentimento morale; fede sicura in Dio, gioia del lavoro, amore e sospiro della patria, amore di madre e di sposa, sentimento della famiglia, sono le note fondamentali profonde e tenere di quest’armonia: vi si alterna talora il riso dell’umorismo e la più fresca ilarità.
Figlio della natura, da essa sugge il canto popolare la sua miglior forza. Ad essa con tutta l’anima s’abbandona, sa chiudere nell’incanto della parola e del suono le sue bellezze, i suoi fremiti e le sue delizie; e renderle presenti al cuore del popolo. «Le descrizioni naturali della poesia popolare son quasi tutte sfumate con arguta brevità; non toccano che l’essenziale. L’uomo primitivo è tutto vivo e attivo nella natura che lo circonda; non ha quindi alcun bisogno di descriverla a fondo, e può ben esser sicuro che nell’anima dei suoi uditori e compagni di canto pronta e viva ne risorga l’immagine anche solo con pochi energici tratti abbozzata. Perciò la piena bellezza delle descrizioni naturali nel canto popolare potrà essere interamente gustata solo da chi consenta nell’anima con gli uomini primitivi. Chi non può con tutto il suo essere ricrearsi al giuoco di colori delle nubi e al lampeggiante raggio del sole, chi non sente l’anima ebbra di letizia al canto degli uccelli e al profumo dei fiori, non è quegli l’eletto a cui la poesia popolare schiuda il suo più puro incanto; quegli non potrà mai dalle delicate linee della descrizione ritrarre la piena bellezza della viva natura».
E v’è ancora una cosa singolare nel canto popolare: la sua energia, la sua vitalità indistruttibile. Anche in condizioni sfavorevoli esso non cede che lentamente, a passo a passo. Spregiato e bandito, si ritrae sempre più indietro dalla città alla campagna, dalla campagna sui monti: dileggiato dagli adulti, trova ancora a lungo rifugio tra i bambini: superstite a guerre e catastrofi, rinnova di secolo in secolo la sua gioventù. Ma perché ora appunto è presso a morire? Solo dei profondi sconvolgimenti potevano preparargli tal sorte. Non v’è ormai più un popolo che viva in natura, perciò non v’è più un canto popolare.
Alla civiltà moderna resta ancora soltanto la poesia d’arte. «Il canto popolare ama gli angoli secreti e tranquilli, ove regna la quiete e la pace: dinanzi allo strepito dell’età moderna, si ritrae spaventato nella solitudine. Dinanzi al denso fumo delle locomotive, dei camini delle fabbriche, si dileguano i canti del popolò, come già gli elfi al suono delle campane. La civiltà che progredisce ricaccia indietro spaurito l’antico nativo canto popolare. Come timido cerbiatto dal folto del bosco, guata ancora qua e là qualche figlio della musa popolare coi suoi occhi sognanti in un mondo di civiltà stranamente mutato, pieno di fumo, di strepito, d’inquietudine: del resto tace ovunque il canto popolare fra gli uomini moderni».
Ma questa morte, questa sparizione, secondo il Bökel, vuol dire nientemeno che il lento spegnersi dell’intima vita dei popoli e crea una lacuna che tutti i vantaggi della civiltà non possono colmare. Egli crede tuttavia possibile ancora rianimarne la ormai spenta letizia nella società moderna. Che veramente esso possa ridestarsi a vita nuova? Troppa speranza certo non si potrà riporre nel grido di allarme ora lanciato ai congressi, alle scuole, alle società di canto, che da gran tempo se n’erano sdegnosamente allontanate: Salvate il canto popolare! Il male è troppo profondo. Nel mondo moderno vi sono altrettanti nemici del canto popolare, quanti ve ne sono degli uccelli che cantano.
Quel che è innegabile è la reciproca connessione causale: morendo il canto popolare, una buona parte di gioia si dilegua dalla vita del popolo, e, mancando nella vita del popolo la gioia, il canto popolare non può prosperare più. E col canto popolare muore la poesia: entrambi vivono e muoiono insieme.

«An der Glut des Gesangs enflammten des Hörers Gefühle;
An des Hörers Gefühl nährte der Sänger die Glut;
Nährt’ und reinigte sie. Der Glückliche, dem in des Volkes
Stimme noch hell zurück tönte die Seele des Lieds» .

Gioia e gioventù

Ed ora dobbiam venire alla constatazione più dolorosa. Persino la fanciullezza e la gioventù, che della gioia ebbero in ogni tempo il privilegio, a cui la gioia è necessaria come il pane quotidiano, come il raggio di sole al fiore o il polline all’ape, anch’esse ora gravemente ne soffrono la mancanza.
Non se ne può dare una prova statistica. Ma chi per poco s’intenda di psicologia infantile, chi dia un’occhiata un po’ attenta a quel che vive e s’agita in questo piccolo mondo, chi sappia leggere nei volti dei bambini, negli occhi dei giovani, sa che questa è la realtà. Chi sente vivo in cuore l’amore per la fanciullezza e per la gioventù, lamenterà con profondo dolore che così spesso nel tempo nostro, tanto più spesso di pochi decenni addietro, vi s’incontri un’aria disgustata e stanca come d’esperienza consumata, una scontentezza amara, una rozzezza, un’impudenza, una trivialità davvero fuor degli anni, e infine veri misfatti e delitti e suicidi, mentre così rara si trova quella raggiante serenità, quell’allegrezza che sfavilla da occhio a occhio e accende cuore a cuore.
Ma non possiamo davvero meravigliarcene in un tempo, in cui persino la famiglia, questa cellula vitale della società, dello Stato, della Chiesa è in dissoluzione, e per innumerevoli poveri figli non può esser più un asilo protettore, un giardino di letizia. Centinaia di madri povere, perché è la madre che prima merita considerazione, quando si parla di gioia infantile, non han più tempo di occuparsi dei loro bambini; le chiama la fabbrica. Centinaia di madri ricche non han tempo d’avanzo per i loro bambini: esse devono attendere ai «doveri sociali» che rubano il tempo; devono dare alla società l’attività loro, e tenere ora in questo ora in quel congresso un pubblico discorso. Poveri bambini dell’operaio e dell’operaia! Poveri bambini di madri moderne emancipate, conferenziere, scrittrici! Poveri bambini delle grandi città, nella vita dei quali non giunge mai libero il raggio del sole celeste, che mai non son rianimati dal pieno sole dell’allegrezza, e conoscono soltanto gioie passate per i rigagnoli della sozzura, per le cloache della colpa.
Da una infanzia priva o scarsa di gioia, il piccolo cittadino del mondo entra poi nella scuola, e qui un nuovo mondo gli s’apre, purtroppo anch’esso non più ricco di gioia.
La scuola moderna e specialmente la scuola popolare è davvero la figlia prediletta della società moderna. Manifestar dubbi sulla sua perfezione, fare alcuna opposizione al suo sviluppo era sino a poco tempo fa un delitto di Stato, degno della più grave pena ed infamia. Ma di recente si fan sentire, e sempre più numerose, le voci contrarie all’indirizzo della scuola moderna, e non è a dire che vengano soltanto dal campo «reazionario» cattolico. F. G. Foerster nel suo libro così rapidamente diffuso per tutta la Germania Educazione della gioventù muove dall’affermazione che la scuola moderna è una fedele immagine della vita moderna, e ne ritrae tutti i difetti e gli errori. Un tempo l’educazione al Cristianesimo era il punto di vista centrale, a cui tutto era subordinato, a cui tutto si dirigeva come mezzo a fine: una tale unità manca alla scuola moderna. Le manca la cosciente cooperazione alla formazione del carattere, e ciò perché non è ancora del tutto superata quella grande illusione del secolo decimottavo, che istruzione del popolo significhi educazione del popolo, e che perciò l’educazione morale sia un prodotto accessorio della cultura intellettuale.
«Chi conosce la vita, sa quanto poco profonda sia la forza educativa che consiste nel solo sapere, e come questo possa anzi perfino esser dannoso e contribuire unicamente all’orgoglio, se non è per tempo subordinato alla educazione del carattere.
«La vera cultura non sta nel sapere qualche cosa, ma nel conoscerne il fine e la relazione con ciò che è più alto e più importante. Non il saper leggere e scrivere importa, ma che cosa si legga e si scriva. La scuola, che insegna a leggere e scrivere, deve anche avere una retta cura dell’uomo interiore, affinché l’esercizio di tutte le facoltà intellettuali non distrugga appunto quel che si chiama l’intima cultura».
Si capisce, aggiunge lo stesso autore, la diffidenza della Chiesa contro i metodi moderni d’educazione popolare, e non c’è da gridare contro le «tendenze reazionarie» e da esaltare la luce dell’istruzione: tendenze reazionarie sono in fondo quelle appunto, che portan con sé un regresso nell’educazione del sentimento e della volontà, a favore esclusivo del sapere e delle capacità teoriche.
Anche più reciso è il giudizio dell’illustre Hilty nella sua opera tanto letta Felicità (p. 285). «Verrà certo un giorno in cui si rivedranno i conti dell’istruzione scolastica. Domandiamoci un po’: che cosa ci dà la scuola presente, che cosa ci toglie? Essa ci toglie una parte ben grande della nostra lieta giovinezza e della nostra freschezza fisica, ci toglie la nostra fede infantile e la nostra naturale libertà. E ci dà il primo contatto con cattivi uomini e con tristi condizioni di cose. Essa distrugge in noi, per quanto le è possibile, ogni attitudine alla originalità ed al genio. Ci insegna una quantità di cose non necessarie per la nostra vita avvenire, e spesso anche false. Ci dà in compenso un gran numero di cognizioni necessarie ed utili, un contatto generalmente anche utile con altri uomini ed altre classi sociali e finalmente, nel miglior caso, una durevole passione per certe determinate scienze».
Severi giudizi, in parte forse troppo severi. Le accuse più gravi certo non toccano la nostra attuale scuola elementare confessionale della Germania del Sud. I buoni influssi, che in una scuola bene ordinata penetrano il bambino in mille modi, l’educazione dell’anima e del cuore, che anche oggi uno zelante e pio catechista, un maestro di senno e di cuore sa comunicare, appaiono in questi giudizi troppo poco apprezzati o dati solo come eccezioni. Ma una cosa è vera; finché prevarrà quel malaugurato eccessivo apprezzamento dell’educazione della mente a danno di quella del carattere e della volontà, finché si vorrà far entrare per forza nel programma della scuola elementare sempre maggior copia di nozioni scientifiche, finché, per dirla col Ruskin, tutto sarà invaso da «quella follia moderna dell’imposizione e dell’esame», v’è grande pericolo che anche nella scuola ogni valore si dia all’intelletto e alla cultura teoretica, nessuno al cuore e alla educazione del carattere, e che per la sola cultura scientifica si consumi tutto il meglio delle forze, del tempo e delle cure della scuola. E se il cosiddetto indirizzo progressivo – in verità non sarebbe possibile un regresso più vergognoso – riuscisse a bandire affatto la religione dalla scuola elementare, le tristi conseguenze che ne deriverebbero sarebbero tali da fare spavento. In tutto ciò è una minaccia per la letizia del fanciullo: poiché essa non viene che dal cuore, e solo in un carattere buono può metter profonde radici.
E minacciata è la sua letizia, se il maestro e l’educatore – è sperabile che ciò avvenga di rado, ma pure avviene – vivono nell’errore che il bastone sia la bacchetta magica della didattica e della pedagogia, nell’agitar la quale essi ripongano il loro principale ufficio, ed essi in scuola e i genitori in casa lo esercitino a gara. Allora davvero le cose possono giungere al punto che, a furia di percosse, da centinaia di cuori infantili, anzi da generazioni intere sia bandita la gioia, e spento il desiderio d’apprendere, l’impulso del lavoro, l’energia del volere, la fiducia in sé, infine ogni migliore moto dell’animo, nella giovine creatura, nulla più viva e s’agiti, se non l’ostinazione, la rabbia, la malignità, la trivialità. Una tale educazione dev’essere annoverata nella classe delle colpe che gridan vendetta a Dio: è oppressione dei miseri, dei privi d’aiuto e di difesa. Sì, anche la voce di questi maltrattati piccini grida al cielo contro i loro tormentatori, e il Padre che è in cielo li ascolta. Egli farà sentire un giorno a questi assassini della gioia, che l’autorità loro concessa non li autorizzava ad un brutale sfruttamento del loro potere, che il loro compito sarebbe stato di curare queste giovani pianticelle, di fortificarle e portarle su a lieto sviluppo, non di avventarsi su di esse con colpi insensati, finché l’ultimo bocciolo fruttifero non fosse distrutto, e perduto l’estremo fiore di gioia.
Noi non siamo certo contrari ad una ragionevole severità, e neppure all’esercizio del diritto di punizione, quando sia retto da ragione e amore. Non siamo davvero amici, ma anzi nemici dichiarati di una disciplina fiacca, senza energia, di una mollezza indegna d’uomini: deploriamo anzi anche questa come partecipe di colpa per la diminuzione della gioia nel mondo dei fanciulli. Giustissima è la sentenza: «Quanto più gioconda potrebbe esser la vita, se si volesse prendere un po’ più sul serio, specialmente nella gioventù». E siamo pienamente d’accordo col Foerster «che la più sicura educazione per una vita lieta si può trovare soltanto in un ritempramento del carattere, in un amore del sacrificio e in un esercizio di dominio su noi stessi, che ci renda capaci di sopportare virilmente una vita senza gioia o grave di avversità e di continue privazioni». La vita infatti è così piena di acerbità, la realtà così irta di durezze, e nella moderna lotta per l’esistenza s’incontra spesso tanta brutalità, che solo un’educazione formatrice di rigidi caratteri compie il suo dovere, non quella che invia nel mondo creature molli, sentimentali, femminee, che o cadono al primo urto, o dalla vita stessa nel modo più doloroso (tunsione plurima, come dice l’inno Coelestis urbs Ierusalem) devon essere indurite a colpi di martello.
Dobbiamo esser grati a Federico Paulsen che nel suo ultimo scritto ha detto forti parole contro la sapienza educatrice moderna, la quale dà manifesti segni di rammollimento; contro i folli tentativi di fare del piacere dell’apprendimento l’unica molla dell’attività e ricondurre così la gioia nella scuola. Anch’egli predica il ritorno alla educatio strenua, alla seria, severa educazione dei tempi antichi, ai tre grandi imperativi: Impara a ubbidire! Impara a farti violenza! Impara a rinunziare e a vincere i tuoi desideri!
Appunto per amore della gioia noi non vietiamo, anzi desideriamo serietà, disciplina, ordine, severità nell’educazione dei fanciulli in casa e a scuola. Ma non siamo neppure dell’opinione, che la disciplina fisica sia l’unico o l’indispensabile mezzo a questo scopo. Essa è per sua natura un mezzo che può avere buoni o cattivi effetti, buoni soltanto se raramente usata, cattivi appena divenga una istituzione regolare e costante. Questa non potrebbe esser giustificata neppure dalla più grande indisciplinatezza o depravazione; se non altro, perché ogni mezzo perde con l’uso continuo la sua efficacia, e non fa che indurire e fissare tutte le disposizioni e le qualità cattive.
La gioia dev’essere sempre il correlativo della pena, come il sole, dopo la pioggia e la tempesta, feconda ciò che queste han mosso, purificato e ammorbidito. Jean Paul, che ha dettato la bella massima degna del suo cuore: «Oh togliete le lacrime ai fanciulli, la lunga pioggia è tanto dannosa ai fiori!», avverte anche la loro felice natura, grazie alla quale, dopo un severo castigo, essi son prontamente sensibili, e pieni di riconoscenza per la gioia: «Grazie a Dio – dice egli – che la memoria dei bambini è più debole per i dolori che per le gioie; che tormentosa catena altrimenti sarebbe per quei piccini la lunga serie dei castighi: ed invece anche in un triste giorno essi possono venti volte tripudiar di gioia».
Chi accanto alla bacchetta della pena non ha anche quella della dolcezza, farebbe meglio a non usare affatto della prima: perché con essa sola non produrrà mai nulla di buono. Meritevole della palma e d’ogni onore è quell’educatore e quel maestro, che col solo sguardo, col tono della sua voce, con un alzar di dito, con simili semplici mezzi spirituali insieme e corporei d’ammonimento e di punizione sa tenere la sua piccola greggia in buon ordine, disciplinata e insieme gioconda in uno stato di confidenza serena. Ogni gioia quaggiù ha nell’occhio una lacrima: ma per ogni lacrima v’è anche un raggio di sole; e questo non dovrebbe mai mancare, specialmente nelle lacrime che si spremono a scopo educativo. Un raggio d’amore potrà rasserenarle, e allora anche le lacrime non saranno per il fanciullo una perdita, ma un guadagno per la vita.

Gioia e Cristianesimo

Abbiamo accertato il forte deficit di gioia, con cui si chiude il bilancio della civiltà moderna. Ed ora ci domandiamo: Donde deriva? Più cause ne abbiamo già accennate, ma non abbiamo ancora nominato la causa. L’unico precipuo colpevole di tutto ciò è lo spirito irreligioso anticristiano del tempo. Esso è il vero nemico, il distruttore della gioia. Ha reso l’intelletto un despota, un tiranno, che opprime il cuore ed estenua per fame l’anima. Esso cerca di sradicare la fede, di strapparla anche dal cuore del popolo : eppure è la fede che rallegra, che sola può renderlo felice; il dubbio attrista, la mancanza di fede rende infelici. Perfino Federico Strauss ha dovuto confessare nelle sue lettere che è sempre migliore il cammino con la fede che con l’incredulità. Lo spirito dell’età nostra uccide l’innocenza dell’animo, e senza una coscienza serena non v’è gioia; cerca di sciogliere il vincolo dell’anima con Dio, e senza letizia divina non v’è letizia della vita; raggela e contrae il cuore nell’egoismo e lo rende povero d’amore e perciò povero di gioia; insegna all’uomo ad aggirarsi perpetuamente intorno al piccolo centro del proprio io, e questo genera il capogiro, la vertigine sino al delitto.
Esso è il gran ciarlatano che promette di schiudere novissimi mondi di gioia e co’ suoi incanti moltiplicare all’infinito il piacere nella vita umana, disfrenando gli istinti, irritando e acuendo i desideri, lasciando libero il corso alle passioni, concedendo al vizio intera immunità. Ed il frutto che ne nasce è questo: rovina del corpo e dell’anima: profondo disordine e turbamento di tutto il sistema nervoso: spezzata l’energia della vita e la forza contro il dolore: stanchezza, non giocondità della vita: pessimismo, fatalismo, suicidio. Ah sì, esso è l’unico nemico capitale della gioia. Tutti gli altri ostacoli e perturbamenti potrebbero agevolmente esser superati con un sano potente sentimento cristiano; è soltanto lo spirito del tempo che li rende mortiferi col suo veleno.
Perciò appunto anche qui non v’è altra parola d’ordine, che quella che dà crisi nervose e parossismi di rabbia al mondo moderno: ritorniamo alla fede cristiana! Ritorniamo alla sana cristiana vita del popolo, alla seria religiosità, all’umiltà, alla semplicità di cuore, al sentimento schietto, nobile e puro, alla religione, alla Chiesa, a Cristo! E non si può prescindere da questo ritorno, se non altro perché non v’è un’altra forza capace di tenere a freno l’esercito dei nemici della gioia, che sotto la suprema guida dello spirito moderno hanno invaso tutto, portandovi la desolazione. Ma la forza da noi invocata fa anche di più: essa attinge assai più profondamente tutte le dolci fonti naturali della gioia, sicché nessuna acqua inquinata vi si possa infiltrare, e nel proprio suo regno fa zampillare innumerevoli altre polle di gioia soprannaturale.
Un Crocifisso, davvero un bel dio di letizia! E la crocifissione di se stessi, che amabile sentiero di gioie! Dice con scherno il mondo ostile a Cristo. Proprio in questi ultimi tempi occorrono di nuovo più frequenti accessi di paganesimo, quali non furono certo estranei già ad Herder, a Goethe, a Schiller. Degli spiriti liberi si sentono di nuovo spinti a prender con Heine le armi «per gli antichi dei e il loro buono ambrosio diritto», «contro il pallido Cristo dalle sanguinanti mani di redentore», contro «il pallido Galileo che si compiace nel lamentio dei calpestati piaceri» (Ibsen), contro «il nemico della gioia dalle mani esangui» (Anatole France), contro il «simbolo della negazione della vita», contro questa «maledizione della vita» (Nietzsche). E di nuovo si rimpiange il paradiso della gioia sepolto con l’Ellade. «Quando gli dei reggevano il bel mondo colle lievi dande della gioia, quanto oh quanto diversa era la vita!». Ma ora la critica storica ha punto per punto sfatato il mito del paradiso ellenico. Anche la più splendida manifestazione dell’ellenismo, quell’arte cui nessun’altra pareggia per armonia ed euritmia, non sa narrarci soltanto la gioia e il piacere, ma (ricordiamo solo le scene d’addio nei bassorilievi sepolcrali) anche il dolore angoscioso, l’accorata nostalgia.
L’arte ellenica è stata sempre in fondo un canto di dolore. I suoi monumenti dell’età arcaica erano tombe ed ornamenti sepolcrali. Non v’è serenità olimpica che ci arrida dall’antichità. Quand’essa voleva essere allegra, il suo riso era un’ebbrezza selvaggia, che con lo strepitoso clamore doveva stordire l’affanno profondo dell’anima. E in un canto di dolore si spegne l’arte antica, nelle sculture dei sarcofagi dei primi secoli dopo Cristo .
Certamente la Croce, con le sue linee rigide, angolose, quel nudo tronco spoglio di rami e di fronde con le due informi braccia monche, a prima vista è davvero un’immagine di tristezza e di sconforto: è immagine della più aspra lotta, simbolo del più acerbo dolore.
Eppure anche alla Croce s’è dovuta riconoscere una certa bellezza, e nella sua figura solida, fortemente connessa, ben disposta e proporzionata, s’è ritrovata un’immagine di sicuro appoggio, d’energia elevatrice, di vittoria dei contrasti e di conciliamento delle contraddizioni.
La vista dell’uomo del dolore pendente dalla Croce non desta certo immediati sentimenti di gioia. Ma pure una originaria, profonda sorgente di gioia è la certa fede che l’eroe divino, il quale ha dato sulla croce tutto il suo sangue, muore lottando contro i più feroci nemici della salvezza e della gioia, muore nella lotta e vince morendo. La croce diviene segnacolo di vittoria; e perciò segnacolo di gioia. Tenebre e disperazione cedono innanzi a lei nella radiante gloria della risurrezione; l’albero della croce diviene l’albero inesauribilmente fecondo della vita; il duro tronco porta fiori e frutti; dalla corona di spine germogliano le rose.
Similmente accade per la croce e per la crocifissione nella vita d’ogni cristiano. Portare ogni giorno la propria croce (Luca, IX, 28) uccidere su di lei la carne, l’antico uomo (Gal., V, 24, Rom., VI, 6) non sono soltanto energiche espressioni, ma appelli severi, che sembrerebbero portar ben lontano dalla gioia. Eppure la lotta, alla quale essi chiamano, non è contro di essa, ma anzi contro i più accaniti suoi nemici. Certo essa comanda la rinunzia ai pomi di Gomorra, alle fallaci e funeste dolcezze delle gioie peccaminose, che non son però gioie, ma non prescrive la rinunzia alle lecite gioie naturali; soltanto richiede misura e buono spirito nel loro godimento.
E questo non la morale cristiana soltanto, anche la ragione lo vuole, anche l’igiene. Ogni eccesso nel godimento si tramuta in disgusto. Uno sfrenato godimento dei sensi non aumenta, ma perturba la gioia della vita. Un’illimitata attività e soddisfazione degl’istinti sensuali non moltiplica la gioia, ma la uccide, e rovina tutto l’uomo violando non solo la morale, ma anche l’igiene che oggi per molti vale ogni cosa.
Una vita «al di là del bene e del male» secondo la ricetta del Nietzsche, una sfrenata caccia esercitata senza alcun riguardo a restrizioni e divieti, la intera libertà dei selvaggi istinti naturali, di cui fu difensore e profeta questo filosofo della follia, l’emancipazione dell’animale di rapina che è nell’uomo, «della magnifica fulva bestia avida vagante alla preda e alla vittoria», tutto ciò non fa più ricca e più profonda la vita, non le accresce dolcezza e letizia, ma anzi è la vera causa del suo doloroso sfacelo, e l’ha data in preda al languore, agli ospedali, ai manicomi, al suicidio, «tombe della concupiscenza» (Numeri, XI, 34) di cui tanto abbonda il mondo presente.
L’esperienza l’insegna, e potrebbe quasi dimostrarsi con la statistica, ma il mondo, questo grande peccatore e mentitore non lo vuoi credere, non lo vuoi confessare: la severa morale del Cristianesimo, i precetti del dominio di sé, della continenza, della mortificazione, della moderazione, del digiuno non son nemici della gioia, come non è nemico delle rose il giardiniere, che in autunno o a primavera dà tagli recisi al suo rosaio. Che senza uno spirito di severità e di sacrificio non si possa porre alcun fondamento ad una sana vita di serenità e di gioia, l’ha sentito persino Goethe e l’ha espresso nei noti versi :

«Aber wenn du das nicht hast,
Dieses “Stirb una Werde”,
Bist du nur ein trüber Gast
Auf der dunkeln Erde».

Sì, dobbiamo morire per rinascere, dobbiamo mortificare l’egoismo, poiché esso non ci fa più ricchi, ma più poveri, più poveri soprattutto di gioia. «Nulla tanto restringe la vita escludendone gioia e contentezza, come un temperamento che sé solo rispecchi, come un’attività che s’aggiri su di sé sola. Non più ricche, ma più povere diventano per tali esseri le fonti di salute. Quanto più essi sviluppano sé e la loro vanità, tanto più infruttuoso è il loro sviluppo, quanto più ammassano, tanto meno posseggono, quanto più salvano, tanto più va perduto ».
E altrettanto infondato e insensato è il desiderare in nome della gioia una sfrenata libertà. Risolute e vere parole dice su questo punto il Ruskin:
«Per una nobile nazione ed anche per una nobile natura savie leggi e giusto freno non sono già vincoli, ma come una corazza, che è insieme forza e difesa, anche se di tratto in tratto ci prema. Questo freno della legge è tanto onorevole per l’umanità quanto il lavoro. Noi udiamo ogni giorno una moltitudine di stolti parlare di libertà, come se fosse cosa di tanto onore; essa è al contrario una caratteristica di creature inferiori. Nessun uomo mai, per quanto straordinariamente grande e potente, può esser libero come un pesce: ci sarà sempre qualche cosa ch’egli dovrà fare o non fare, mentre il pesce è libero di fare quel che vuole (…) E’ la legge, non la libertà che dà all’uomo la sua dignità. Per tutto l’universo fra queste due astrazioni, libertà e legge, è la legge la più onorevole. Tanto la libertà quanto la legge son buone, se nobile è la scelta, cattive, se la scelta è ignobile: ma delle due, lo ripeto, è la legge che distingue la creatura superiore e migliora la inferiore: dall’arcangelo all’insetto, dai pianeti librati nei cieli all’atomo di polvere sospeso nell’aria, la forza e la gloria di ogni essere sta nella sua obbedienza, non nella sua libertà. Non ha libertà il sole, mentre un’arida foglia ne ha tanta: non ne ha la polvere da cui tu sei stato creato; essa verrà con la sua corruzione (…) Inesplicabile, indicibile stoltezza pensare che la libertà sia buona per l’uomo, senza considerare qual uso potrà farne. E’ come se uno mandasse un proprio bambino in una camera, dov’è una tavola ricolma di dolci, vini e frutti, alcuni avvelenati, altri no, e gli dicesse: Caro figliuolo mio, tu sei libero, scegli. E’ veramente un’ottima cosa per te che tu sia libero di scegliere: questo forma il tuo carattere, la tua individualità. Se tu sbagli nel prendere il bicchiere od il pomo, tu morirai, prima che finisca il giorno, ma tu avrai acquistato la dignità d’un uomo libero ».
Oh quando saran gli uomini così savi da riconoscere che dovere, precetto, ubbidienza, non sono nemici e impedimenti, ma difensori e garanzie della vera libertà, apportatori della vera gioia!
Proprio questa è l’accusa che si fa nell’età nostra al Cristianesimo, di restringere co’ suoi rigori e di deprimere con la sua angustia di cuore la vita amorosa del genere umano, specialmente la vita sessuale, troncando così molte buone occasioni di felicità, ostruendo molte fonti di gioia. Son discepoli del Nietzsche, i quali, esagerando le affermazioni del maestro, pretendono la piena licenza dell’amore sessuale, perfino la liberazione dal vincolo della monogamia e da ogni precetto morale. E v’è stato anche uno (Max Zerbst), il quale sull’insensata pretesa di emancipare la gioia e il piacere da tutte le esigenze morali, da tutte le «istituzioni» (perché l’istituzione, sia essa Stato o Chiesa o morale o scuola, è secondo loro il massimo nemico dello «stato interiore» dell’uomo) ha recentemente edificato una «filosofia della gioia» che egli ha dedicata ad Aristippo di Cirene e chiusa con un inno alla dea Hedonè. La sua nuova dottrina è che il dolore vien sempre dal male ed è un male, che il piacere è l’unico valore della vita, l’unica forza della vita, il grande liberatore e redentore, il bene supremo del genere umano. Ma in luogo di mostrarci come il piacere tanto s’elevi e possa riempirsi di un tal contenuto, da espellere affatto il dolore e penetrar tutto di beatitudine, egli già solo al più lieve presagio della nuova era di piacere, sente un brivido ineffabile e si abbandona a descrizioni ditirambiche.
A siffatti tristi virtuosi del piacere, a questi insensati edonisti, ai rappresentanti maschili e femminili dell’emancipazione dell’amore sessuale e dell’assoluta dittatura dell’Eros, ed anche a quegli spiriti più seri, i quali s’immaginano che per il passato sia stata in certe cose necessaria severità di disciplina e di ordine, ma che l’uomo moderno debba potersi muovere libero e indipendente, è stata data una energica e solida risposta da F. G. Foerster nel suo libro: «Il problema sessuale nella morale e nella pedagogia». In verità la piena licenza dell’amore sessuale, della passione erotica non fa prosperare la gioia, ma soltanto dà 1’io spirituale in balìa dell’io sensuale, sacrifica lo spirito alla bassa sensualità. Qui appunto sono assolutamente indispensabili «i grandi antichi precetti e i potenti antichi ideali» del Cristianesimo, gl’impulsi religiosi e la efficacia della grazia; più indispensabili anzi oggi che mai, perché l’uomo moderno non è più forte, ma più debole di temperamento e di energia di volere. Solo da tali potenze può esser disciplinata e retta la forza naturale degl’istinti sessuali, sicché essa non procuri un male senza fine, ma sia anzi fonte di benedizione.
Se essi rimproverano al Cristianesimo di soffocare gl’impulsi di natura e impoverire di gioia il genere umano, si può rispondere: il Cristianesimo non soffoca gl’istinti, ma li disciplina, li purifica ed eleva; voi soffocate la volontà, la personalità spirituale più alta; la soffocate nella carne. E se autorevoli pedagogisti credono di poter senza precetti e aiuti religiosi disciplinare scherzando la vita istintiva, il Foerster li paragona a ingegneri che volessero arginare impetuose correnti a suon di flauto, sinché un bel giorno si avvedono che è troppo tardi e l’alluvione si riversa sulle campagne.
Ben a ragione egli ammonisce anche contro la mania d’istruzione oggi divenuta una moda, che non scongiura il pericolo, anzi lo avvicina. Qual danno incalcolabile, se prematuramente o senza necessità si spinge la riflessione nel campo sessuale! In verità un tal procedimento è simile a quello di chi, per dare idee chiare sulla peste, volesse introdurne i bacilli nelle famiglie. Non è necessario illuminare l’intelletto, ma fortificare e temprare il carattere e la volontà sicché di fronte al nascente istinto sessuale si sviluppi un’energia capace di avvezzarlo all’ordine, e se occorre di tenerlo in catene (Pestalozzi). Tutto ciò è desiderabile anche nell’interesse della gioia. Poiché i piaceri della passione erotica sono i suoi veri distruttori. Fonte di gioia è l’amore, ma questa fonte dev’essere ben riservata e difesa dall’inquinamento, e dal fondo inferiore della natura esser condotta su alla vita superiore dell’anima.

La letizia del Cristiano

«Che la vita del cristiano debba esser triste e spiacente», scrive A.M. Weiss , «è stato sempre per il mondo un fatto di piena evidenza. Già i primi cristiani udivano questo rimprovero da tali, che conoscevano solo per sentito dire la loro vita e condotta . Ma non v’è bisogno di parole per dimostrare la falsità di tale opinione. Chi per propria esperienza conosca dei cristiani convinti, sa bene che non si può trovare in altri una affabilità così pronta, una cordialità così sincera, una così pura serenità qual è in loro, appena possano trattare liberamente con altri spiriti veramente cristiani. Anche gli avversari più dichiarati lo ammettono. Ed è cosa tanto evidente, che quella rigida e artificiosa pietà che è il vero segno di una falsa religione appunto su questo fatto non cessa mai di sospirare. I denigratori del Cristianesimo non lo han mai conosciuto nel suo vero aspetto, cioè seriamente attuato nelle opere, che altrimenti intenderebbero meglio donde derivi quella letizia di vita, quella infantile gioia della natura, quell’anima aperta e serena, che è propria di ogni società sinceramente cristiana, di ogni periodo della storia, in cui abbia fiorito la fede.
«Sempre e dappertutto noi troviamo confermata l’osservazione che una vera e non eccessiva severità nel servigio di Dio dà in compenso all’uomo la serenità dell’animo e un’allegrezza nuova alla vita. Questo avvertiva il Crisostomo nei Fenici e nei Siri, di natura tanto inclini a tristezza, e lo stesso riferiscono i Gesuiti dei crudeli Indiani del Paraguay. Ed anche oggi, come ci assicura un profondo conoscitore d’uomini, A. von Hübner, tutti i viaggiatori, a qualunque religione appartengano, ci attestano che nei Cinesi convertiti al Cristianesimo diventa un’altra anche 1’espressione del volto. Mentre il Cinese per consueto ostenta nel modo più spiacente scetticismo, ironia ed una chiusa indifferenza, ognuno che visiti una chiesa cattolica in Cina si sente il cuore commosso da un’aura insolita di confidenza, di rispetto, di santità».
Entro i limiti segnati dal dovere, dalla ubbidienza, dalla dietetica del corpo e dell’anima, dall’amore di Dio e del prossimo, tutte le fonti naturali della gioia affluiscono più pure e abbondanti all’uomo credente, al cristiano che vive secondo la fede. Entro questi confini vale la parola di libertà detta da S. Paolo: «Tutto è vostro, e non vi angusti il cuore l’ammonizione giudaica: Non toccate, non gustate, non prendete » (Coloss. II, 21). Anche il cristiano, anzi esso in prima linea, ha il suo diritto di partecipare alla ricca messe di gioie di ogni specie che, malgrado tutto, la terra ancor sempre produce; egli per primo ha diritto alle gioie della natura, della famiglia, della società, dell’arte, ed anche ai conforti sensibili, perché per lui prima d’ogni altro esse sono state create (I Tim., IV, 3), ed egli sa goderle con riconoscenza e ad onore di Dio (I Cor., X, 30) e santificarle con la parola divina, con la preghiera (I Tim., IV, 5). In ogni gioia infondendo il senso della grazia, della eternità, del cielo, egli sa trasformarla in un vero elisir di vita, sicché corpo ed anima vi hanno insieme ugual parte ed anche il godimento innalza il valore, promuove il fine della vita. Certo anche per le gioie naturali vale il detto dell’Apostolo: «La pietà è utile a tutto ed ha in sé la promessa della vita presente e della futura» (I Tim., IV, 8). «Abbi una buona coscienza ed avrai sempre gioia» suona la semplice, ma provata massima della Imitazione di Cristo (II, 6, 1), ed essa ripete in nome dell’esperienza: «Se v’è una gioia nel mondo la possiede l’uomo di cuore puro» (II, 4, 2).
Ma per il cristiano altri mondi di gioia si aprono, che sono un hortus conclusus per gli uomini mondani e peccatori. La fede, lo stato di grazia, la preghiera ci elevano più vicino a Dio, fonte di ogni luce e calore, diffondono un cielo di letizia su tutta la vita, creano e mantengono una uguale serenità di spirito, che anche a traverso a dolori e ad angosce non può essere del tutto sconvolta.
Chi potrebbe enumerare, analizzare, descrivere le gioie della preghiera? S. Bernardo dice: Dio è la quiete e tutto acquieta: contemplar lui è mettere se stesso in quiete . E la quiete prodotta nell’anima dalla preghiera è il presupposto e il fondamento della vera letizia spirituale.
In questo sacro recinto di pace prospera rigogliosa una fioritura di gioie così ricca e varia e splendida, che è vano descriverla e classificarla. In verità l’ammonimento di S. Giacomo «Se alcuno di voi è triste, preghi» (V, 12) ha un significato più profondo di quel che generalmente si creda. S. Giovanni Crisostomo chiama la preghiera rifugio per ogni affanno, base dell’allegrezza, fonte di perenne felicità, madre della filosofia ; San Vito un amuleto contro la tristezza e la pusillanimità . E’ ben vero che la norma di vita per il cristiano è seria e severa, ma già nell’arca dell’Antico Testamento accanto alle tavole della legge v’era il piccolo vaso con la dolce manna.
La vita della Chiesa nel successivo svolgersi dell’anno offre una inesauribile ricchezza delle più nobili gioie. I sacramenti sono in perenne e immediata relazione con esse, ci rendono le gioie perdute, accrescono e alimentano le presenti, nobilitano e santificano le gioie naturali. Il sacramento della penitenza è una gran valvola per la noia e il tedio della vita e per la terribile oppressione della colpa. Il sacramento dell’altare cela una infinita ricchezza di mistiche gioie. La Casa di Dio e i servizi divini sono ricchi di sublime poesia, di penetranti gioie. Qui è il focolare celeste del popolo cristiano; qui nell’aura divina l’anima si ricrea: qui dalla contemplazione essa ritrae una felicità santa e santamente appaga il suo desiderio di bellezza e d’armonia.
Ogni periodo di feste ecclesiastiche ha le sue gioie speciali: non ne mancano il severo Avvento, né il tempo di penitenza della Quaresima. Qual nuovo annunzio di gioia reca ogni anno l’angelo nella notte di Natale o l’Alleluia di Pasqua!
Già soltanto pregare vuol dire in ogni tempo alleviare il cuore; gettar via le cure, liberarsi da miserie ed angustie e aspirare libera e pura l’aria fortificante d’un mondo superiore. Il commercio coi santi ristora quanto lo scambio con le più nobili anime. Le relazioni filiali con la Madre di Dio danno e mantengono ad ogni età della vita una felicità infantile, quale può dare soltanto la vicinanza e l’amore d’una madre, e non a torto essa è invocata Causa nostrae laetitiae. Ogni virtù cristiana ha una sua propria fioritura di gioia: fiori vari di forma, di colore e di aroma.
In verità non v’è altro terreno ricco quanto il religioso di sorgenti salutari, di acque soavi ravvivatrici: dovunque l’uomo approfondisca, alte ne zampillano le polle limpide e luminose. E s’intende la parola del profeta: Sentiran turbamento e spavento per tutto il bene, per tutta la pace ch’io darò loro (Geremia, XXXIII, 9). Possono ben esservi uomini troppo «colti» per sentire e godere pienamente queste tranquille grandezze; ma le gode il popolo semplice e buono, e più grato le accoglie in sé l’operaio credente e la povera operaia. Belle e vere sono le parole della generosa Elisabetta Gnauck-Kühne:
«Chi comprende l’operaia, chi si cura del suo bene? Diciamolo schietto: alta fra tutti e inarrivata sta la Chiesa cattolica. Quando essa chiama alla messa solenne, si adorna e si fa bella, come una madre amorosa per i suoi figli: nessun ornamento terrestre ella schiva per la sua bellezza. Se l’operaia stringe la mano di questa madre, almeno una volta in sette giorni ella ha un’impressione di grandezza; c’è anche per lei un’ora serena e s’arresta un momento la sua ruota di Issione. I suoi sensi affaticati dallo strepito, dalla polvere, dalla sozzura si ricreano e la sua anima s’invola per un momento dall’esilio e ritorna alla sua patria, a Dio. Il mondo ha escluso l’operaia da ogni bellezza di natura o d’arte: la Chiesa cattolica commuove anche quella misera nuda vita di bestia da soma con un alito di bellezza, d’infinita poesia. Ella non saprà rendersene conto, ma ne sentirà tutta la dolcezza».
Gli uomini di mondo non possono comprendere queste gioie. Quando ad essi se ne parla, rispondono col solito sciocco sorriso e fanno degli occhi, come il cieco quando gli si parla dei colori. Eppure questi son valori reali, ed ognuno che abbia sentimento di fede e buona volontà è in grado di procurarseli e di provarli. Son valori reali, che soli ci possono spiegare perché mai il numero degli uomini contenti, allegri, felici sia cento volte maggiore fra i credenti cristiani, che nelle sfere più privilegiate degli uomini mondani, dove 1’unico compito, l’unica cura della vita è il goderla. Sappiamo purtroppo quanta splendida miseria si celi colà: lo sappiamo dalle loro dichiarazioni e confessioni stesse che sì profondamente ci scuotono. Per quante sepolture non sarebbe opportuna l’iscrizione composta dal Dingelsteldt per se stesso:

EGLI EBBE NELLA VITA MOLTA FELICITA’ EPPURE NON FU MAI FELICE.

Molte gioie hanno e si procurano i mondani, ma non la gioia. Le gioie loro non sono valori reali, ma spuma e apparenza, e perciò se ne è ben presto sazi, ma saziati mai. Di esse si può dire quel che di tutti i beni del mondo: «posseduti aggravano, amati inquinano, perduti crucciano» . E dice S. Ignazio di Loyola: «Tutto il miele che si può raccogliere dai fiori del mondo, non ha tanta soavità quanto il fiele e l’aceto del nostro Salvatore».
Anche il mondo che a quelle gioie non crede perché non può vederle, afferrarle, mangiarle e berle, anch’esso ne prova il beatificante influsso per mezzo di quelle anime che, avendone pieno il possesso, creano e diffondono la letizia in tutti quelli che li circondano e sono i veri benefattori del genere umano. Se non fosse per queste anime radiose, che hanno in sé la felicità e in altrui la diffondono, come deserta di gioia sarebbe da gran tempo divenuta l’umanità! E tali anime s’incontrano dappertutto, talora anche sotto le spoglie di mendico e in figura di bambino, più spesso in veste di contadino o di semplice sacerdote o di monaco, che in sete e velluti; più in umili stanze che in sfolgoranti sale, più in campagna che in città.
E quando uno le conosce più da vicino, non può rimanere in dubbio: la serenità sempre uguale della loro vita, la gioia sovrabbondante, che può prodigarsi anche altrui, non è se non il riflesso della loro semplice ingenua e profonda fede, della loro pietà e rettitudine. V’è in esse qualche cosa d’angelico: come uno splendore, un calore benefico emana da loro. Gli animi più brutali, i cuori più intristiti non possono sottrarsi al loro influsso.
Dovunque esse penetrino recando aiuto, sorride il dolore, si fa mite la ferocia, ammutoliscono le imprecazioni e le bestemmie, la infelicità sparisce come per incanto e s’arresta la sua desolazione. Esse hanno il dono meraviglioso di togliere agli altri con una parola soave, con uno sguardo sereno l’oppressione del cuore, di spargere il balsamo sulle più gravi ferite e soprattutto di preparare loro rimedi e ristori di gioia traendoli dai dolori, dalle angustie del proprio cuore. Oh è ben vero quel che scrive Hilty . «Nessuna arte, nessuna cultura produce la bontà spontanea del cuore: essa è un incontrastabile privilegio del solo Cristianesimo, è la prova vivente attraverso tutti i secoli della sua origine divina, ed ogni tentativo di surrogarlo sarà vano, per l’impossibilità di produrre una uguale serenità e bontà».
Siano dunque benedetti questi uomini sereni coi loro occhi soavi, coi loro aurei cuori, essi sono i veri benefattori del genere umano. Se il loro numero fosse mille volte moltiplicato, il problema della gioia sarebbe risolto. Ma come aumentarlo? Basta appunto appartenere a loro. E come questo può farsi?
La condizione essenziale è una: cercate prima di tutto il regno di Dio e la sua giustizia, tutto il resto (anche la gioia), vi sarà dato in aggiunta (Matteo, VI, 33). Osservate più seriamente i vostri doveri, soprattutto i doveri religiosi, la gioia vi nascerà spontanea: chi vuole aver fiori, deve prima seminar la pianta e averne cura. Ma ciò non esclude che insieme e dopo l’adempimento di questo dovere non si possa anche in modo speciale apprendere e mettere in pratica la giocondità e l’amabilità.
Studiare il Cristianesimo da questo particolare aspetto della gioia e con tale riguardo attuarlo sembra oggi più che mai cosa opportuna e meritoria.

La gioia e la Sacra Scrittura

Si potrebbe scrivere una teologia della gioia, e non sarebbe certo scarsa la materia. Il capitolo fondamentale, il più interessante sarebbe quello biblico. Che importanza abbia la gioia nella Sacra Scrittura, si può giudicare anche esteriormente con una semplice occhiata ad una Concordanza. I sinonimi di gioia vi ricorrono centinaia di volte. E ciò vuol dir qualche cosa in un libro che non fa sfoggio di parole e non ne usa di superflue. Tutta quindi la Bibbia può considerarsi quasi un paradisus voluptatis (Gen. III, 23 e segg.), in cui si può ritrovare la letizia, quando s’è invano cercata nel mondo o s’è perduta.

La gioia nell’Antico Testamento

Ricche argentee vene di gioia scorrono ravvivatrici per gli scritti dell’Antico patto. Il tesoro linguistico ebraico, che pure è povero in confronto con le lingue classiche e moderne, ha non meno di dodici verbi significanti rallegrarsi, esultare . I buoni Israeliti son sicuri che mai non verrà meno né si corromperà l’idea della letizia e il suo desiderio, sapendo che la sorgente d’allegrezza più limpida e più profonda scaturisce da Dio. La sua grandezza è l’oceano della giocondità. E come Dio stesso si rallegra delle sue opere (Salmo CIII, 31) e giubila sopra Gerusalemme (Isaia, LXV, 19), in sonoro giubilo esulta sopra Sion (Sofonia, III, 17), così si rallegra il giusto del Signore (Salmo LXIII, 11) ed ha in lui la sua delizia (Salmo XXXVI, 4) ed esulta al suo cospetto (Salmo LXVII, 4).
Ben è vero che l’Antico Testamento è l’era del timore e in questo timore è sempre mantenuto il popolo coi castighi divini, con le voci tonanti del profeti. Ma il timore non esclude del tutto la gioia. L’Antico Testamento è anche l’era della speranza e questa soprattutto concilia timore e gioia, tanto che il Salmista può parlare di un’esultanza con tremore (II, 11) e di una letizia del cuore che può esser congiunta col timore dinanzi al nome di Dio: si rallegrò il mio cuore, sicché esso tema il tuo nome (Salmo LXXXV, 11). Timore e allegrezza si accordano bene insieme e s’affratellano, e scherzano come due agnelli. La letizia in Dio è il privilegio e il più dolce premio del timore di Dio. Quanto è grande, o Signore, la pienezza della tua dolcezza, che tu hai serbato a quelli che ti temono. E ne sono esclusi espressamente i membri indegni dell’Alleanza che non temono Dio, gli apostati, gl’idolatri. Così parla il Signore:
«Ecco, i miei servi mangeranno e voi avrete fame: ecco i miei servi berranno e voi avrete sete; ecco i miei servi si rallegreranno e voi andrete confusi: ecco i miei servi giubileranno nell’esultanza del cuore e voi griderete per il dolore del cuore, ululerete per l’anima spezzata» (Isaia, LXV, 13).
Anche in grave calamità ed afflizione i figli d’Israele tementi Dio potevano confortarsi nella guida della provvidenza divina, certi che presto li avrebbe di nuovo circondati il giubilo della liberazione (Salmo XXXI, 7), e nuovamente i pazienti nel Signore si sarebbero rallegrati e i poveri uomini avrebbero esultato nel santo d’Israele (Isaia, XXIX, 19). La provvidenza procura un dolce eguagliamento tra i tempi foschi e i lieti, tra dolore e conforto: ci siamo allietati per i giorni in cui ci umiliasti, per gli anni in cui vedemmo sciagure (Salmo LXXXIX, 15): secondo la moltitudine de’ miei dolori nel mio cuore, le tue consolazioni rallegrano l’anima mia (Salmo XCIII, 19).
Così dunque anche solo la coscienza d’appartenere al popolo eletto era per l’Israelita una fonte perenne di contentezza. «Non v’è altra nazione sì grande (è detto nel Deuteron. IV, 7 e segg.) che abbia dei vicini a lei, come il Dio nostro è presente a noi in tutte le nostre preghiere: non v’è altra così inclita, che abbia cerimonie sì pure e comandamenti così giusti e legge così universale». Certamente questa legge era una disciplinatrice severa, ma era insieme buono e savio pedagogo (Gal. III, 24), poiché educava il popolo al Cristo non solo con la pena, ma con l’allegrezza. Per essa si concedeva a questo popolo una fonte di sapienza che lo poneva alto su tutte le nazioni, che poteva esser dischiusa solo da Colui «che conosce l’universo, che ha fondato la terra in eterno, che invia la luce e va, la chiama e gli ubbidisce con tremore, che fa le stelle scintillare con gioia nelle loro vedette, le chiama ed esse dicono: siam qui, e con allegrezza brillano a Lui che le ha create» (Baruch, III, 32 e segg.).
A questa legge sapiente e santa l’Antico Testamento consacra quel grandioso inno che è il Salmo 118, tutto viva e canora gioia. E i suoi precetti sono al buon Israelita un’esultanza del cuore (v. 111) e si ricrea in essi, perché assai li ama (v. 47) e ne ha gioia quanta di tutte le ricchezze (v. 14), quanta ha uno che ha trovato un grande bottino (v. 162).
Il tempio era l’orgoglio di tutto il popolo e d’ogni figlio d’Israele, n’era la gloria e la gioia. Come questa gioia esulta nei famosi salmi del tempio! Conviene meditarli a fondo, per intender bene che sede di letizia era il tempio per il pio Israelita, e come Dio adempiva per loro la promessa del profeta:
«Io li condurrò al monte mio santo ed essi si rallegreranno nella casa della mia adorazione» (Isaia, LVI, 7). «Noi andiamo nella casa del Signore» suona come un annunzio di gioia (Salmo 121, 1): e questo vale in ogni tempo, ma più nei dì solenni di festa. Una legge speciale ordinava che con allegrezza dovessero essere celebrati (Deuteron. XII, 7, 14, 26), che nella festa dei Tabernacoli il popolo dovesse mostrare grande esultanza per sette giorni (Deuteron. XVI, 15). Il punto culminante di quest’ultima festa era la cerimonia dell’attingimento dell’acqua. Nel sacrificio del mattino e della sera un sacerdote in un orcio d’oro attingeva acqua dalla fonte Siloah e la portava passando per la porta dell’Acqua al vestibolo del Tempio, e, mesciutala con vino in una fiala d’argento, la versava sull’altare con tal clamorosa esultanza del popolo, che ne derivò il proverbio: chi non ha veduto la festa dell’acqua attinta, non ha ancor visto gioia. A tal festa si riferisce l’appello del Salvatore: Se qualcuno ha sete, venga a me e beva! (Giov. VII, 37). Egli si rivela come Colui che solo può dare acqua viva di vera letizia.
Ma i più sublimi accordi della gioia nell’Antico Testamento risuonano nelle parole dei Profeti, quando, libero lo sguardo oltre la colpa e la miseria del presente, lo fissano innanzi lontano nell’avvenire messianico; quando il loro occhio in cui folgora acuto lo Spirito divino, mira il Redentore stesso e la sua opera di grazia. Qui essi non possono trovare a sufficienza parole e immagini per effondere in esultanza l’estasi, la beatitudine. Tanto era per ogni credente Israelita la speranza del Messia la più dolce d’ogni gioia che accompagna la vita e insieme un anticipato godimento della gioia del nuovo patto.
La più pura la più ispirata melodia di letizia dell’Antico Testamento è insieme l’armonioso preludio del Nuovo Testamento: è il Magnificat.
Ma si osservi anche come nell’Antico Testamento la gioia della natura ha un’effusione così libera e viva, che non le è comparabile quella dei popoli classici né per profondità e purezza né per contenuto spirituale e poetico. Irradiata dal sole della fede e dal sereno riflesso della speranza messianica, rivelante quella, riverberante questa la bellezza e la bontà del suo creatore, animata dal suo respiro; e aspettando insieme con l’uomo la liberazione, la natura è infinitamente più vicina all’Israelita che al pagano, essa ha tanto più da dirgli, partecipe del suo dolore e della sua gioia, lascia ch’egli anche abbia parte alle gioie che Dio ha poste in lei, che sono come i vestigi della sua mano creatrice, della sua onnipresenza. Come intimamente il popolo d’Israele viveva con la natura, la quale prendeva per lui anima e simpatia come una madre; amica, rallegratrice appare soprattutto nelle ardite personificazioni di lei, onde son quasi tessuti specialmente i salmi e i libri dei profeti.
Anche l’Hermon e il Tabor esultano nel nome del Signore (Salmo LXXXVIII, 13) e gli abeti e i cedri del Libano si rallegrano (Isaia, XIV, 7) e i colli si cingono di esultanza e le valli fan festa insieme e cantano (Salmo LXIV, 13); s’allietano i cieli ed esulta la terra, risuona fragoroso il mare, fanno festa i campi e gli alberi giubilano innanzi al cospetto del Signore (Salmo XCV, 11 e segg.), il sole esce come uno sposo dal suo talamo ed esulta come un eroe a correr la sua via (Salmo XVIII, 6). E nei libri dei profeti s’allieta anche il deserto, e la regione sterile: si rallegra la solitudine e fiorisce come un giglio: germina fiori ed esulta in gioia e in canti di lode e si riveste della gloria del Libano, della grazia del Carmelo e del Saron: essi mirano la gloria del Signore, lo splendore del nostro Dio (Isaia, XXXV, 1-2).
Così la natura tutta, pervasa dall’alito ardente della gioia di Dio, ne irradia anch’essa l’anima del credente. Insomma, il popolo eletto dell’antica alleanza doveva essere un popolo lieto; e in verità fu tale, finché questo privilegio non gli venne turbato dalla incredulità o dalla apostasia.
«Servite il Signore in letizia, entrate al suo cospetto con esultanza» (Salmo XCIX, 2) sonava anche allora l’appello. «Rallegratevi nel Signore ed esultate, o giusti» (Salmo XXXI, 11). «Convitino i giusti e si rallegrino nel cospetto di Dio e si ricreino nella letizia» (Salmo LXVII, 4). In un tempo di grande sconforto così rianima il popolo Neemia: «Non vi attristate, perché l’allegrezza nel Signore è la nostra forza» (Neemia, VIII, 10). E felice dice il Salmista il popolo d’Israele, perché il Signore è il suo Dio (Salmo CXLIII, 15) e perché conosce l’esultanza: «Beato il popolo, che conosce il canto di giubilo, e che nella luce del tuo volto procederà, o Signore. Nel nome tuo esso avrà perpetua allegrezza e per la tua giustizia sarà esaltato» (Salmo LXXXVIII, 16-17).

Il Nuovo Testamento e la letizia

Il Nuovo Patto è naturalmente in più alto grado il patto dell’allegrezza. Lo saluta sulla terra, nella ristretta cerchia della famiglia, il Magnificat, che prorompe dal cuore della Vergine Madre, bellissimo tra i canti di lode messianici, d’una serenità e d’una giocondità di sentimento, quale non s’era più udito dai giorni del Paradiso terrestre: lo annunziano al mondo gli angeli nella notte santa del Natale, come allegrezza grande che sarà per tutto il popolo. E’ il Messia, l’Uomo-Dio che apporta ed irradia la letizia nuova.
Gesù e la gioia: veramente ineffabile mistero! Chi oserebbe penetrare l’essenza e la profondità della letizia umano-divina? Meravigliosa fusione di quella divina beatitudine che dalla sua persona è inseparabile, e ch’Egli non perde mai, neppure nelle ore tenebrose e cruente, e di tutta la gioia che può comprendere un puro ed incolpevole cuore umano! Poiché Egli s’è fatto in tutto simile a noi, anche nella gioia, e ne ha sentito la necessità e il godimento, come del cibo e della bevanda.
Egli provò anzitutto la gioia infantile. Essa raggiava dai suoi negli occhi della madre e del padre putativo e dei pastori e de’ re magi: rideva dal suo volto a Simeone e ad Anna e faceva esultare i loro cuori. In Nazareth lo sguardo e il sembiante gioioso del fanciullo rendevano un riflesso di beatitudine divina e di santa infantile allegrezza. Certo il Calvario e la Croce gettavano già la loro ombra di tristezza su quella vita giovanile e nel profondo dell’anima di Maria e di Giuseppe, poiché il Salvatore, anche infante, portava nell’anima sua consapevole tutto il dolore della Passione. Pure, nonostante l’umiltà, l’angustia, la miseria, la tragica certezza e i presentimenti del futuro, la vita della Sacra Famiglia doveva abbondare di gioie, che dalla povera casa diffondevano il loro profumo nei cuori dei buoni.
Un evangelo apocrifo narra che gli abitanti di Nazareth avevan dato al fanciullo Gesù il nome suavitas, amabilità, dolcezza, e che ne era nata 1’espressione: eamus ad suavitatem, ut hilares fiamus, andiamo alla amabilità, per rallegrarci. E’ ben credibile: nello splendore della sua natura tutto doveva trasfigurarsi di gioia.
Anche il pensiero della passione non era per lui soltanto dolore, ma anche allegrezza; poiché egli l’abbracciava e la comprendeva in sé con l’allegrezza del desiderio, con tutto l’ardore d’entusiasmo d’una generosa anima giovanile. E come doveva per lui fiorire di gioia tutta la natura! Non mai occhio di giovine ha contemplato la natura e l’opera sua con così limpida intelligenza, con sì profondo e penetrante sguardo, con così caldo amore. Sulle alture e nei piani di Nazareth s’intessé una misteriosa e indicibile trama di relazioni tra la vita del Salvatore e la natura; e in essa si fondevano l’amore del Creatore che ha fatto ogni cosa, l’amore dell’uomo per cui ogni cosa è stata creata, e l’amore dell’Uomo-Dio venuto a liberare la natura dalla maledizione del peccato. Vedremo come Egli abbia poi da maestro saputo trar frutto da quel che aveva osservato e vissuto ne’ suoi giovani anni.
E in tutta la vita e l’attività pubblica del Messia, se l’aggrava il peso tremendo della missione di redenzione e di sacrificio, se la lotta coi capi dei sacerdoti e con gli increduli Giudei lo costringe a mutare il verbo della rivelazione in parola tagliente di minaccia o di castigo e a mandar lampi di sdegno dagli occhi, invece che raggi di letizia, noi non potremo certo, nonostante tutta la consueta sua amabilità e dolcezza, immaginare il volto del Salvatore atteggiato alla gaiezza o al riso cordiale; mai tuttavia l’abbandonò quell’intima giocondità in Dio, che anche al di fuori rendeva splendore. Chi l’ha inviato è con lui e non lo lascia mai solo (Giov. VIII, 29; XVI, 32): suo diletto in ogni tempo è fare la volontà del Padre (Giov. IV, 34) e preparare agli uomini le gioie della verità e della grazia. Sempre, dovunque egli trovava cuori disposti a riceverla, egli la offriva con amabilità piena e serena.
La sua anima era profondamente aliena da quanto v’è di fosco e di repulsivo. Se uomini duri e rozzi, lasciando l’industria della pesca e il banco del pubblicano, le loro famiglie e le loro case, ad un solo suo sguardo, ad una sua sola parola lo seguono; se le donne abbandonano lo stato di famiglia e si accompagnano a lui per servirlo; se l’ultimo dei profeti al suono della sua voce esulta di gioia; se anche il popolo che in onda tumultuosa lo circonda, così oscuro ancora ne’ suoi pensieri e incostante nel suo volere, di tratto in tratto è commosso per lui di così vivo entusiasmo, e con grida tempestose lo acclama suo re; se anche i bambini si sentono attratti e si stringono a lui, si deve bene concludere, che l’attrazione come l’influsso salutare da lui emanante era essenzialmente una potenza di gioia, di quella gioia che è il profumo e l’aroma dell’amore.
Né alcuna traccia di aduggiante pessimismo si può scorgere nella dottrina o nell’opera sua. Egli ha adempiuto la profezia: Non erit tristis, neque turbulentus (Isaia, XLII, 4). Egli è il celeste seminatore, che alacre e lieto di speranza va per i campi e con largo libero slancio del braccio sparge il suo seme. La sua dimora prediletta è nel più amabile dei paesaggi, in riva al lago di Genesareth. Se egli vuol esser solo, ascende l’altura dei monti, quasi a respirare 1’aria della patria. Con quella gioia della natura, di cui abbiamo parlato più sopra, egli coglie similitudini e immagini dai piani e dai colli o le trae da tutto ciò che di immediato lo circonda. Una quieta e pacifica serenità è per lo più in queste similitudini, in questi tratti ed immagini, tolte dalla vita della natura o dell’uomo. Egli non ama, come i profeti, le scene grandiose, i fenomeni potenti e tragici, i rivolgimenti, le voci tonanti della natura: egli predilige le cose tranquille, le tenui, le consuete, le semplici e amabili. La chioccia co’ suoi pulcini, gli uccelli che spensierati volano da ramo a ramo, i gigli nella loro splendida veste, il granello di senapa che cresce ad albero grande, e l’alata moltitudine ch’esso accoglie, il giunco del Giordano, le perle del mare, le colombe con la loro semplicità e i serpenti con la loro astuzia, il campo col suo così vario terreno, e il crescere del grano, prima lo stelo, poi la spiga, poi nella spiga il seme (Marco, IV, 28), la vite col suo frutto prezioso o piangente sotto l’acuto ferro del vignaiuolo: ecco i semplici, piccoli e poco osservati oggetti naturali, che a Gesù sembrano i più adatti a divenir immagini sensibili, simboli dell’altissimo e dell’eterno. Così nel Pater Noster Egli riempie le più semplici parole del più importante contenuto, e nell’Eucaristia cela la sua propria essenza nella semplice forma del pane.
Con tale rispettoso amore trattando la natura e chiamando anch’essa all’ufficio d’annunziare la verità eterna, al servigio immediato di Dio e all’opera della salvezza, Egli ne ha nuovamente insegnato agli uomini la reverenza e la gioia, anche in quel che di essa è meno appariscente o più comune: Egli ha destato il sentimento cristiano della natura e, dischiudendo innumerevoli tenui fonti di letizia, ha infinitamente arricchito il contenuto di gioia della vita consueta. Anche qui si dimostra la parola dell’Apostolo: Cristo non è negazione di vita, in Lui non è no e non sì e no, ma sì soltanto (II Cor. , I, 19): Egli è la più alta affermazione della vita.
La convivenza del Salvatore co’ suoi discepoli era allegra e gioconda. E possiamo ben dimostrarlo. E’ già significativo il fatto che la prima escursione con loro porta a uno sposalizio e il primo miracolo operato innanzi ad essi è il miracolo delle nozze. Il Messia non è dunque un nemico della gioia; anzi Egli è uno a cui si può ricorrere, quando il vino della gioia sia finito.
Il vero è che invece dell’acqua di una gioia puramente naturale che ricrea solo il palato, Egli versa il vino di una gioia più alta, che penetra tutta l’anima ravvivandola. Ed anche Ella, la Vergine Madre, appare già qui in azione come mediatrice di gioia. Il Salvatore stesso del resto paragona a delle nozze la sua convivenza co’ discepoli, quando li difende contro i farisei, che li rimproveravano di non digiunare: «Possono dunque gli amici dello sposo rattristarsi e digiunare, finché lo sposo è con loro? Verranno giorni in cui lo sposo sarà loro tolto; allora essi digiuneranno» (Matteo, IX, 15).
Come devono essere stati raggianti i suoi occhi, quando, al ritorno dei discepoli dalla loro prima missione, esultò in Spirito Santo e intonò l’inno: «Ti rendo lode, o Padre, Signore del cielo e della terra, che queste cose hai nascosto ai savi e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli; poiché così è piaciuto al tuo cospetto» (Luca, X, 21). Allora forse anche i discepoli per la prima volta avranno sentito piena ed intima nell’anima l’allegrezza della loro missione.
L’ora di beatitudine del Tabor non fu concessa che a tre soli eletti di loro, e trapassò rapida, per quanto Pietro implorasse di trattenerla: ma tutti i discepoli avevano in ogni tempo la loro parte alla letizia di Gesù.
Anche nelle ore estreme della sua convivenza con loro, prima della passione, egli li consola dicendo: «Il cuor vostro non si turbi e non tema», e promette che la loro tristezza si muterà in gaudio eterno e si trattiene con loro affinché il gaudio suo sia in loro, e il gaudio loro sia pieno (Giov, XV, 11; XVII, 13). I quaranta giorni dopo la Pasqua furono un vero mese di godimento, una lieta primavera che maturò nel cuore dei discepoli una letizia, la quale per la discesa dello Spirito Santo divenne poi possesso senza fine.
La gioia della salvezza e la gioia del loro Salvatore, che ha dato il suo sangue nella vittoriosa lotta contro i nemici della gioia, che nella esultanza della Pasqua è risorto e gloriosamente asceso al cielo e lassù regna in eterno; la letizia dello Spirito Santo e la chiara speranza della perfetta beatitudine che sarà loro ricompensa nel cielo (Matteo, XXV, 21: Marco, V, 12: I Pietro, I, 6-8): ecco la preziosa eredità, cui avranno parte tutti coloro che sono uniti col Salvatore da fede ed amore. Che il Regno di Dio sia pace e gaudio nello Spirito Santo, può per intima esperienza attestare l’Apostolo (Rom., XIV, 17); tra i frutti dello Spirito Santo ei nomina secondo il gaudio (Gal., V, 22) e annunzia come legge della vita cristiana: «Godete nel Signore sempre, dico ancora, godete» (Filipp., IV, 4): «la pace di Cristo esulti nei vostri cuori» (Col., III,15). Le prime comunità cristiane, come si raccoglievano di casa in casa, spezzavano il pane e prendevano il cibo con esultanza, in semplicità di cuore (Atti degli App., II, 46). E anche tutte le tribolazioni, le angustie, le persecuzioni che in seguito di tempo si connettono col nome cristiano, non possono che creare per esso una tristezza tutta apparente, cui risponde nell’intimo una perenne letizia di cuore (II Cor., VI, 10: quasi tristes, semper autem gaudentes). E’ questa indistruttibile allegrezza, che nei secoli delle più crudeli e sanguinose persecuzioni, nei martiri e nei tormenti, dalle fiamme dei roghi, dalle tenebrose profondità delle carceri, sempre manda il suo canto d’esultanza.

Allegrezza e santità

L’aureola, segno speciale d’onore, onde l’arte adorna il capo e il volto dei santi è immagine della loro gloria celeste. Ma esso ricorda anche quello splendore divino di amabilità e di letizia, che circondava la loro faccia nella vita mortale. Soltanto per un vero malinteso gli uomini del mondo non possono concepire i santi senza l’attributo della mestizia, della tristezza, del dolore universale: la loro essenziale caratteristica è invece la giocondità.
S’incontrano forse nelle antiche leggende e talora nella vita dei «santi singolari»; ma o non si tratta di santità vera o la singolarità ha anch’essa il suo lato amabile: a nessun patto una singolarità inamabile ed aspra potrebbe esser degna d’ammirazione e di imitazione.
I santi stessi hanno molto recisamente condannato la tetraggine della malinconia. S. Francesco d’Assisi vi ravvisa il male «babilonico». S. Caterina da Siena la dice effetto dell’influsso diabolico. «Satana ha il determinato scopo di precipitare l’anima nel tedio, nella tristezza, nel turbamento, nell’angustia di coscienza, se non gli riesce di alimentare la sensualità, che le toglie la sua costanza e rende il cuore angustioso, debole, pusillanime». Olier vi scorge uno stato dell’animo, che inevitabilmente conduce ad esigenze di conforti sentimentali, solo in apparenza diretti a Dio, ma in realtà radicati nel soddisfacimento della cupidigia e nella menzogna. Ed anche più semplicemente S. Teresa: «Nulla io temo tanto, quanto il vedere che le nostre sorelle perdono l’allegrezza del cuore» .
Non possiamo certo aspettarci né pretendere che in ogni vita di santo appaia in ogni momento così sovrana e ammaliatrice dei cuori, questa serena amabilità: natura e temperamento e tante altre condizioni vi hanno gran parte. Ma essa non può mai mancare del tutto in un vero santo, nemmeno nel più severo asceta e nel più rigido predicatore di penitenza: essa anzi è come il primo germoglio, come il primo raggio dello splendore della santità e della gloria celeste. Poiché anche in questo devono i santi dimostrarsi veri discepoli ed immagini di Cristo, nel far sì che in loro, come già nel Dio fatto uomo, si riveli agli uomini la bontà e l’amabilità del Creatore (Tito, III, 4).
E’ dunque una nota essenziale del concetto di santità, la sincera, viva e instancabile sollecitudine di rallegrare gli altri, di consolare gli afflitti, di portare un raggio di luce in ogni affanno del corpo o dell’anima. Questa attività feconda di benedizione fa apparire i santi come i «regali ordinatori delle cose».
Se la santità null’altro in fondo significa che un vivere continuo alla presenza di Dio, un costante agire nella sua volontà, un perenne conversare con Lui nella preghiera, onde la vita terrestre si trasforma ed eleva ad una vita con Dio, in Dio e da Dio, vita vera e reale, sebbene sempre imperfetta pei vincoli e limiti terrestri, dobbiamo bene ammettere nei santi una vera ed effettiva, per quanto incompleta, partecipazione alla gloria e alla beatitudine di Dio, la quale poi da essi, non certo in effusione piena, ma come a stille, penetra ed irrora il cuore e la vita degli uomini. Essa produce quella dolce serenità, quella inalterabile quiete, quella perenne allegrezza, onde par quasi saldamente intessuta la loro anima, che diffonde su tutta la loro vita l’azzurro di un cielo purissimo e, raggiando dagli occhi, ne trasfigura il volto, ne modula a dolcezza la voce e si trasfonde negli altri.
Così amicamente s’abbracciano santità e letizia. «L’anima è beata», come dice S. Agostino , «nell’abbraccio della verità, quando senza strepito discende in lei col suo misterioso silenzio pieno d’eloquente armonia». «L’anima perfetta» spiega S. Caterina da Siena «è un liuto che rende amabili armonie, perché lo Spirito Santo, che sa toccar le sue corde, le rapisce arie gioconde. Tutti i santi han fatto risonare in questo mondo tali armonie. Il primo che le fece sentire è il dolce Redentore, il Verbo amante: disteso sulla Croce egli sonò un canto di vita che trascinò il genere umano all’amore, e diede al nemico la morte. Gli apostoli, cantando queste melodie, conquistarono il mondo all’Evangelo: con esse i martiri, i confessori, i dottori, le vergini han guadagnato le anime» .
«La caratteristica di tutti quelli che son pervenuti all’amore perfetto di Dio» dice S. Tommaso, «è una straordinaria e inalterabile giocondità, una costante letizia così meravigliosa, così libera e infantile, che i figli del mondo, i quali, pieni dei loro pregiudizi, capitano nella cerchia di tali anime, se ne sentono quasi irritati.
«Chiunque li osservi, riconosce subito che il loro contegno non deriva dal mondo circostante, ma scaturisce dal profondo dell’animo, sul quale non ha potere la tempesta, poiché la loro vita ha una base inaccessibile, Dio. Non han nulla da temere da Dio; son tranquilli con la loro coscienza: perché non dovrebbero esser contenti?» .
Per molti santi la leggenda e i biografi han posto appunto in rilievo questo lato luminoso della loro vita, ed han notato alcuni tratti più espressivi di amabilità e di letizia.
Ne vogliamo qui raccogliere una piccola fiorita.

Galleria di uomini lieti

Prima fra questi dovremo porre Colei che sempre veneriamo come la Regina di tutti i santi. Se noi con la Chiesa salutiamo Maria causa della nostra letizia e consolatrice degli afflitti, non facciamo che esprimere una verità ben chiara. Già per la sua purezza immacolata e per la sua dignità di Madre di Dio non possiamo non pensare in lei una ricchezza meravigliosa delle più alte gioie. Appunto da tale arcana profondità scaturisce il Magnificat e s’eleva al cielo in luminoso zampillo d’esultanza. Che Ella sia insieme anche la Madre dolorosa, non altera punto né attenua il suo possesso di letizia; anzi la rende capace d’essere insieme la consolatrice degli afflitti e la madre rallegratrice dei miseri. Quanta tenera, pura e calda gioia infonda nella vita degli uomini la relazione infantile con questa Madre, non può avere idea chi di tale relazione non sa né vuol saper nulla.

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«Deponi la tristezza; essa è sorella del dubbio e dell’ira: essa turba e bandisce da sé lo Spirito Santo. Accogli l’allegrezza che è sempre gradita e cara a Dio, e ricreati in lei. Poiché l’uomo giocondo fa sempre del bene e pensa il bene e spregia la tristezza. Purificati dal cattivo sconforto e tu loderai Dio, e loderanno Dio tutti quelli che lo gettan via da sé e accolgono la gioia». Così ammonisce il Pastor Hermae (mand. 10) nel II secolo.

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Degli eremiti della Tebaide in Egitto così racconta Rufino:
«Essi erano perennemente lieti e così pieni di gioie spirituali, quali pochi altri uomini godono sulla terra. Se mai alcuno appariva turbato, il santo abate Apollonio glie ne domandava subito la causa. Egli diceva loro spesso, che l’uomo, il quale ha la sua salvezza in Dio e la sua speranza nel cielo, non deve esser triste. I pagani avrebbero cagione di rattristarsi, i Giudei di piangere e lamentarsi e i peccatori di turbarsi: i giusti al contrario devono esultare ed essere contenti».
La salvezza in Dio e la speranza nel cielo; non si potrebbero più concisamente esprimere le cause principali della letizia cristiana.
Lo stesso s. Apollonio, il quale non lungi da Eliopoli fondò un monastero che attrasse a sé cinquecento monaci, parlava spesso con loro delle pericolose conseguenze della tristezza e raccomandava quella allegrezza spirituale che insieme con le lagrime è così necessaria alla penitenza; un’allegrezza che scaturisce dall’amore, e senza la quale presto si spegne nell’anima l’ardore della devozione. Egli stesso possedeva tale giocondità in grado altissimo e l’ilarità del suo volto era il distintivo a cui gli estranei lo riconoscevano.
Che sapienza pedagogica e che sano concetto della vera penitenza e della vera pietà si rivela in questa breve ammonizione! «Quanto è più profondo e sincero il pentimento, tanto più legittima e necessaria è l’allegrezza che sgorga dall’amore di Dio».
S. Pacomio anche nelle ore estreme della sua vita, così ricca di mortificazioni, serbava il volto raggiante e l’animato ed ilare aspetto che erano stati sua caratteristica in tutta la vita.
E d’un eremita del deserto scitico leggiamo ch’egli, mentre i suoi frati lo credevano già morto, riaprì ancora la bocca e tre volte die’ in un riso di gioia per aver vissuto e per morire così, come gli era stato concesso da Dio .

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S. Antonio il Grande, la «stella del deserto», il «padre dei monaci», morto verso il 356 in età di 105 anni, era, secondo la descrizione di S. Atanasio suo biografo, così allegro ed amabile, che quando giungevano dei forestieri, lo riconoscevano subito, tra gli altri monaci, dalla raggiante serenità del suo volto .

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S. Basilio Magno, benché menasse una vita così ascetica, che S. Gregorio Nazianzeno poteva dirlo senza carne e quasi senza sangue, ed egli stesso diceva di sé che non aveva più corpo, era tutt’altro che tetro e malinconico. Veramente inesauribile era la sua bontà e la sua pazienza: la sua dolcezza inalterabile faceva stupire il pagano Libanio. Quando il prefetto Modesto con minacce di confische, di esilio, di tortura e di morte voleva indurlo all’unione della Chiesa con gli Ariani, respingendo Basilio incurante queste minacce, osservò Modesto: «Nessuno ha mai parlato a Modesto con tale ardire». Basilio rispose: «Forse tu non hai ancora avuto a che far con un vescovo: noi vescovi di consueto siamo i più miti degli uomini: ma se si tratta di religione, non vediamo più altro che Dio e non curiamo tutto il resto: fuoco, spada, belve feroci, artigli di ferro divengono allora nostre delizie».

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Al grande S. Martino, vescovo di Tours († circa il 400), in cui pareva rivivere la potenza della fede e dei miracoli d’Eliseo, la costante unione con Dio nella preghiera non era di alcun impedimento per cogliere ogni minima occasione esterna ad uno scherzo gentile, che riuscisse insieme di ricreamento e d’edificazione .

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S. Paolino, vescovo di Noia († nel 431), univa con la più austera condotta di vita una perenne e amabile ilarità, che era l’incanto di tutti quelli che lo conoscevano e che ancora arride a noi viva da’ suoi scritti.

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S. Deicolo, nato nel VI secolo in Manda, fu discepolo di S. Colombano, l’accompagnò in Inghilterra e in Francia, e divenne poi abate del convento di Lüder. Di lui si dice che la santa allegrezza dell’anima raggiava dal suo volto tale splendore, che tutti al vederlo ne erano ammaliati. Anche il suo maestro Colombano, meravigliato, l’interrogò un giorno, quale fosse la causa perché egli era sempre d’animo così ilare e contento. Deicolo rispose con semplicità: «Ciò deriva dal pensiero che nulla mi può rapire il mio Dio». Con questa semplice e profonda parola egli indicava l’intima fonte della sua letizia e il perché essa fosse in lui inalterabile e perenne.

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S. Romualdo, il fondatore del rigido ordine di Camaldoli († nel 1027), anche da vecchio, come narra il suo biografo S. Pier Damiani, serbava così pura e infantile allegrezza, che nessuno, quantunque col cuore pieno di sconforto, poteva mirarlo senza sentirsi commosso a giocondità.

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Di S. Bernardo (1091-1153) ci si racconta che sul suo volto così pallido ed esausto era diffusa una angelica bellezza di grazia ineffabile, che conquistava tutti i cuori e contribuiva moltissimo alla sua straordinaria popolarità. Egli soleva dire che non si può ottener nulla di buono, se non si guidano gli altri con uno spirito di amabilità. Il Möhler dice dei suoi scritti che, con la loro luminosa chiarezza, con la rotondità della forma, con l’armonia e l’incanto della sonora eloquenza, effusa dall’intimo in limpida onda pia e vivificante, essi sono una irradiazione della grandezza e della grazia del suo spirito.
Dice un vescovo: «Se 1’amabilità potesse tenere omelie o scriver libri, si esprimerebbe come S. Bernardo». Il suo amore s’estendeva anche agli animali. Alla vista d’una lepre inseguita da cani, o d’un povero uccellino minacciato da uccelli di rapina, il suo cuore si sentiva così oppresso, ch’ei non poteva a meno di far in aria un segno di croce per salvare le innocenti bestiole: e sempre la sua benedizione portava fortuna. Di lui è la parola: «Se la misericordia fosse un peccato, credo che non potrei trattenermi dal commetterlo».

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S. Domenico (1170-1221), in mezzo alle sue apostoliche fatiche, si distingueva sempre per una serenità così inalterabile, che ad ognuno pareva di scorgere sulla sua fronte uno splendore celeste. Il giorno egli l’aveva consacrato all’allegrezza; le lagrime e le flagellazioni, con le quali commoveva Dio a pietà per la miseria del mondo, le serbava per la notte.

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Come si potrebbe parlare di santa letizia, della letizia dei santi senza nominare S. Francesco d’Assisi, il frate poverello sempre allegro, il poeta dell’allegrezza e specialmente dell’allegrezza nel dolore?
L’anima sua era naturalmente aperta e fatta alla gioia. Già prima della sua conversione, essendo fatto prigioniero nella lotta con quei di Perugia e per un anno intero tenuto in carcere, faceva stupire i suoi compagni d’infortunio per la sua costante ilarità e il suo perpetuo canto. Nella sua vita, tutta consacrata alla povertà e alla rigidità più austera, egli fu poi sempre più ricco di gioia. Per lui dolore e gioia si fondevano insieme; il più profondo dolore diveniva fonte della gioia più alta.
Egli stesso lo dichiara in quel suo meraviglioso colloquio con frate Leone che qui dobbiamo riprodurre:
«Vegnendo una volta santo Francesco da Perugia a Santa Maria delli Agnoli con frate Lione a tempo di verno e il freddo grandissimo fortemente il cruciava, chiamò frate Lione il quale andava un poco innanzi e disse così: O fra Lione, avvegna Iddio, o frate Lione, che’ frati minori in ogni terra dieno grande assempro di santità e di buona edificazione, niente di meno iscrivi e nota diligentemente che non è ivi perfetta letizia. E andando più oltre, santo Francesco il chiama la seconda volta: O frate Lione, benché lo frate minore allumini i ciechi, istenda gli attratti, cacci i demoni, renda l’udire a’ sordi, l’andare a’ zoppi, il parlare a’ mutoli e, maggior cosa, risusciti il morto di quattro dì, iscrivi che non è in ciò perfetta letizia. E andando un poco santo Francesco grida forte: O frate Lione, se lo frate minore sapesse tutte le lingue e tutte le scienze e tutte le scritture, sicché sapesse profetare e revelare non solamente le cose future, ma eziandio i segreti delle coscienzie e delli animi, iscrivi che non è in ciò perfetta letizia.
«Andando un poco più oltre, santo Francesco ancora chiama forte: O frate Lione, pecorella di Dio, benché il frate minore parli con lingua d’agnolo, e sappia i corsi delle istelle e le virtù delle erbe, e fossongli rivelati tutti i tesori della terra e conoscesse le virtù delli uccelli e de’ pesci e di tutti gli animali e delli uomini e delli alberi e delle pietre e delle radici e delle acque, iscrivi che non ci è perfetta letizia. E andando anche uno pezzo santo Francesco chiama forte: O frate Lione, benché lo frate minore sapesse sì bene predicare ch’elli convertisse tutti gl’infedeli alla fede di Cristo, iscrivi che non è ivi perfetta letizia. E durando questo modo di parlare bene due miglia, frate Lione con grande ammirazione il domandò e disse: Padre, io ti priego dalla parte di Dio che tu mi dica ove è perfetta letizia. E santo Francesco gli rispuose: Quando noi giugneremo a Santa Maria degli Agnoli così bagnati per la piova e aghiacciati per lo freddo e infangati di loto e afflitti di fame e picchieremo la porta dello luogo e ‘1 portinaio verrà adirato e dirà: Chi siete voi? e noi diremo: Noi siamo due de’ vostri frati, e colui dirà: Voi non dite vero, anzi siete due ribaldi, che andate ingannando il mondo e rubando le limosine de’ poveri, andate via; e non ci aprirà e faracci istare di fuori alla neve e all’acqua collo freddo e colla fame infino alla notte, allora se noi tante ingiurie e tanta crudeltà e tanti commiati sosterremo pazientemente, sanza turbazione e sanza mormorare di lui e penseremo umilemente e caritativamente che quello portinaio veracemente ci conosca e che Dio il faccia parlare contro a noi, o frate Lione, iscrivi che ivi è perfetta letizia. E se noi perseverremo picchiando, elli uscirà turbato e come gaglioffi importuni ci caccerà con villanie e con gotate dicendo: Partitevi quinci, ladroncelli vilissimi, andate allo spedale, che qui non mangerete voi né non ci albergherete; se noi questo sosterremo pazientemente e con allegrezza e con buono amore, o frate Lione, iscrivi che qui è perfetta letizia. E se noi pure costretti dalla fame e dallo freddo e dalla notte pur picchieremo e pregheremo per l’amore di Dio con grande pianto che ci apra e mettaci pur dentro, quegli più iscandalezzato dirà: Costoro sono gaglioffi importuni, io gli pagherò bene com’elli sono degni, e uscirà fuori con uno bastone nocchieruto e piglieracci per lo cappuccio e gitteracci in terra e involgeracci nella neve e batteracci a nodo a nodo con quello bastone, se noi tutte queste cose sosterremo pazientemente e con allegrezza pensando le pene di Cristo benedetto, le quali noi dobbiamo sostenere per suo amore, o frate Lione, iscrivi che in questo è perfetta letizia. E però odi la conclusione, frate Lione; sopra tutte le grazie e’ doni dello Spirito Santo le quali Cristo concede agli amici suoi, si è vincere se medesimo e volentieri per lo amore di Cristo sostenere pene e ingiurie e disagi» .
La costante allegrezza e benevolenza in Dio era la nota dominante della sua natura, la causa principale della sua efficacia e l’attrattiva di lui più potente sui cuori.
Il suo ordine era di mendicanti, ma sempre lieto in giubilo e canto: egli chiamava i suoi frati lieti giullari di Dio, ioculatores Domini. E quando era preso dall’entusiasmo, faceva come i bambini: con due pezzi di legno imitava il sonare del violino, per concedere un ritmo migliore all’alta melodia dell’anima rapita. Ed è notevole come appunto il suo libero scambio con la natura, il suo caldo sentimento per essa abbia dischiuso nella sua vita la più varia e piena fioritura di gioia. Tutto ciò che nella natura vede ed ode, vegeta e fiorisce, vola e serpeggia, pigola e canta lo invita alla letizia, perché tutto gli ricorda Dio. Sole, luce, fuoco, sorgenti e rivoli, rupi ed alberi, fiori e frutti, uccellini ed agnelli diventano per lui fratelli e sorelle, ed egli conversa con loro come con eguali. Nell’orto del suo convento doveva esser sempre lasciato un piccolo spazio per i suoi fratelli fiori. Egli soleva dire: «Al mattino, quando spunta il sole, tutti gli uomini devono lodare Dio che a nostro bene ci ha creati, poiché per il sole tutto ci si manifesta; la sera, quando si fa notte, tutti gli uomini dovrebbero lodare Dio per frate fuoco che ci dà luce nelle tenebre, poiché tutti noi siamo come ciechi, ma Dio concede luce al nostro occhio per mezzo di questi due fratelli». Per l’acqua aveva singolare rispetto, perché gli ricordava il battesimo; quando si lavava le mani, cercava un luogo dove le gocciole cadenti non potessero esser calpestate. E rispettosamente passava sopra le pietre, pensando a Colui che è la pietra angolare. Ad un frate che recideva un albero rivolgeva preghiera di lasciarne una parte viva, tanto che potesse di nuovo germogliare e fiorire.
Ed una volta col suo mantello riscattò da un contadino due agnelli, perché non fossero venduti e macellati: udendoli belare, ne era commosso e li accarezzava e consolava come fosse la loro madre. Nella Porziuncola aveva un agnellino addomesticato, che lo seguiva dappertutto, anche in chiesa, dov’esso accompagnava col suo dolce belato il canto dei frati, come uno del coro. Presso Siena una volta lo circondò una greggia di pecore e belavano a lui come se gli parlassero. Quando un nobile gli donò un fagiano, S. Francesco gli prese a dire: «Dio sia lodato, frate fagiano», e da quel momento il fagiano non si partì più da lui. «Canta le laudi di Dio, frate grillo», diceva al grillo, ed esso cantava, finché S. Francesco non gli comandava di smettere.
Raccoglieva i piccoli vermi dalla terra, perché non morissero calpestati. Presso Bevagna fece una predica agli uccelli, mostrando loro quanto debbano lodare Dio ed essergli grati, perché li ha creati e si prende così buona cura di loro; e gli uccelli subito seguirono il suo ammonimento con allegro cinguettio. In Greccio si chinò amorosamente sui piccoli pettirossi, nostri fratelli, e in Siena costruì un nido per le tortore. E lasciando il Monte della Verna per ritirarsi nella Porziuncola ove morì, prese commiato dai frati ed anche dalla natura:
«A Dio Monte, a Dio a Dio Monte Alverna, a Dio Monte d’Angioli, a Dio carissimo; a Dio carissimo fratello falcone, ti ringrazio della carità che meco usasti. A Dio, a Dio, Sasso Spicco, non ci verrò più qua a visitarti».
Quali allegrezze deve avergli dato la natura, se la separazione da lei gli cagionava tanto dolore!
Dopo l’amore alla povertà, la gioia fu l’eredità più preziosa ch’egli lasciò al suo Ordine, E l’accolse più tardi espressamente nella sua Regola. Il settimo capitolo della prima regola, che in un Capitolo generale fu affisso in grossi caratteri, suona così: «I frati non devono mai mostrarsi tristi, malinconici e rannuvolati come gli ipocriti: al contrario, devono trovarsi in ogni momento allegri nel Signore, ilari, amabili, benevoli come si conviene». «Che altro siamo noi, frati Minori», era solito dire, «se non cantori e giullari di Dio, che devono elevare i cuori degli uomini e muoverli a letizia spirituale?». E dalla loro cerca d’elemosina i frati dovevano ritornare cantando per l’allegrezza della povertà. Contro le tentazioni e gli assalti del demonio egli dava tre rimedi, atti a cacciare in fuga tutti i pensieri tristi e cattivi: preghiera, ubbidienza e letizia nel Signore. E non poteva assolutamente tollerare tra i suoi frati alcun volto fosco. Un giorno incontrandone uno così turbato, gli prese a dire: «Che viso fai tu? Hai offeso in qualche cosa Dio? Perché un’altra causa di malinconia non ci può essere. Se è così, mettiti in ordine con Dio e non esser grave agli altri con la tua tristezza». E chiamava la malinconia «la malattia babilonica» riferendola alla Babele da loro abbandonata, al mondo: quando l’anima si sente sola, malinconica, angustiata, facilmente si rivolge al conforto esterno e ai vani diletti del mondo. «Lasciate che quelli che appartengono al diavolo vadano attorno con la testa china» diceva egli «a noi conviene esultare e far festa nel Signore».
I frati partecipavano alla sua allegrezza: con un aspetto di uomini selvatici e di austeri penitenti eran sempre ilari e lodavano incessantemente Dio, mentre Francesco per lo più cantava canzoni francesi. «Essi, dice un biografo , potevano tanto gioire perché avevano rinunziato a tanto». Lo sposalizio dell’Ordine con la Povertà divenne veramente come una festa perpetua di nozze con giubilo e canti. Un incanto di letizia indicibile spirano i Fioretti, in cui frate Ugolino ci ha conservato i ricordi della vita del Santo e de’ suoi primi compagni.
Per quante avversità, ingiurie, insulti e contumelie, percosse e maltrattamenti, travagli e dolori corporali potessero gravare su di lui, nulla turbava la sua allegrezza; tutto anzi le dava nuovo nutrimento ed impulso nuovo. Solo una volta il suo spirito di gioia fu sul punto di venirgli meno. Fu verso la fine della sua vita. In seguito ad una grave infermità d’occhi, egli era quasi divenuto cieco: di più lo tormentavano dolori di fegato e di stomaco ed infine nella sua cella era molestato da topi, che né giorno né notte gli davano tregua. Allora egli fu vicino a perdere il coraggio, e nella notte implorò la grazia di poter sopportare la sua infermità con pazienza. E subito udì in ispirito una voce che lo consolava: «Rallegrati, fratello, e fa festa nella tua infermità e tribolazione; nel resto confidati così sicuramente, come se tu fossi già nel mio regno». La mattina seguente la sua anima prese il suo volo più alto, e compose il cantico dell’allegrezza in Dio, il cantico del Sole, in cui tutta la gioia della natura e di tutte le creature – e chi poteva sentirla più squisitamente di Francesco che tutte le amava con così viva ed intima fraternità? – tutta la spirituale letizia d’un’anima credente e innamorata di Dio si confondono in un inno di pura esultanza che si eleva al cielo.
E voleva mandare i suoi frati in ogni parte a cantarlo, e poi come giullari di Dio avrebbero richiesto agli uditori la ricompensa: cioè che essi si convertissero e diventassero buoni cristiani. Quest’inno gli abbellì la sera della vita, alleviandogli con le sue armonie le gravi sofferenze. Quando il medico gli annunziò l’avvicinarsi della morte, egli disse: «Sorella morte, sii la benvenuta!» e subito aggiunse al canto gli ultimi versetti sulla morte. E una volta desiderò fortemente di sentire una canzone sacra accompagnata dal suono della chitarra: ma come il frate gli fece osservare che la cosa poteva dare scandalo, il malato subito vi rinunziò; nella notte seguente egli udì una musica d’angeli meravigliosa che lo ricreò straordinariamente. Un angelo con una viola e un archetto gli disse: «Francesco, ora io ti voglio far udire una melodia, come noi soniamo in cielo innanzi al trono di Dio». Ed accostando la viola alla guancia die’ un tratto sulle corde. Francesco fu allora inondato di così grande allegrezza e sentì l’anima ripiena di tanta soavità, che si sospese in lui ogni sentimento corporeo ed ogni tristezza disparve.
Nelle ultime ventiquattr’ore della sua vita i frati Angelo e Leone dovettero più volte ricantargli il canto del Sole ed egli sempre intonava l’ultima strofa. Verso sera con insolita energia prese a cantare il salmo Voce meo, ad Dominum clamavi. Quando ebbe finito, era discesa la notte e tutto era quiete intorno a lui. Il santo era entrato nella eternità cantando. E intorno alla capanna le allodole mandavano a lui con cinguettio sonoro il loro addio.
Trascriviamo qui il cantico del Sole , che è il più bel lascito suo d’allegrezza al mondo:

Altissimu onnipotente bon Signore,
tue so le laude, la gloria e l’onore et onne benedictione:
Ad te solo, Altissimo, se confano,
e nullo homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi Signore, cum tucte le tue creature,
spetialmente messor lo frate sole,
lo quale iorna et allumini noi per lui;
et ellu è bellu e radiante cum grande splendore;
de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si, mi Signore, per sora luna e le stelle: in celu l’ai formate clarite e pretiose e belle.

Laudate si, mi Signore, per frate vento
e per aere e nubilo e sereno et onne tempo,
per lo quale a le tue creature dai sustentamento.

Laudato si, mi Signore, per sor acqua,
la quale è multo utile et humele et pretiosa e casta.

Laudato si, mi Signore, per farle focu,
per lo quale ennallumini la nocte,
et ello è bello et iocundo e robustoso e forte.

Laudato si, mi Signore, per sora nostra matre terra
la quale ne sustenta et governa
et produce diversi fructi con coloriti fiori et herba.

Laudato si, mi Signore, per quilli che perdonano per lo tuo amore,
e sostengo infirmitate e tribulatione;
beati quilli che ‘1 sosterranno in pace,
che da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si, mi Signore, per sora nostra morte corporale,
da la quale nullu omo vivente po scappare:
guai a quilli che morrano ne le peccata mortali;
beati quilli che se trovarà ne le tue santissime voluntati,
ca la morte secunda no ‘1 farrà male.

Laudate e benedicete mi Signore e rengratiate et serviateli cum grande humilitate.

* * *

Il beato Egidio d’Assisi, uno dei primi discepoli di S. Francesco, aveva sempre il volto raggiante di una viva serenità, di una letizia meravigliosa, e se gli si parlava di Dio, le sue risposte erano la spontanea effusione dell’intima giocondità del suo cuore. Una volta egli domandò a un altro frate: «Hai tu buona anima?». Rispose il frate: «Questo non so io». E allora disse frate Egidio: «Fratello mio, io voglio che tu sappi che la santa contrizione e la santa umiltà e la santa carità e la santa divozione e la santa letizia fanno l’anima buona e beata».

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S. Chiara (1194-1253), la più gloriosa figlia di S. Francesco, la fondatrice del ramo femminile del suo ordine, era davvero degna compagna del serafico santo anche per la sua serenità ed allegrezza inalterabile. Una volta che in una grave malattia le si parlava di pazienza, meravigliata, rispose che da quando s’era data a Dio, non aveva mai avuto occasione di esercitar la pazienza. «Quanta riconoscenza non devo a Dio! Dacché per il suo servo Francesco ho appreso a sentir l’amarezza del suo calice di passione, non ho mai più trovato nella vita alcuna cosa che potesse turbarmi».

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S. Elisabetta di Turingia (1207-1231), in quella notte che tutto aveva perduto ed era stata scacciata dal suo castello, fece cantare un Te Deum nella chiesa dei Francescani. Delle persone pie che hanno un viso triste diceva: «Han l’aria di voler far paura a Dio; noi dobbiamo dare a Dio quel che abbiamo con gioia e allegrezza».

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Di S. Guglielmo, che dal 1200 fu arcivescovo di Bourges, si dice che la più alta intelligenza andava in lui congiunta con una incredibile semplicità, e che sempre il suo volto era radiante per l’intima pace dell’anima: né mai, nonostante la rigidezza austera della vita, egli perde quella giocondità santa ch’è il più bell’ornamento della virtù.

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Giovanni Ruysbroek (morto nel 1381) famoso mistico, compagno di Gerardo Groote e del Tauler, scrive: «La consolazione, che infonde nelle anime pie lo Spirito Santo, è infinitamente maggiore di tutti i piaceri del mondo, anche se un sol uomo potesse provarli tutti insieme. Per essa pare che il cuore si dissolva in una pura ebbrezza di gioia, che non gli è possibile nascondere» .

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Il beato Enrico Susone (morto ad Ulma nel 1365) era stato abituato da Dio così, che quando un dolore lo abbandonava, subito ne trovava pronto un altro. E Dio scherzava con lui senza interruzione. Solo una volta lo lasciò stare un po’ in calma; ma ciò non durò a lungo. Nel tempo appunto ch’egli era libero da dolori, andò in un monastero, e le sue figliuole spirituali lo interrogarono come stesse. Egli rispose: «Temo che mi vada male, perché da ben quattro settimane, contro ogni mia consuetudine, non ho avuto alcun attacco né nel corpo né nell’onore, e purtroppo devo temere che Dio mi abbia dimenticato». E dopo che egli era stato alquanto presso di loro alla finestra, sopraggiunse un frate dell’ordine e chiamatolo fuori, gli disse: «Io ero poco fa in un castello, e il signore mi domandò con molta insistenza di voi, dove eravate, e levando le mani giurò innanzi a tutti, che dovunque vi trovasse, una spada vi avrebbe trapassato: lo stesso hanno fatto altri arditi guerrieri suoi amici: essi vi hanno cercato in parecchi conventi, sperando di poter soddisfare su di voi il loro malvagio volere: siete dunque avvisato e state in guardia, se v’è cara la vita». – Udito questo, il servo della Eterna Sapienza: «Dio sia lodato!» disse e s’affrettò nuovamente alle sue figlie spirituali: «Ah figlie mie, state bene! Dio ha pensato a me, non mi ha ancora dimenticato» . Egli poteva ben attestare di sé d’aver avuto un cuore mite in ogni momento: «Tutti gli uomini che venivano a me tristi o depressi, trovavano sempre qualche buon consiglio, sicché se ne partivano consolati ed allegri: io piangevo coi piangenti, mi rattristavo coi tristi, finché non li avevo, come una madre, rianimati. Se mai uomo mi aveva cagionato profondo dolore, bastava che mi guardasse con un buon sorriso, e tutto spariva in nome di Dio, come se nulla fosse accaduto. E che dico, Signore? Non voglio parlare degli uomini, ma il dolore e la pena d’ogni animaletto, d’ogni uccellino, d’ogni minima creatura di Dio, al solo vederlo od udirlo, mi andava al cuore, e se non potevo io stesso mitigarlo, con sospiri e preghiere mi rivolgevo al dolce altissimo Signore, perché gli desse soccorso» .

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«Ascolta, avverte il Susone, la dolce melodia delle corde tese di un uomo che soffra con Dio: che sublimi accenti, che suoni soavi! Innanzi alla Santissima Trinità non v’è cosa più fulgida e bella di questa, che nella povertà, nell’ignominia, nella miseria, nelle infermità, nell’aridità spirituale, e quel che di tutto è il più grave, sotto il giogo dell’obbedienza e in ogni amarezza interna ed esterna l’uomo lodi di cuore Dio e renda a lui grazie con gioia»

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Maestro Eckart (morto nel 1327) ammonisce di dir così al sopraggiungere di ogni dolore: «Benvenuto sii tu, o mio caro, unico, fedele amico: non ti avrei mai preveduto, né aspettato: umilissimamente m’inchino dinanzi a te» .

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S. Caterina da Siena (1347-1380) amava la natura e ne intendeva le soavi armonie. Quando vedeva un prato fiorito, diceva alle sue compagne con santa allegrezza: «Non vedete come tutte le cose adorano Dio e parlano di lui? Questi fiori rossi ci mostrano chiaramente le rosse piaghe di Gesù Cristo».
In primavera si fermava all’orlo del bosco per ascoltare il canto degli uccelli e tutte le misteriose voci della natura viva ed animata. Sulle alture dell’Appennino ella accoglieva nell’anima il fremito delle selve mosse dal vento e le selvagge melodie delle tempeste e delle acque, e le ricomponeva in un immenso sospiro e in una preghiera. Un giorno, dopo avere a lungo considerato delle schiere di formiche, disse: «Come me, anch’esse sono uscite dal pensiero santo di Dio. Egli che ha creato gli angeli, ha chiamato all’essere anche questi piccoli animaletti e i fiorellini».
Come tutte le figlie di Siena, aveva gran gioia della musica e quando con le sue compagne lavorava coll’ago, cantava canzoni pie ad onore di Gesù e della Vergine Madre, e pronunziava i loro nomi con tale incanto, che a chi l’udiva ne risonava poi a lungo nell’anima la dolcezza. Il suo sguardo e la sua parola davano un profumo di purità che pareva più angelica che umana: il volto di lei era in ogni tempo sereno e lieto.

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S. Bernardino, il più illustre figlio di Siena, venuto alla luce del mondo nell’anno stesso in cui morì S. Caterina (1380-1444), il potente predicatore di penitenza e missionario d’Italia, non solamente fanciullo fu di una gaiezza veramente senese – dov’è Bernardino è in bando la noia, solevan dire i suoi compagni – ma anche monaco e missionario serbò sempre questa sua bella caratteristica. Enea Silvio dice che il suo volto era sempre allegro, fuorché quando lo affannava un pubblico scandalo. Uno dei suoi confratelli attesta ch’egli fu sempre sereno e sempre amico del riso e dello scherzo. Di questo anzi un suo compagno si mostrava alquanto scandalizzato, ma ebbe poi a implorarne il perdono davanti alla salma, quando vide i miracoli che per lui si operavano.

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«In verità vi dico» così parla l’Amico di Dio (morto dopo il 1419) «anch’io fui un uomo del mondo, ricco e universalmente gradito e perciò conosco bene la facile e mala compensatrice gioia del mondo. Ma io ho anche provato alcunché della grazia di Dio, e come Dio qui nel secolo vive in intima familiarità con gli amici suoi. E posso in verità affermare d’avere spesso sentito in una breve ora di Dio più consolazione e letizia, che se ad un tratto avessi avuto tutta insieme la gioia e il conforto che può dare il mondo. E avessi anche saputo che la gioia e la consolazione del mondo dovessero durare fino al dì supremo, tuttavia in verità confesso che a confronto di quella breve ora di consolazione divina esso non è più che una gocciola al mare» . «Le anime buone – è detto nel libro Della povertà spirtuale, opera d’un ignoto mistico, falsamente attribuita al Tauler – provano in un giorno solo più gioia e piacere di quel che abbian mai goduto i peccatori tutti insieme. Il loro lavoro è più giocondo del riposo dei peccatori, dato che per questi si possa parlar di riposo; che in verità essi travagliano sempre, senza momento di tregua; eppure il loro lavoro è sterile e improduttivo.
«I buoni invece riposano; non che essi se ne giacciano oziosi, ma per loro il lavoro stesso è riposo: essi hanno riposo in tutte le cose, dice Salomone. Il peccatore invece ha in tutte le cose inquietudine; mangi o beva, dorma o vegli, tutto gli è penoso: e il suo cuore non è mai soddisfatto.
«Gli uomini che vivono in vera rettitudine, hanno in sé la fonte di ogni gioia e piacere e nessuna tristezza può gravare su loro; poiché la parola eterna, onde han gaudio e letizia tutti gli angeli e i santi, risuona in loro come nei santi del regno celeste.
«Niuna cosa porta più vita nell’anima che il dolore. Esso estirpa tutto quel che nell’anima è mortale; e quando tutto ciò che è della morte è sparito, resta allora solo la vita e così si genera la gioia più grande dal più grande dolore.
«Dolore è fugato da dolore e quando 1’uomo ha tutto sofferto, egli è libero da ogni patire e vive placidamente in Cristo, cioè nella vera pace e quiete del suo cuore: ma chi fugge il patire, non ne sarà libero mai».

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Nonostante una rigida vita di mortificazione, il volto di S. Bonaventura (1221-1274) splendeva d’una tale letizia, quale poteva derivare solo dall’intima pace del cuore. Spesso si udiva da lui la sentenza: «La gioia spirituale è il più sicuro segno della grazia divina che abita in noi» . – «Il cuore lieto, egli scrive , è più atto ad accoglier la grazia che il triste; poiché lo Spirito Santo è l’amore e la gioia del Padre e del Figlio, e il simile ha da natura gioia maggiore nel simile». – Egli morì durante il secondo Concilio di Lione: e l’autore degli Atti del Concilio dice di lui: «Iddio gli aveva dato un’amabilità così affascinante, che chiunque lo vedeva era subito intimamente preso di amore per lui».

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S. Edmondo, arcivescovo di Canterbury (dal 1234 al 1242), paragonava le tribolazioni ad un latte che Dio prepara per nutrimento dell’anima. «L’amarezza, ch’esse in sé racchiudono, egli diceva, è mista di molta dolcezza: essa è come un miele selvatico che deve nutrir l’anima nel deserto di questo mondo».

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La serenità e la tranquillità di S. Luigi re di Francia († 1270) sostennero la prova del fuoco, quand’egli, prigioniero dei Saraceni in Terra Santa, giacque gravemente malato. La quiete del suo spirito non lo lasciò neppure un momento, e dal suo volto splendeva una così dolce serenità, che i Barbari ammirati confessarono esser egli il più coraggioso cristiano che avessero mai veduto.

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Il B. Giovanni Colombini († 1367), già ricco pa¬trizio e mercante di Siena, poi penitente e predicatore di penitenza e fondatore dei Gesuati, eccitava i suoi discepoli, peregrinando da luogo a luogo, specialmente alla gioia della natura in Dio.
« O cari poveri di Dio » predicava loro tra gli alberi su di un prato fiorito «quanto non siamo noi obbligati a ringraziare il Creatore! Pensate soltanto che ci è concesso di vivere, di muoverci liberamente in questa bella e calda luce di sole e mirare il chiaro cielo azzurro e respirare quest’aria vivificante. Guardate un po’ questi bei fiori che brillano così amabili nella splendida luce del sole, bianchi, gialli, rossi, azzurri! Calpestatene uno e nessun artista al mondo sarà capace di rifarlo. Prendetene uno in mano, ed osservate come queste vene violette si diramano nel candido calice; che lavoro bello, puro, squisito! O mondo meraviglioso, o mondo grande, amabile, misterioso. O vita, o felicità, o beatitudine, o paradiso!».
A un tratto, mentre egli parlava, cadde giù nell’erba e vi giacque come inanimato. La schiera dei suoi discepoli si sparse pei prati stellati di fiori e ne colsero a piene mani e avevano pieno anche il grembo di fiori. Fino al più lontano angolo del prato essi andavano e coglievano fiori e fiori e fiori, e poi ritornavano al loro maestro e spargevano su lui a piene mani i fiori primaverili raccolti. E prima gli coprirono tutto il volto con un gran cumulo di anemoni e di fior di croco, poi na¬scosero la sua bruna tonaca sotto una quantità di candide margheritine, poi gli coprirono di fiori le mani e i piedi, sicché alla fine egli era tutto fiori e null’altro si vedeva di lui se non brillanti e odorosi cumuli di fiori.
E quand’egli finalmente riaprì gli occhi, e si mirò attorno tra i calici dei fiori candidi e rosa, con un sorriso d’estasi pian piano si rilevò. Abbracciò con riconoscente effusione i suoi fidi discepoli e la piccola schiera riprese il suo cammino cantando. E ancora per un buon tratto di strada nelle pieghe della bruna e rappezzata tonaca di Giovanni Colombini eran sospesi rosei anemoni e candide margherite.
Questo amabile episodio è raccontato dal Jörgensen .
Egli confortava così la sua sposa Biagia da lui lasciata: «Io ti prego, vivi in gioia e non in tristezza. E va in tutti i luoghi che ti diano diletto e rallegrati nel Signore. Sii sempre lieta! Quanto più si è lieti, tanto più facile è servire a Dio. Cristo si rallegra in noi e anche noi vogliamo rallegrarci in lui. Guardiamoci dalla tristezza e dall’amarezza del cuore, che è un’insinuazione del demonio, e facciamo continua festa nelle nostre anime a Gesù Cristo e a tutti gli uomini».

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Anche di S. Teresa (nata nel 1515) attestano i biografi una perenne ed incantevole allegrezza, che destava la meraviglia e l’amore in quanti l’avvicinavano. Ella animava anche gli altri in ogni occasione a questa dolce e misurata allegrezza e raccomandava loro di progredire nella via della preghiera con pace e con gioia. «Poiché» ella dice nel cap. XIII della sua Vita «certo delira al tutto chi crede che la pietà sia incompatibile col dolce abbandono dello spirito all’allegria». Essa aveva un’intima ripugnanza per tutto ciò ch’essa chiamava la via del timore, specialmente del timor servile, nel servizio di Dio. Nel monastero delle Carmelitane di S. Giuseppe d’Avila si conserva ancora un piccolo flauto e un piccolo tamburo, con cui nei giorni di festa ella soleva divertirsi proprio come i bambini.

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S. Filippo Neri, il santo che per il suo umorismo, per i suoi estri originali, per la sua amabile semplicità attirò l’interesse e la simpatia del Goethe; egli che in Roma s’era fatto tutto a tutti, cominciando dal Papa sino ai fanciulli che giocavan sulla piazza; egli che poteva essere dotto coi dotti, ma che assai più preferiva esser piccolo coi piccoli, nelle belle giornate di prima-vera soleva condur fuori la gioventù al giardino di S. Onofrio sotto la celebre Quercia del Tasso, e prendeva egli stesso parte vivissima ai loro giuochi. I fanciulli avevano sempre libero accesso a lui, e in casa sua potevano far rumore e baccano a loro piacere. Se alcuno si meravigliava, come mai egli potesse permetterlo, egli diceva: «Volentieri li lascerei anche farmi legna sul dorso, purché non peccassero». Detto in cui è più sapienza pedagogica, che molti non credano.
Notevoli fra le sue massime e sentenze per la vita son le seguenti: «La via vera per progredire nella virtù sta nel tenersi costantemente in santa allegrezza». «L’animo sereno rinvigorisce il cuore e ci fa costanti nella buona condotta: perciò il servo di Dio dovrebbe essere sempre di buon animo». «Amor del prossimo e contentezza, o amor del prossimo e umiltà dovrebbero essere la nostra costante divisa».

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S. Felice da Cantalice, frate cappuccino (1515-1587), era universalmente conosciuto a Roma, dove per quarant’anni andò elemosinando per le strade col suo sacco a tracollo, accogliendo con volto sempre ridente e con sulle labbra la parola di lode Deo gratias! tanto le cose buone che gli venivano offerte, quanto anche gli scherni, le derisioni, le villanie: e perciò era chiamato Fra Deo-gratias. Se alcuno lo scherniva o maltrattava, egli soleva aggiungere: «Dio ti faccia santo!».

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S. Andrea Avellino (1521-1608) disapprovava uno spirito in sé cupo e triste: «L’anima » diceva « non è pura e limpida, se il volto è fosco e l’occhio torbido».

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S. Francesco di Sales (1567-1622) era tanto amico della pace e della gioia nello Spirito Santo, quanto ne¬mico della tristezza. Ad un’anima che si era lasciata sopraffare dallo sconforto egli disse: «State saldi nella pace, e pascete l’anima vostra con la dolcezza dell’amor celeste, senza il quale il nostro cuore è privo di vita e la vita di beatitudine (…) Non cedete menomamente alla tristezza, che è nemica della devozione. Perché dovreb¬be turbarsi l’anima, se è serva di Colui, che sarà per sempre la nostra gioia? Niente deve poterle dare disgusto o mala voglia, fuorché il peccato. Ed anche dopo il dolore per la colpa, deve alfine seguire una santa consolazione e una dolce gioia». Egli era solito dire: «Se un santo è triste, è un tristo santo».

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S. Germana Cousin (nata nel 1579 presso Tolosa, morta nel 1601) fu una povera pastorella perseguitata per tutta la vita dalla matrigna. Di lei si dice: «Sia che Germana cogliesse fiori nei prati, sia che mirasse co’ suoi occhi le onde argentee del ruscello, le aperte campagne, le messi mature, sia che raccogliesse un uccelletto caduto dal nido e lo prendesse in sua cura, in tutto ella trovava cagione di adorare la bontà, la sapienza, la potenza del Creatore. E ammirava con cuor puro tutto ciò che le si offriva allo sguardo nella sua solitudine; dalla pianta che silenziosa cresce e s’adorna di fiori, al sole raggiante, tutto 1’animava di santa gioia» .

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S. Giovanni Berchmans (1599-1625) gesuita, era di una giocondità così imperturbabile che tutti lo chiamavano il «Santo sempre allegro» ed avevano una vera predilezione per lui.

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S. Vincenzo de Paoli (1576-1660) non perdette mai, neppure nelle avversità, la sua consueta gaiezza. La sua anima rimase sempre uguale a se stessa, inaccessibile a qualsiasi turbamento. Egli si adattava con pazienza e con gioia ad ogni cosa voluta dalla Provvidenza, ed era ugualmente contento, se con le sofferenze corporali o col lavoro e con l’opera potesse glorificare il Signore.

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Di parecchi santi si racconta, che nel loro commercio con Dio erano inondati da una così abbondante piena di gioia che essi stessi lo pregavano di porre un freno a tale eccesso, poiché sentivano che altrimenti avrebbero dovuto soccombervi. S. Francesco Saverio († nel 1552) in siffatte ore pregava: «Basta, Signore, basta. Signore, non mi dar tanta consolazione in questa vita». Dall’isola Mora, una terra selvaggia e sterile, dove soffriva mancanza di tutto, egli scriveva a S. Ignazio: «I pericoli, a cui sono esposto, e le fatiche a cui m’accingo solo per amor di Dio, son per me fonti inesauribili di gioie spirituali, a segno che in queste isole, dove tutto manca, quasi mi si offusca la vista per le lagrime [di gioia] che mi scorrono in piena incessante. Io non mi rammento d’aver provato mai tanta intima delizia: e queste consolazioni dell’anima sono così pure, così piene e continue, che per esse m’è tolto affatto il senso delle sofferenze corporali». E S. Filippo Neri implorava: «Basta, Signore, basta. Io ti prego di porre un freno al torrente delle tue consolazioni; allontanati da me, o Signore, allontanati da me; io sono un uomo mortale, incapace di sopportare una tal sovrabbondanza di celeste delizia; io muoio, o mio Dio, se tu non accorri in mio aiuto».

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La b. Crescenza di Kaufbeuren (1682-1744) non era mai così lieta e contenta, come quando raccoglieva male per bene, ingratitudine per amore, villanie e offese per benefizi. Essa credeva allora d’aver fatto doppio guadagno, aggiungendosi all’occasione d’esercitare l’amore attivo, quella dell’amore passivo. «Noi» diceva alle sue suore «dobbiamo fare come le api, che da ogni cosa traggono il miele, non come i ragni che cercano dappertutto il veleno».

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Pio X, sebbene cresciuto in povertà, fu da ragazzo sempre sereno ed ilare, e neppure come umile vicario e parroco perdette mai il suo buonumore. Quand’era rettore del Seminario di Treviso, correva su di lui il detto: «In nessun luogo si sta così allegri come in compagnia di Sarto». Ed anche divenuto vescovo e patriarca egli conservò sempre l’animo lieto e diffuse intorno a sé una luce di letizia. Se le cure del papato possono oggi aver bandito da lui la serenità e lo scherzo, tuttavia nella bontà ed amabilità sua di tratto in tratto balena ancora l’antica giocondità.

Più gioia

Uomini, fratelli, che dobbiamo fare?
Se non è questa la domanda che viene spontanea sulle labbra di quelli che han letto le considerazioni precedenti, esse sono state scritte invano. Ma se, come noi speriamo, essa sorgerà da molti nobili cuori ansiosi di gioia, la risposta non potrà esser altra che quella di S. Pietro nella festa di Pentecoste: «Fate penitenza e riceverete il dono dello Spirito Santo» e la vera gioia sarà per voi spontanea ricompensa. Anche qui la parola di progresso è una sola e noi l’abbiamo già accennata: Indietro! Non indietro all’età senza macchine, né fabbriche, né ferrovie, né telegrafo, senza trazione elettrica, senza caffè e senza giornali; ma indietro, alla religione, al cristianesimo, al sentimento della fede, alla severa concezione della vita, alla continenza, al dominio di sé, alla rettitudine, alla sincerità, all’amore, a tutti quegli alti beni, che l’umanità moderna nella sua follia d’istruzione e nel suo orgoglio di cultura ha trattato con tanto disprezzo. E’ vero che l’ha poi scontato con la perdita quasi assoluta della vera gioia. Null’altro quindi che il ritorno al retto apprezzamento e alla cosciente valutazione di questi beni e di queste forze può rianimare potente la pulsazione di gioia della vita.
Non ci contrastate, noi che entriamo in campo a sostenere il cristianesimo, la fede e la moralità. Voi avete bisogno di noi, se non altro perché avete bisogno della gioia e noi di essa abbiamo la cura. La lotta contro di noi è insensata; è distruggitrice della felicità.
Lasciateci fare, se non per la salute dell’anima, che per voi non vale, almeno per l’igiene, che a voi tutti importa. Se non per gli alti ed eterni motivi che a voi sono estranei, almeno per la gioia che neppur voi potete tener in piccolo conto. Se voi non avete più alcun gusto dei gaudi religiosi e spirituali, se non sentite più in voi la forza della volontà e dello spirito, per ritornare al sentimento della fede, alla condotta cristiana, lasciatela almeno al popolo; lasciate al popolo la sua gioia. Cessate di tormentarlo con la falsa ebbrezza delle gioie artificiali; esso ne riporta addolorata la testa e il cuore, e ne esce più infelice di prima. Serbateli per voi questi eccitamenti malsani; assaporateli sino a bruciarne di sete e di malattia, ma lasciate al popolo la sua gioia, lasciate che noi gliela rechiamo; noi lo possiamo, voi no.
E noi che, separati nella fede, pure ci teniamo saldamente uniti al Figlio di Dio, al Salvatore e Redentore nostro, che siamo animati dallo zelo di condurre gli uomini a Cristo e renderli felici in lui, cessiamo da questa forsennata guerra fraterna: se nessun’altra cagione può trattenerci, cessiamone per amor della gioia. Tutta la forza e il tempo che spendiamo in questa lotta, va perduto per essa; è una lotta anzi così rovinosa per la gioia, che anche per questo dovrebbe aver fine nella vergogna e nel disprezzo. Non vediamo già da piccoli e da grandi effetti, quanta amarezza, quanta freddezza, quanto alienamento, quanto male e dolore ha prodotto nel mondo in questi ultimi anni? Poniamovi dunque un fine, se non vogliamo che essa divenga l’onta del secolo. Ma non con indagini e inchieste, che non fanno se non versare olio sul fuoco; non domandando: Chi ha cominciato? ma dicendo: Cessiamo; non smentendo la fede nostra e trascurando il nostro dovere, ma non dispregiando mai né osteggiando il nostro prossimo per cagion della fede sua e l’adempimento del suo dovere. Non abbandonando il nostro punto di vista, rinunziando ai nostri diritti, ma non mai irritando né ledendo i nostri fratelli nei loro. Non lasciando raffreddare il nostro ardore religioso nella convivenza con quelli che hanno altra fede, ma riconoscendo e imitando l’ardore religioso altrui. Non tollerando quelli che diversamente credono, ma amandoli. Quanto da questo solo potrebbe guadagnar la vita in giocondità!
E ciò vale in grande, in generale. Ma per l’individuo che ha urgente bisogno della gioia e sinceramente domanda: Che cosa devo fare? non si può dare altra risposta che questa: non cercare la gioia nelle vie del mondo, nei suoi ritrovi, nelle danze e nei conviti; non nell’alcool, nel sudiciume del peccato, nella licenza, nell’ambizione: non ve la troveresti. Tali impure gioie mondane si scontano con la perdita della gioia vera. Non c’è più vera miseria, dice S. Bernardo, di una falsa gioia. Cerca la gioia sulla retta via del dovere, nell’arduo sentiero della morale cristiana, nell’aria montana della fede, nel caldo sole dell’amore, nella sana atmosfera del severo lavoro: «lavora; la gioia vien da sé» dice Goethe. Là essa si trova: e questo tu non hai bisogno di crederlo: puoi, subito che tu voglia, provarlo e goderne tu stesso.

Piccole gioie

Non dobbiamo certo aspettare che la conversione di tutto il genere umano ad una concezione e ad una pratica della vita consciamente e organicamente cristiana sia un fatto compiuto, affinché si realizzi spontanea la desiderata provvisione di gioia. Al contrario, la gioia è un mezzo che può contribuire a introdurre tale mutamento nel mondo, un rimedio efficace per affrettarne la guarigione.
Più d’un risultato si può e si deve ottenere in questo senso, mirando direttamente alla produzione e alla diffusione della gioia, e ognuno può cooperare a spargere nel particolare giardino della propria vita, e in quello di molti altri, buoni semi e sane propaggini di gioia.
Una tal possibilità si fonda specialmente sul fatto che il deficit della gioia non deve affatto ricoprirsi con grandi somme di pochi, ma sì coi piccoli contributi di molti. Non si tratta di strepitose feste di gioia, né di splendidi fuochi d’artifizio, non di grandiosi concerti musicali, né di fiumi d’alcool, non di palazzi per divertimenti e piaceri che richiedano milioni, e neppure di esilaranti commedie e di grandi apparati di celie che provochino rumorose scariche di risa. Queste son tutte cose che producono effetti momentanei, che accelerano per un istante il palpito della vita, ma non arricchiscono il suo contenuto di gioia. Son le piccole gioie che riescono infinitamente più preziose delle grandi, come una pioggerella che vien giù con lieve rumore penetra la terra più profondamente d’un acquazzone.
Le piccole gioie portano anche minor pericolo d’abuso e non si convertono facilmente nel loro contrario. Nelle grandi invece il pericolo è maggiore: nulla è più difficile a sopportare che una serie di giorni interamente felici.

«Grande o piccola la fonte
Qual si sia, non ti dar cura.
Beverai nuovo vigore,
Sol che l’acqua vi sia pura».

Chi non spregia le piccole gioie, ma sa valutarle e goderle, non mancherà mai della gioia vera.
Nessuna vita presenta un cammino così duro e sassoso, che non possa di giorno in giorno produrre almeno qualche piccolo fiore di gioia. Ma spesso l’occhio offuscato dal pessimismo non è più capace di vederlo; l’irritazione e il mal animo lo calpestano villanamente, e il cuore malato invece di ricrearsi in esso, si strugge nell’ansia febbrile delle grandi gioie, che son poi così rare, delle grandi fortune che mai non si acquistano, della grande felicità, che in una nottata dovrebbe trasformarci in Cresi, ma che in realtà non si avvera se non nelle favole. Nessuna meraviglia che tali uomini si trovino sempre delusi nei loro calcoli e diventino ogni giorno più sconsolati; non è la vita che non offre più gioie, son essi che spregiano le piccole e oltrepassano inosservata la violetta che fiorisce lungo la via.
Creature fatte pel sole (e tutti i cristiani credenti dovrebbero esser figli della luce), si rallegrano ad ogni suo raggio, sia ch’esso brilli dal chiaro cielo della felicità, sia che rompa un istante la nebbia della vita quotidiana o la fosca nuvola della necessità. Quanti motivi di gaudio apporta loro ogni giorno! La buona sanità essi non l’accolgono con stupida indifferenza, come se fosse un fatto necessario: ne gioiscono come di un bene del quale non ignorano il grande valore. E i piccoli disturbi fisiologici non li prendono subito tragicamente, non li ingrandiscono con accessi nervosi sino a lasciarsene turbar l’animo, anzi ne attenuano l’amarezza con volontà salda e con quieta pazienza. Ed anche in una malattia veramente grave non perdono la gioia: c’è per essi anche allora la fede, la speranza e l’amore, che fan loro compagnia e s’affaccendano a trasformare anche la stanza del malato in un piccolo giardino di gioie, che hanno singolare e potente profumo.
Essi non si irritano perché nelle rose non mancano mai le spine, ma si rallegrano che anche sotto le spine si trovino le rose: non si affliggono perché ogni giorno è fra due notti, ma son lieti che ogni notte sia fra due giorni. Con l’esercizio acquistano una vera virtuosità della gioia; e divengono scopritori di sorgenti, e giardinieri di essa. Un bell’albero, una quieta valle, i colli ed i boschi, il canto degli uccelli, il volo delle nubi, la convivenza con semplici e nobili anime, tutto ciò che li circonda dà loro allegrezze più sincere e più piene che non diano ad altri i lunghi viaggi, i grandi spettacoli della natura, le chiassose brigate e i divertimenti. Quanto gaudio essi traggono ogni giorno ed ogni ora dalla preghiera, dalla fede, dai buoni propositi! Come di ogni cosa sanno prendere il lato buono ed amico! Non v’è nuvola così nera che non abbia per loro il suo lembo d’argento. Di mille singole gioie anche minime, naturali e soprannaturali, essi si preparano come un fondo di riserva di costante e durevole giocondità nella vita, che essi potrebbero consumare a lungo, anche se in realtà dovessero rimanere per gran tempo affatto privi di gioie. Questo tesoro di gioia dà loro quasi dei frutti con cui agevolmente possono aiutarsi contro gl’innumerevoli dispiaceri, le asprezze, le contrarietà della vita giornaliera, che riescono insuperabili per tutti quelli che si lasciano attaccare dalle lappole di questa trista pianta e ne suggono anzi volontari il veleno, invece di cercare un po’ di miele nei fiori della gioia.

Gioia e riconoscenza

V’è un’arte d’esser sempre lieti, e non è poi straordinariamente difficile. Basta solo educar se stessi a vedere, apprezzare e godere con riconoscenza le piccole gioie, e a queste tenere aperti gli occhi e il cuore, perché non ci passino dinanzi inosservate. Bisogna schivare l’indurimento del cuore come la sua morbosa dilatazione. Questa si effettua quando si lascian libere le redini al desiderio della gioia nel godimento dei sensi. Viene allora una fame e una sete febbrile che uccide il senso per ogni gioia dell’anima e dello spirito, né v’è più gioia sensuale per quanto grande che possa soddisfare.
La continenza deve mantenere tranquillo nel suo ritmo il cuore, regolare i suoi appetiti e desideri e avvezzarlo a contentarsi di piccole gioie. Un rimedio singolarmente efficace per questo scopo è la cura della gratitudine, la pratica della riconoscenza.
Veramente, se educhiamo in noi il senso della gratitudine, e di cuore ringraziamo per ogni bene che il giorno ci apporta, prima d’ogni altro il Padre celeste, dal quale ogni bene deriva; ben presto sentiremo che la gioia non ci manca davvero mai: vedremo sempre più gioie fiorire nel cammino di nostra vita e molte ne scopriremo, di cui prima non ci eravamo accorti. Di quel che abbiamo in pregio, siamo riconoscenti, e quello di cui siamo sinceramente grati, sappiamo anche pregiarlo e valutarlo.
C’è una parola del Foerster vera e profonda:
«Se nel congegno della società c’è qualche cosa che stride e geme, e le giunture si allentano, potete esser sicuri che in qualche luogo non v’è sufficiente gratitudine».
E si può aggiungere: «Se nella vita dell’umanità attuale manca tanto la gioia, questo deriva dal fatto che la gratitudine è spenta in tanti cuori, e in tanti è volontariamente soffocata dalle amare correnti della scontentezza. Gratitudine e gioia sono strettamente congiunte e molto malcontento nasce dalla sconoscenza». L’apostolo Paolo, acuto psicologo qual era, sapeva bene perché dopo il suo energico ammonimento: «Godete nel Signore, io vi ripeto, godete» aggiungeva subito un ammonimento alla preghiera, alla preghiera congiunta al rendimento di grazie.

Gioia ed educazione

Soprattutto nella vita dei piccoli le piccole gioie costituiscono un segreto di una singolare importanza ed efficacia.
Al delicato organismo di quei corpicini e di quelle animucce di rado son opportune le grandi gioie, i piaceri straordinari, i doni preziosi; ad ogni modo questi possono esser buoni, soltanto, se siano rari. Invece, di piccoli doni che li rallegrino, di piccoli raggi di gioia essi hanno grande bisogno per il loro buono sviluppo. Il fanciullo ha da natura una sensibilità aperta alle più piccole cose ed è nostro dovere non renderla ottusa, come purtroppo tanto spesso accade. In verità da un nonnulla possiamo procurargli gioia, purché lo sappiamo intendere ed amare. E qui prima d’ogni altro è la mamma la giardiniera artificiale che dalle cose più insignificanti e inanimate può come per incanto far spuntar delle rose, sì che il fanciullo tripudi di esultanza. Il minimo dono, un giocattolo, un pezzo di pane, un fiorellino, accompagnato da uno sguardo quale solo l’occhio materno può raggiare, da una parola che solo le labbra d’una madre sanno esprimere, lo rendono beato, lo fanno un re che tutto possiede, che almeno per quell’istante è pervenuto alla mèta dei suoi desideri.
Anche alla natura più seria, al carattere più severo, alla più rigida specie d’autorità che son propri del padre e del maestro, non mancano mezzi per insinuare la gioia nella vita del fanciullo. L’amore trova anche qui mille occasioni di rivelarsi e d’illuminare con un limpido raggio quel piccolo cuore. E le piccole gioie del corpo e dell’anima che gli sa porgere l’amore della madre, del padre o dell’educatore, serbano per lui tutta la loro soavità, tutto l’incanto e il profumo fino all’età della giovinezza, e per i cuori buoni anche più in là.
E’ ancora un lato manchevole della nostra pedagogia, sia teoretica che pratica, il fatto, che non è abbastanza apprezzata l’importanza della gioia per un buono sviluppo del fanciullo, fin dal primo crepuscolo della sua coscienza, e che i grandi servigi resi dal suo amichevole aiuto nella difficile opera dell’educazione e dell’istruzione son ben lontani dall’esser valutati e messi a frutto quanto conviene. Schiller chiama il grembo della madre «l’isola sacra dove il torbido affanno e la cura non possono trovare il fanciullo» (Epigr. 73).
«Come le uova degli uccelli canori» dice Jean Paul nel Levano «come il pulcino della colomba appena nato, così tutti dal principio non cercano che calore, e che cosa significa calore per il piccolo uomo? Allegrezza. Essa fa spuntare le giovani forze come raggi mattutini; essa è come il cielo, sotto il quale tutto prospera, eccetto il veleno».
Questa forza ausiliaria è 1’opportuna cooperatrice dell’altra, della severa disciplina: e dovrebbe starle sempre accanto, pronta sempre a sostituirla, a compensare il suo eccesso unilaterale, a impedirne gli effetti d’indurimento o di depressione. Entrambe son così necessariamente connesse, che la severità senza gioia vien subito a mancare di ogni suo effetto, e la gioia senza severità degenera e si corrompe.
Per anime di fanciulli bennate e rettamente e nobilmente educate fin dai primi anni vale la regola che tutto ciò che s’insinua con il raggio di gioia nello spirito e nel cuore – salva, s’intende, la serietà dell’educazione e l’autorità dell’educatore – penetra più a fondo e mette più salde radici nello spirito e nella memoria e attinge più sicuramente la vera natura dell’essere e del carattere, di quel che si pretende imprimere nel fanciullo coi colpi di sferza.
Foerster rivolge ai pedagoghi armati di bastone, la parola di Cavour:
«Con lo stato d’assedio ogni asino è buono a governare».
Più alto certo stanno il maestro e l’educatore che con intelligenti mezzi fisico-spirituali, coi raggi del sole della gioia, con sguardi e parole penetranti, ottengono gli stessi e anzi maggiori risultati, che un altro con… penetranti nerbate. Il maestro che sa infondere gioia nello scolaro per 1’oggetto del suo insegnamento, ha vinto la sua battaglia: questa gioia sarà per lui nella scuola assai più fida alleata che non il bastone.
Gioia nella preghiera, nel servizio divino, nel lavoro, nell’esercizio del dominio di sé e dell’amore del prossimo; se ci sarà riuscito di infondere un tal sentimento nel fanciullo, allora l’opera d’educazione è condotta al suo culmine, e lo sviluppo del carattere s’effettua poi da sé naturalmente.
Dobbiamo ora richiamarci in modo speciale a una sorgente di gioia, che spontanea scaturisce dalla natura stessa della giovinezza, di gioia insieme del corpo e dell’anima, di benessere fisico e morale, di sana giocondità e vivacità giovanile: gli esercizi corporali e ginnastici, i giuochi, le passeggiate, ed anche lo sport, purché contenuto in ragionevoli confini.
Ed è doveroso richiamar l’attenzione su di essa in un tempo in cui, per tante cause note, cresce su una stirpe debole, intristita e rattratta, che non sa più far uso dei piedi e non trova più alcun piacere nelle forti escursioni podistiche e nelle brave marce. Quanta miseria ne deriva e quanta vivace gioia va così perduta per la gioventù!
Il più eccellente mezzo per il rinvigorimento del nostro organismo resta inerte: il mezzo migliore per rendere davvero ricreativo e interessante il viaggio, va perduto; s’inaridisce la facoltà di comprendere e di sentir la natura: la pigra e inferma vita del corpo intristisce e corrompe la vita spirituale e morale.
Atto d’alta sapienza pratica fu quello di Pio X, quando nell’ottobre del 1905 e poi negli anni seguenti aprì più volte il Vaticano agli esercizi ginnastici delle società della gioventù cattolica, quando, circondato da tutta la splendida Corte assisté ai giuochi, alle gare, agli esercizi di migliaia di giovani, e distribuì ai vincitori duecento medaglie d’oro e d’argento. Egli pronunziò in questa occasione una parola di vera saggezza:
«I giovani devono amare lo sport: esso fa loro bene al corpo e all’anima: anche noi ci sentiamo rinvigorire quando li vediamo correre, saltare e divertirsi». V’è in questi accenti lo spirito di S. Filippo Neri. E Dio voglia che tutti gli educatori della gioventù, e specialmente i direttori di riunioni operaie e società istruttive ne traggano le conseguenze pratiche, e d’estate e d’inverno conducano le giovani schiere fuori dalle stanze e dalle osterie, alle selve e alle campagne, ad esercizi ginnastici, a cavalcate, a marce, ad escursioni. Così si educa una gioventù lieta e forte.
Istituti, convitti, case d’educazione d’ogni genere dovrebbero sentire il dovere d’introdurre nei loro ordinamenti questo eccellente sussidio pedagogico, che ha gran valore igienico e morale e che è già per se stesso una fonte inesauribile di gioia.
Del resto per essi tutti l’allegrezza è naturalmente la prova della loro bontà. Un istituto che non può mostrare in ogni tempo la spontanea, sincera e sana giocondità dei giovani in esso accolti, meriterebbe d’esser chiuso. Se non v’è lo spirito lieto, non v’è lo spirito retto, non v’è lo Spirito Santo.
Né dovrebbe mai mancar la gioia in quelle case che son designate con l’orribile parola moderna d’educazione forzata , nelle case di salute per la gioventù corrotta e abbandonata. Tutti sanno che l’educazione in tali casi è compito di straordinaria gravità. Questi poveri esseri lottano tra il cielo e 1’inferno, ma spesso l’inferno ne ha già il possesso, e, vittime designate, essi gemono, anima e corpo tra i ferrei artigli dell’abitudine. Severità e dolcezza, pena e rigore, aiuti naturali e soprannaturali e gioia e allegrezza devono provare un dopo l’altro con infinita pazienza mille tentativi, per disserrare, per vincere il tristo incanto, per trapassare la triplice corazza del malvagio volere, della svergognatezza, della impotenza morale. Ma anche qui l’esperienza ci dice che con il solo rigore non si fa che aumentare l’indurimento, e che l’amabilità e la giocondità penetrano spesso meglio delle più energiche misure di rigore.
Il sistema misto sarà naturalmente il più opportuno, ma non sia in troppo scarsa misura la gioia. Poiché i ricoverati in tali case non vi son tenuti che dalla forza e poiché la reazione naturale contro tal costrizione genera diffidenza, riottosità, odio e cupa resistenza contro direttori e sorveglianti, è naturale che l’educazione possa solo ottenere qualche risultato, se si riesce a convertire gradatamente l’ostilità in confidenza. Ma questa confidenza non si può acquistare che con grande amore, e l’amore si rivela nel modo più convincente, brillando in amabilità e in dimostrazioni di gioia. Occasioni a ciò non mancano certamente nella vita di tali istituti. Quei poveri esseri han forse raramente incontrato nella loro vita la vera e pura gioia. Forse dalla loro prima infanzia essi non conoscono altri apportatori di gioia fuorché l’alcool e il peccato. Miseria e pena han poi vibrato su di essi la loro sferza e ne hanno amareggiata la vita rendendola un tormento. Importa quindi prima d’ogni altra cosa liberare il povero cuore dalla tortura della mala coscienza, dal timore e dal terrore, e a poco a poco rieducarlo alla gioia: esso deve prima riapprendere a respirare liberamente, a credere in sé e nella umanità, a riaprirsi a nuova speranza di vita, a sentire nuovamente la gioia della natura, a ricercare e provare le allegrezze celesti del perdono e della grazia di Dio. Quando si sarà resa di nuovo lieta la loro vita, quando il saldo raggio della gioia avrà penetrato nel fondo del loro essere, allora cominceranno i buoni istinti a svegliarsi dal loro invernale letargo e si potrà sperare qualche frutto dalla educazione.
Anche attraverso le porte sbarrate e le inferriate delle prigioni e delle case di correzione l’angelo della gioia dovrebbe aver libero passaggio. Qual missione là per la gioia naturale e soprannaturale! Il Foerster ci dà questa notizia assai interessante: «In America accanto ad una delle più grandi prigioni è impiantata una serra gigantesca, onde i carcerati v’imparino e vi pratichino la cura dei fiori, poiché già da lungo tempo è stato osservato, qual benefico e leniente influsso eserciti anche sui più rozzi di loro. Dapprima essi si danno a tale occupazione solo per cacciar la noia, ma poi a poco a poco vi prendono piacere, e mentre con diligenza innaffiano la pianta, e recidono le foglie secche e le procurano un po’ di sole, qualche cosa che da gran tempo pareva morta torna a ravvivarsi anche dentro di loro: la gioia di coltivare e di veder fiorire, la cura vigile per una vita altrui».
Quanto istruttivo è questo primo esperimento! Anche noi dovremmo imitarlo. Quando in tal modo ci riesca di gettar nuovamente nell’anima d’uno di questi reietti un germoglio di gioia e di educarlo con cura, finché non cresca su rigogliosa la pianta di giocondità della vita, un’anima sarà salvata e reso alla società un utile membro.
Qui in prima linea si presenta il sacerdote come medico dell’anima, e mediatore delle gioie più sante e salutari: egli dovrebbe aver sempre il più libero accesso e la più larga influenza. I giorni di festa dovrebbero effettivamente distinguersi da quelli di lavoro come giorni di letizia: il servizio divino dovrebbe esser celebrato con la massima solennità, interrompendo coi suoni e coi canti l’orribile unisono della vita del carcere. Letture accuratamente scelte, elevate e ricreanti, dovrebbero sviare lo spirito dai cupi suoi pensieri e disegni e un’immagine religiosa mandare un raggio amico al povero solitario rinchiuso nella sua cella.

Rallegrare e rallegrarsi

Siamo così naturalmente pervenuti a quel punto che è fra tutti il più importante. Per anime nobili, veramente cristiane non v’è gioia più grande che procurare ad altri la gioia.
E’ in questo la conciliazione dell’egoismo e dell’amor del prossimo: in questo possono l’uno e l’altro trovare il loro tornaconto.
Non può l’uomo procacciare a sé gioie più preziose né più soavi goderne, di quelle che ad altri procura e che gode con loro. I doni di gioia di cui provvediamo gli altri, li riabbiamo poi dalle loro mani moltiplicati e accresciuti di pregio.
Che cosa è la felicità? Render altri felici.
Che cosa è la gioia? Dare ad altri la gioia. E’ chiaro che, se una tal convinzione si diffondesse e penetrasse largamente le anime e per via delle più dolci esperienze mettesse salde radici, la gioia, ora così scarsa, diverrebbe sempre più abbondante. Si avrebbe così una liberazione da molti nemici della gioia e insieme sarebbe risolta una parte della questione sociale.
Un tale riconoscimento sarebbe uno scudo contro l’errore e il vizio dominante del nostro tempo, contro quell’egoismo elevato a sistema e brutalmente tradotto in pratica che si presenta come il principio del progresso, ma in realtà è il più lamentevole regresso; che vorrebbe spacciarsi per eroe disprezzando quasi indegni dell’uomo la compassione e la simpatia, ma che in realtà rappresenta la più miserabile debolezza. Esso introdurrebbe nella vita sociale, ora così gelida, una piena corrente di sincero amore. C’insegnerebbe l’arte d’insinuare sempre nei nostri doni e nelle nostre elemosine un fiorellino di gioia, invece di porgere doni meschini con abbondanti rimproveri e scottanti parole. E ci renderebbe inventivi nell’arte di spargere quieti e secreti piccoli semi di gioia nella vita delle nostre famiglie e di tutti quelli che ci avvicinano, e apportare un po’ d’allegrezza nelle camere dei malati, negli ospedali, negli asili, di preparare infine al popolo gioie senz’alcool, cosa più importante che bevande senza alcool, poiché l’insoddisfatta sete di gioia dell’anima spinge all’alcool più vittime, che non l’arsura delle fauci.
E davvero tali ritrovati porterebbero al genere umano più benedizioni che non molte altre invenzioni tecniche. In questo campo ciascuno può diventare un genio inventore; purché con pronto e ardito cuore rompa la cerchia dell’egoismo e si abitui a pensare non solo a sé, ma agli altri, e poi più ad altri che a se stesso. Per questo non occorre punto esser ricchi né istruiti: una sola cosa occorre, essere davvero buoni di cuore. Una tale bontà, e la viva brama di rallegrare altrui, dà al volto una serenità, all’occhio un mite splendore, alle parole un’armonia, che sempre arreca veramente gioia.
Giustamente certo osserva Foerster che questa è la più pericolosa debolezza dell’età nostra, troppo pregiare l’azione della disciplina e dei sentimenti di diffidenza, in una parola l’opera poliziesca, e poco pregiare l’azione della gentilezza e della generosità. Nelle seguenti dichiarazioni degne veramente d’esser prese a cuore, egli rileva il pregio della benevolenza, come di un fattore sociale e industriale: «Cercasi ingegnere energico – si legge non di rado negli annunzi industriali. Purtroppo quel che qui si vuole non è un uomo che sia abbastanza forte e sicuro di sé da potersi mostrare inflessibile nelle sue esigenze e nel tempo stesso pieno di bontà e di personale modestia: non questo si vuole, ma un’energia da cane da pastore che morde e abbaia, un’energia che è una perenne degradazione dei dipendenti e che ha per effetto di paralizzare completamente in loro ogni buona volontà di lavorare e di compiere il proprio servizio. E non bisogna dimenticarlo; una parte di tale animosità è causata appunto da questo, che gli uomini hanno un intimo bisogno di obbedienza volonterosa e perciò nel profondo dell’anima s’adirano contro un direttore brutale, non perché egli tolga loro la libertà, ma perché rende loro impossibile 1’obbedienza, perché non ha occhi per vedere che essi vogliono obbedire come uomini e non come bestie».
Precisamente come una parola offensiva può spesso provocar delle vere esplosioni in singoli individui o in intieri gruppi, una parola di lode, un tono rispettoso possono operare veri miracoli di devozione e di buon volere, anche dove regna la più rigorosa disciplina. Dostojevski scrive intorno agli effetti della benevolenza nelle prigioni siberiane: «Ho trovato comandanti buoni e bene intenzionati, ho osservato l’effetto che ottenevano; due o tre parole amichevoli bastavano a compiere nei prigionieri una risurrezione morale. Essi gioivano come bambini e come bambini cominciavano ad amare».

Arte e gioia

Produrre gioia a sé, procurandola altrui! Si schiude così un mondo tutto nuovo di gioie, delle più nobili, pure e potenti e della massima importanza sociale, poiché sempre almeno due persone, spesso centinaia vi prendono parte. Se questa idea direttiva, se questo programma riuscisse a penetrare nell’arte, se l’arte cercasse la sua gioia creativa prima di ogni altra cosa nel produrre gioia agli altri, nell’aumentare il possesso di letizia del genere umano, in verità tutta l’arte potrebbe trovare in questo la sua salute e ringiovanire e rinnovarsi. E ne deriverebbe naturalmente anche il contatto così necessario dell’arte col popolo.
Non è da meravigliare che esso sia andato perduto. E’ ben antico il grido: Odi profanum vulgus et arceo. Pennello e scalpello son guidati dall’orgoglio di genialità del Nietzsche, dalla superbia del superuomo, in apparenza così strapotente di vita, in realtà così vano e guasto. Il popolo non vorrà mai saper nulla di un’arte che non vuol saperne di lui; troppo esso è forte di carattere, troppo dignitoso e nobile. Ma più bisogno ha l’arte del popolo, che questo di lei. Se l’arte non trae da esso la sua energia vitale, morrà di consunzione. Deve perciò ritornare ad imparar la modestia, e deve considerare come un onore il poter creare per il popolo e cercare il suo più bel godimento nel rallegrarne il cuore e cooperare con le sue migliori forze a colmare il deficit di gioia che grava così forte sulla umanità. Dipingere per dipingere, non è un programma. «L’arte fine a se stessa» è una frase nota. Et prodesse volunt et delectare poetae, è una parola che ha valore anc’oggi e per ogni arte. Un’arte che nulla dà ma solo pretende, che esige cieco riconoscimento e pagamento e ammirazione e non vuole né può ammaestrare, né educare, né rallegrare, ha mancato la sua missione e perduto ogni suo diritto, soprattutto nel tempo presente, in cui tutto sta sotto l’insegna del dovere sociale. «Letteratura, arte e scienza» dice Ruskin «son tutte infruttuose e peggio, se non ci pongono in grado d’esser lieti e cordialmente lieti».
Pare proprio impossibile, che in un’età la quale si chiama sociale e crede d’aver essa inventato il dovere e la virtù sociale, si voglia allevare un’arte, che non si occupa affatto della società e rifiuta ogni dovere, ogni cooperazione sociale. Ma essa è la prima a sentirne il danno. Un’arte che vuol esser fine a se stessa, arriva allo stesso punto di un uomo che ponga sé come fine a se stesso: l’una e l’altro s’intorpidiscono, si mummificano, s’irrigidiscono nell’egoismo, né hanno né creano alcuna gioia.
Una tale arte non ha più un retto scopo di vita, e quindi non ha più alcuna gioia del vivere né del creare; non ha più gioia, perché ha dimenticato il suo compito più bello: rallegrare. Non le si può dare altro miglior consiglio che di lasciare la gelida raccapricciante solitudine della sua selvatichezza e con vivo cuore, uscendo di sé, ritornare a trattare il popolo con amabilità, con bontà, con amore. Ella deve dire con Antigone: Son qui non ad odiare ma ad amare con voi; non ad accrescere la miseria, ma a sollevarla; non a moltiplicare il male, ma a porvi riparo. Presto si avrebbe allora un’arte popolare, e il popolo sarebbe tanto riconoscente.
Ah! veramente è proprio qui il correttivo per la degenerata arte e letteratura.
Ridiciamolo pure: non solo alla parte serena della vita esse devono rivolgersi, né rallegrare e divertire il popolo con celie e con motti; ma non devono creare né presentare nulla che non sia atto a produrre sull’animo e sulla vita di esso un’azione liberatrice e redentrice; ad elevarlo, nobilitarlo, rinvigorirlo, e perciò anche a infondergli nuova allegrezza.
Non devono per far piacere ad alcuni sfruttatori della vita senza morale e senza entusiasmo, respingere e irritare il popolo. Non deve esser permesso di gettargli innanzi come pascolo di gioia dei rifiuti di gioia, eccitamenti degli istinti volgari che gli avvelenano e rendono infelice la vita. In tutta la loro attività esse non devono violare il rispetto del popolo, devono avvicinarsi a lui e procurare di fargli bene.
E se l’arte tutto questo osserva e mantiene, non ne deve neppure levar troppo orgoglio: sarà sempre più quel ch’ella riceve dal popolo, di quel che gli dà. Essa metterà potenti vitali radici nella profonda e feconda sua vita e a lei rivelandosi il popolo le schiuderà la sua anima profonda e la metterà a parte del suo inesauribile patrimonio di fede, di moralità, di sano pensiero e di forte volere, le comunicherà la sua ricchezza di schietta poesia.
«Per Dio e per il popolo!»: questa dev’essere la parola d’ordine specialmente dell’arte sacra. Essa deve meritare la lode che un antico scrittore, Dione Crisostomo, dava a Fidia: «Se vi fosse un uomo con l’anima fortemente gravata e oppressa da molti affanni e dolori che porta la vita umana, sicché non si sentisse più ricreato dal dolce riposo, credo, dimenticherebbe innanzi a questa effigie [di Zeus], quanto la vita ha di grave e di tremendo! Tale è l’opera, o Fidia, che tu hai immaginata ed eseguita; così dolce splendore è in questa tua arte».
L’artista cristiano ha qualche cosa di più vero e giocondo da rappresentare, qualche cosa di più grande, che non lo Zeus di Fidia!

Allegrezza e cura d’anime

Così predica nel sec. XVIII ai sacerdoti il generoso Ambrogio di Lombez : «L’allegrezza è in particolar modo il privilegio del vostro stato e un appannaggio del vostro ufficio, o servi di Dio, che dovete farvi tutto a tutti. Evitate dunque la misera pusillanimità, l’ostinato malumore, la tristezza che macera: rendete onore alla religione con la vostra vita. Annunziate più con il vostro contegno che con le vostre prediche che nulla di antiumano, nulla di ripulsivo è inerente alla virtù, e procurate di conquistare i cuori di tutti con la grazia della vostra condotta. Fate intendere alle anime timide e angustiose, che Dio non le ha affatto chiamate a dura servitù, ma a santa libertà, che questa libertà è il segno dello spirito che abita in loro, ma che esse stesse ne impediscono l’azione con le loro angustie, che essa è la sorgente della nostra felicità in questa vita, e va aumentando nella stessa misura che noi facciamo progressi nella virtù , così come salendo i monti si respira un aere più puro, e più vivo, più libero movimento si gode in tutti i nervi».
Noi, cui Dio ha affidato il bell’ufficio d’aver cura delle anime, dobbiamo ritenere specialmente detto per noi tutto quel che si dice agli educatori, ai maestri della gioventù, ai direttori di associazioni, intimamente convinti che questa nostra cura include anche il dovere di aver cura della gioia. Mezzi, forze, grazie speciali per questo noi ne abbiamo a nostra disposizione, come nessun altro. Già per sé sola questa nostra attività spirituale, l’ufficio di maestro e di predicatore, l’amministrazione dei doni della grazia portano il più importante, il più prezioso, il più indispensabile contributo al consolidamento e all’accrescimento del capitale di gioia dell’umanità. Anche quando noi predichiamo penitenza, come il nostro ufficio richiede, anche quando raccomandiamo la rinunzia, il dominio di sé, la temperanza, la castità, anche allora, anzi allora appunto noi lavoriamo per la vera gioia e contro i suoi nemici.
In tempi come i nostri se c’è un ammonimento opportuno da fare è forse questo che, pure attraverso alle tanto tristi esperienze, alle cure e ai timori che ci opprimono il cuore, in tutta la miseria del presente insomma non sia attenuato troppo nella predica, nel catechismo, nella parenesi, il tono della gioia e che il pessimismo non dia di piglio nella nostra vita intima, nell’attività della nostra missione con la sua morta mano, quella vera manus mortua che spoglia, esanima, raggela, isterilisce tutto quanto tocca, ma sempre resti ben vigoroso in noi quell’ottimismo sano, fervido di vita, che non abbandonò mai i santi. E se la messe non è ben rispondente alla nostra amorosa intenta seminagione, noi dovremmo domandarci: v’è stato forse anche difetto del sole della gioia? E se con tutti i nostri sforzi, la relazione tra il pastore e il gregge non vuol riuscire intima e cordiale, un po’ più di giocondità e di allegrezza non sarebbe per avventura il miglior cemento? Non dimentichiamo mai questo che non si deve mai sradicare il male, senza piantare il bene: a sradicare può esser utile e talora anche necessaria la grandine, i fulmini e le tempeste, ma la giovine piantagione vuole abbondante irraggiamento di sole. Non solo vogliamo noi con gioia adempiere il nostro ufficio, con gioia predicare e catechizzare, ma vogliamo anche predicarla la gioia, parlarne ai bambini. L’Apostolo la nomina tra i frutti dello Spirito Santo (Galati, V, 22). La Chiesa vuole che le sue domeniche, i suoi giorni di festa siano giorni d’allegrezza.
Oltremodo importante e necessario è chiarire all’anima il contenuto di verità del cristianesimo, ma importante anche e necessario è penetrarla del suo contenuto di gioia, farle sentire quanta ve ne sia nei suoi dommi, nei sacramenti, nell’anno ecclesiastico, nella virtù, nella grazia: così si guadagna il cuore per Cristo e si strappa alle gioie del peccato e del mondo.
Consideriamo bene queste parole di Fénelon: «Se il fanciullo [e lo stesso possiamo noi dire del popolo] si forma della virtù un’idea cupa e triste, mentre la libertà e la licenza gli si appresentano in attraente aspetto, tutto è perduto e ogni nostra opera è vana». E rettamente intesa è vera anche la parola del Nietzsche: «La virtù dev’esser liberata dall’acidità morale».
Non rallentiamo dunque i nostri sforzi per rielevare l’arte religiosa, il canto sacro, la bellezza della casa di Dio e della liturgia: questo ritorna ad onore di Dio e a bene e a gioia del nostro popolo. E con vera cordiale sollecitudine teniamo ben vivo nella Chiesa il canto popolare entro i limiti posti dalle prescrizioni liturgiche. E animiamo il nostro popolo ad intrecciare anche in casa, nel lavoro e nel riposo canzoni sacre o nobilmente ispirate. Un bel canto nel luogo e nel momento opportuno ravviva con soffio nuovo di libertà e di gioia, e tien lontane le insulse lascive canzoni .
Dice assai felicemente il Lombez: «Simile a Babilonia è questo mondo per i servi di Dio; come potrebbero dunque essi qui abbandonarsi alla gioia? Non devono piuttosto esclamare coi prigionieri Israeliti: “Come potremmo intonare canti di Sion nella terra dell’esilio?”. Senza dubbio, ma non è questo già di per se stesso un canto? Il profeta ci mostra il popolo di Dio che dice cantando di non trovar più gioia nel canto. Vi sono canti di dolore e canti di gioia, secondo che lo spirito di Dio diversamente ci commuove, ma sempre un intimo moto d’allegrezza accompagna il canto. Non mai ce lo ispira la tristezza, che è languore e torpore».
E non dobbiamo avere alcuno scrupolo ad esprimere tali incitamenti dal pulpito e nel catechismo; poiché così facendo noi seguiamo l’esempio degli Apostoli: «Non vi inebriate del vino in cui è la lussuria, ma empitevi di Spirito santo, parlando tra voi stessi in salmi ed inni e cantici spirituali, cantando e tripudiando al Signore nei vostri cuori» (Efesi, V, 18-19). «Se alcuno di voi è triste preghi, se è di lieto animo, canti salmi» (Giac., V, 13). E seguiamo così anche l’esempio dei cristiani dei primi secoli. Chi non ricorda le idilliche descrizioni della vita a Betleem che ci danno S. Eustochio e Paola, le compagne di S. Girolamo? «Dovunque tu ti volga, odi la lode di Dio: l’agricoltore presso al suo aratro canta il suo alleluia; il falciatore, cui gronda di sudore la fronte, si rianima coi salmi vivificanti; e se il vignaiuolo recide i pampini col suo falcetto, un canto davidico sgorga dalle sue labbra. I salmi sono le uniche canzoni in questa terra, le sole canzoni di amore: i pastori non ne conoscono altre e i lavoratori non hanno altra difesa contro l’impazienza che alcuni versetti del Salterio» .
E simili sani esempi ci offre anche il medioevo. Già nei Capitolari di Carlo Magno troviamo la prescrizione, che i pastori lungo la via menando il gregge al pascolo o ritornando a casa, cantino sacre canzoni, sicché ogni gente li riconosceva come pii cristiani. E in un libro spirituale dell’anno 1509 è detto: «Quando due o tre persone convengono insieme, devono cantare; e tutti cantano nel loro lavoro in casa o alla campagna, nella preghiera e nella devozione, nella gioia e nel dolore, nei funerali e nei conviti. Questo è bene accetto a Dio, se è onesto, e se non è onesto, è un peccato che tu devi evitare. Cantare ad onore di Dio e dei santi, come da tutto il popolo cristiano si fa nelle chiese, e dagli onesti padri di famiglia e dai loro figliuoli e domestici nel pomeriggio dei dì domenicali e festivi, è cosa singolarmente buona e dispone ad allegrezza, e un cuore allegro Dio l’ha caro».

Gioia e sentimento della natura

Tutto anche dovrebbe contribuire a ridestar nuovamente nell’anima del popolo l’assopito sentimento della natura. Come vivo fervido era un tempo e insieme gentile! Come viveva potente nel canto popolare e con che effusione di giubilo ne prorompeva, rifondendo nuova vita e allegrezza in tutta la vita del popolo!
La civiltà moderna l’ha, se non ucciso, certo profondamente assopito. Il vivo ricambio con la natura, dice Anton Walter «è per l’uomo una necessità ben evidente». Dove la separazione ha luogo, la vita diventa innaturale e la sanità del corpo e dell’anima è minacciata da gravi pericoli. Questo estraniamento dalla natura è la conseguenza di una civiltà altamente raffinata, di una innaturale maniera di vita e di lavoro, e viceversa la separazione dalla natura non fa che promuovere questo sfavorevole sviluppo. Piaceri e attrattive artificiali subentrano ai piaceri e alle gioie naturali sane e innocenti. Nutrimento e ricreamento, tutto assume un carattere falso e perciò dannoso alla sanità.
L’uomo subisce alterazioni nel corpo e nello spirito che non sono certo a suo vantaggio. L’istinto sano che sa facilmente trovare il necessario alla salute e alla vita, quella forza originaria e potente che va sicura allo scopo, va ogni giorno più perdendosi. La personalità, l’armoniosa interezza dell’io cede sempre più il luogo ad una stirpe che ha perduto la salda base della propria coscienza ed è divenuta incerta e nervosa. Gli uomini sono ormai fuori dalle condizioni naturali della vita, luce, aria, sano moto, nutrimento regolato, libero sguardo nello splendore e nella ricchezza della creazione, e si fa strada invece la degenerazione del corpo e dello spirito, anche se insieme soglia andarle congiunto un parziale progresso intellettuale.
«Conseguenza fisica di abiezione spirituale» dice il Ruskin «la totale trascuratezza per la bellezza del cielo, la purezza delle correnti, la vita degli animali e delle piante». L’espressione è forse esagerata. Questa trascuratezza, che davvero s’è dilatata spaventosamente, non deriva da corruzione interiore ma da malsane condizioni esteriori, da un falso sistema di educazione.
Ma una cosa è vera: che la perdita del sentimento della natura diminuisce il valore psichico e spirituale dell’uomo, imbarbarisce e intristisce l’anima popolare, mentre il sano senso della natura ingentilisce e abbellisce la vita.
Ed è veramente doloroso, che una stupida cieca insensibilità renda al tutto estranei l’uomo e la natura, e che il popolo perda tutta la consolazione e il ricreamento che cela il materno suo grembo non solo in regioni di straordinaria bellezza, non solo in privilegiate stagioni, ma veramente in ogni tempo e in ogni luogo.
E perciò quel che importa soprattutto non è di far conoscere ai fanciulli e al popolo con parole o scritti o figure o con viaggi meravigliosi fenomeni e straordinarie bellezze della natura. Le sublimi scene naturali, le gigantesche catene di monti, le cateratte, i potenti fiumi, i vasti mari, danno certo un effetto di grandiosità, di commozione, di entusiasmo, se non sono godute in età immatura e troppo di frequente: altrimenti anche esse possono stancare ed intorpidire. Gli abituali paesaggi con il loro più o meno interessante alternarsi di colline e di valli, di boschi e di campi, di messi, di piani erbosi e di rivi mormoranti, più intimamente s’amicano all’uomo e possono acquistare per lui un valore più duraturo.
Anche qui il senso delle piccole cose e la facoltà di goderne è molto importante. Chi l’ha, trova dappertutto nella natura fiori di gioia «coi lattei steli e le campanule ricche di miele». Nelle piccole cose dobbiamo educare l’intelligenza del fanciullo al rispetto, al riguardo, alla pietà per la natura: nel fiore, nell’albero, nella fonte, nell’uccellino.
Poi gradatamente apriremo il piccolo occhio per le cose più grandi, per quelle che più immediatamente lo circondano, per il campo ricco di messe, il fiume, il bosco, la veneranda accolta degli alberi giganti, il prato fiorito, le linee dei monti: poi l’armoniosa fusione di tutti questi vari elementi nell’immagine del paesaggio: poi come questo quadro indicibilmente si colora e si avviva degli elementi che ogni giorno ed ogni ora si muovono sopra di noi; dove sul meraviglioso fondo azzurro, sole, luna e stelle e nuvole e venti offrono la festa inesauribile del loro movimento: poi le speciali bellezze che son proprie a ciascuno dei quattro temperamenti o età della sua vita, le quattro stagioni. Sol quando s’è così dischiuso il sentimento della natura, non con ammaestramenti intrusivi o pedanteschi, non con effusioni patetiche, ma con un accorto insegnamento intuitivo, con opportuni accenni che vengan dal cuore e dallo spirito, col bastone del pellegrino, che per la gioventù è una bacchetta magica, solo allora si dovrebbero condurre i giovani a più lontani viaggi, in regioni estranee, sulle alte montagne od al mare.
Specialmente elevato e inesauribilmente fruttuoso di gioie è il sentimento della natura, quando le sue radici penetrano sin nel fondo religioso dell’anima umana. Allora anche la creazione, come dice Albano Stolz, diventa come una grande sacra Scrittura, tutta piena d’immagini, di parabole, di similitudini, di frammenti di dottrina. L’Antico Testamento è tutto intessuto di religiosa contemplazione della natura: nel Testamento Nuovo il Salvatore stesso ve l’ha introdotta. Coltivarla ed usarla come sussidiaria all’insegnamento, spetta soprattutto al predicatore e al catechista.
Egli può bene imparare dal Salvatore la maniera più delicata di trarre quadri dalla vita della natura e del popolo per dare immagine del più alto e del più sublime e considerare che così gli è offerto anche un eccellente efficace mezzo per far penetrare nella coscienza del popolo i grandi vantaggi d’una vita nella natura e conforme a lei, strappandolo così alla morbosa tendenza verso la città, specialmente verso le grandi città, con le loro condizioni di vita così aliene, così contrarie alla natura.
Una sana religiosità volentieri stringerà alleanza con l’amore della natura, e un elevato sentimento di essa potrà dare al sentimento religioso molta vita e molto slancio. Per guarire una pietà malsana e triste dovrebbe prescriversi il contatto con la natura. Il Lombez vigorosamente assale i cristiani malinconici: «Come, mentre tutta la natura nell’aspettazione del suo Creatore prorompe in lieta esultanza; mentre i boschi ed i piani, le rupi ed i colli tripudiano di gioia; mentre i fiumi e i torrenti, che in rapida corsa con giocondo applauso fluiscono al luogo loro assegnato, esultano alla sua magnificenza (Salmo XCVII, 8) come voi, anime tristi, insensibili alla gioia di tutta la creazione, rimanete chiuse in un cupo e ingrato silenzio?». Un tale spirito è per lui un falso interprete della natura, poiché falsa, invece che esprimere, le vere sensazioni di lei. Il godimento religioso della natura ci difende da quegli eccessi moderni del sentimento di essa, che pullulano su dalla incredulità e dalla irreligiosità, ci difende dalla adorazione panteistica della natura, dai morbosi deliri d’entusiasmo per lei, dagl’ingenui tentativi di sostituire un culto della natura al culto religioso divino, sperando di trovarvi la medicina universale per tutti i mali. In quattro dense proposizioni (Romani, VIII, 19-22) l’apostolo Paolo ha tracciato con mano maestra le linee fondamentali di una filosofia naturale ed ha insieme posto nei giusti limiti il sentimento della natura. La natura nulla è di divino, nulla d’eterno, né di perfetto; l’anima umana non può mai trovare in lei il suo appagamento. Neppur essa è a sé sufficiente. Il suo stato presente ha qualche cosa d’anormale: essa è soggetta alla vanità, soffre anch’essa in conseguenza del peccato. Lo mostrano le contraddizioni e disarmonie, la malinconia, che è spesso la sua nota fondamentale, gli scoppi di dolore, i gridi di lamento e le querele che risuonano di terra in terra. «Tutta la creazione soffre nel dolore del parto sino ad ora».
Può la natura in tale stato esser per l’uomo qualche cosa e porgergli aiuto? Certamente: anche soltanto come compagna nel suo dolore essa deve essergli simpatica e può recargli conforto. Ma assai più, perché ella è anche compagna della sua speranza, del suo anelito e desiderio di trasfigurazione. Ella è piena di speranza, perciò, nonostante i dolori, ricca di gioia: i suoi lamenti sono ad un tempo gridi di desiderio, i suoi gemiti, gemiti di nascimento. Dalle sue alte montagne come da elevati baluardi, la natura tende lo sguardo spiando verso un migliore avvenire. Il muggire delle tempeste e l’ululato dei venti ha suono come di lamento, ma vi trema anche quasi una voce anelante di desiderio. Mari e acque correnti cantano quasi un lamento sul perduto paradiso, ma anche un Rorate coeli desuper, pieno di ardente implorazione, di potente speranza. Nell’accesa fiamma della sera tutta la natura sogna beata e fidente la futura trasfigurazione. Tutto quanto è rimasto ancora in lei nonostante il turbamento della colpa, di armonia, di amabilità, di grandezza e magnificenza, e non è poco davvero; tutto parla al cuore dell’uomo un duplice linguaggio, e nell’uno e nell’altro parla di gioia: ricordo della piena pace del paradiso perduta, eco di cessata armonia, riflesso di spento splendore, e ad un tempo profezia squillante di speranza che annunzia l’avvenire, il nuovo cielo e la terra nuova, la liberazione intera in cui sarà anche la risoluzione di tutti i suoi misteri, di tutte le sue contraddizioni, e disarmonie.
E’ questa la trama mistica del sentimento cristiano della natura; tale a noi appare nei santi e ne deriva quella loro meravigliosa confidenza con lei. Qui si fondono e interpretano insieme i più profondi arcani dell’anima umana e i misteri più profondi della natura.
«L’aspettazione della natura attende la rivelazione dei figli di Dio (…) Noi sappiamo che tutta la natura geme insieme con noi ed è nelle doglie del parto fino ad ora. Ma non essa soltanto, anche noi che abbiamo le primizie dello spirito, anche noi gemiamo aspettando l’adozione dei figli di Dio, la liberazione del corpo nostro in Cristo Gesù, nostro Signore».

Rallegrati

Per conclusione, una regola di vita d’una semplicità stupefacente. Tu domandi: Come posso io assicurarmi e aumentare il patrimonio di letizia della mia vita? Come posso rendere ogni giorno di essa giorno d’allegrezza? Rallegrandoti, suona la risposta. Pare senza dubbio un consiglio banale, ma è pieno di pratica sapienza di vita. L’amore non si può comprendere e apprendere che amando, l’allegrezza col rallegrarsi. Se è possibile non solo educare ma costringere all’amore, tanto più è possibile fare uno studio della gioia e infonderla con l’esercizio, e con la pratica stessa della vita.
Possiamo farlo e dobbiamo. Si può apparire in aspetto lieti, anche se nell’intimo il cuore ci sanguini. Ma anche più lontano va la forza della volontà. Dove essa è realmente posta e riconosciuta come reggitrice della vita, può dettare al cuore allegrezza, anche se nella tortura dell’angoscia, nel tedio e nel disgusto, nella scontentezza, nel dolore universale, stesse per cedere alla disperazione. Perché non dovremmo noi avere questa potenza? Non potere noi stessi operare su noi quello che può un estraneo volere? E quante volte, neppure il volere, ma soltanto un capriccio può produrre un rivolgimento nel nostro stato d’animo: una cattiva celia muta in allegria il nostro malumore. Non dico che a ciò possa sempre riuscire la volontà con la sua propria forza. Vi sono ore in cui si sente il bisogno di un estraneo aiuto più alto, in cui non basta la volontà a dominare la originaria potenza del dolore e la nostra depressione. Tuttavia non dobbiamo mai dimenticare che una volontà formata ed eletta a dominare, non schiava delle passioni e dei sensi e non senza un legame con le forze di un altro mondo, è ben sufficiente a determinare essa stessa lo stato dell’anima per ogni giorno ed ogni ora, e può bene, nonostante tutte le oscillazioni e le variazioni, rimettere il barometro sempre al bello.
Anche qui, come in tante altre cose, non è pregiata abbastanza la forza della volontà. Essa può realmente molto più di quel che c’immaginiamo e crediamo possibile. E se noi non riconosciamo abbastanza la sua capacità, ciò è solo perché ne facciamo troppo poco uso e non la sviluppiamo abbastanza. Gli imperativi della Sacra Scrittura: Servite a Dio in letizia! Rallegratevi nel Signore! son veri comandamenti e n’è ben possibile l’adempimento. C’è una volontà della gioia; soltanto, dobbiamo destarla, esercitarla e così darle sviluppo. Che cosa t’impedisce di risvegliare ogni giorno il tuo cuore con un appello alla gioia e molte volte nel giorno rinnovarlo? Manca forse materia, occasione, fondamento di gioia? Se il tuo occhio è limpido, riguardando l’uno e l’altro lato della vita, troverà almeno altrettanta cagione di allegrezza che di tristezza. Non solo se dopo un sonno ristoratore ti vedi innanzi un nuovo giorno di vita, tu devi rallegrarti, ma anche dopo una notte insonne e affannosa, puoi gioire al pensiero che la notte è passata. Se un grave affanno, se una vera sciagura aggrava la tua anima, quanto allora più che mai è necessario che tu non t’affissi con immoto sguardo su quest’unico punto oscuro, ma che la volontà della gioia ti astringa a mirare nel buio anche le stelle consolatrici. Certamente una viva e bene esercitata volontà di gioia acquista una fecondità inventiva di motivi e argomenti gioiosi e lotta generalmente con buon successo contro le troppo frequenti cause contrarie. Ben considerata e giudicata, la vita è in realtà altrettanto, se non più ricca di gioia che di dolore. E’ la pupilla del nostro occhio spesso più sensibile per l’oscuro che per il chiaro.
Che cosa impedisce a noi, specialmente a noi credenti cristiani, di rallegrarci ogni dì dal primo mattino sino alla sera più tarda? Natura, famiglia, ufficio, lavoro, fede, grazia, casa di Dio, preghiera, speranza, amore, parlano a noi con tutte le voci e in tutte le lingue di gioia. Gli è che a queste voci noi diamo troppo poco ascolto: non possiamo udirle nello strepito del mondo. Ma se ci avvezzeremo a prestare ad esse attenzione, e apprenderemo nuovamente a rallegrarci di quel che veramente rallegra, e non calpestare con piede villano i fiorellini che fioriscono sulla nostra via; allora a poco a poco il nostro cuore si sentirà più costantemente in una sfera più elevata, acquisterà un palpito più tranquillo e sicuro, sicché nessuna reale tristezza potrà alterarlo. E apprenderemo a poco a poco a introdurre ogni cosa nel regno luminoso della gioia, a rallegrarci nelle avversità e nelle sciagure, a rallegrarci anzi di esse, perché per la luce della fede vi riconosceremo un mezzo di acquisto, una garanzia della gioia eterna e le saluteremo anche come un mezzo per assimilarci al nostro Signore e Maestro.
Se noi saremo arrivati a questo punto, avremo vinto. Allora sarà ben fissato un retto e sano clima dell’anima: un azzurro firmamento s’aprirà alto sulla nostra via terrena, e se anche 1’offuscheranno talora le nubi e le tempeste, presto ritorneranno il sole e il sereno; nei giorni più foschi e piovosi un’iride di pace; nelle notti più tenebrose una piccola stella recherà all’anima conforto.
Ognuno dovrebbe perciò provvedere a crearsi il suo piccolo mondo di gioie e cingerlo di sicura custodia, «edificarsi nidi di pensieri giocondi» dice il Ruskin. «E davvero – egli osserva – questi son nidi sulle onde del mare, ma sicuri, assai più sicuri di tanti altri: soltanto ci vuole un’arte grande a edificarli. Nessuno di noi sa, perché non ci è stato insegnato nella nostra prima gioventù, che castelli fatati, inaccessibili ad ogni infortunio, si possono edificare di bei pensieri [buoni, vogliamo anche dire]; creazioni fantastiche d’un pieno fulgore, ricordi che rendono 1’anima beata, racconti pieni di anima, massime vere, tesori pieni di preziosi pensieri di pace, che nessuna cura turba, nessun’angustia infosca, nessuna miseria ci può rapire; case non edificate con mano, ove possano abitare le nostre anime».
Quanto importa per questo che con sano ottimismo con senso gentile e con una potente volontà di gioia noi colmiamo ogni giorno il continuo bisogno di letizia della natura umana, con doni piccoli, ma assai più frequenti. Mai così ne verrebbe il fallimento della gioia con tutte le sue tristi conseguenze. Così normalmente si placherebbe la fame di gioia, né salirebbe mai a così accanito selvaggio bisogno da farci inghiottire perfino i rifiuti dei porci e stordirci solo con torrenti d’alcool. Né sarebbero più necessari speciali luoghi di piacere, strepitosi divertimenti ed eccessi, per sferzare alla gioia l’anima illanguidita: perenne sarebbe la nostra contentezza.
E quanto più quest’arte di rallegrarsi si naturalizzi e prenda radici nel campo religioso e specialmente s’affratelli con la riconoscenza verso Dio, tanto meno si dovrà temere che la severità della concezione cristiana della condotta e della vita possa risentir danno da una costante allegrezza. Ben lungi dal promuovere la frivolezza essa stessa piuttosto renderà preziosi servigi alla vita religiosa. Più giocondità e più riconoscenza penetrando nel letargico cristianesimo di tanti, tutto abitudine, senza vita e senza pensiero, opererebbe davvero come un dolce e potente soffio rinnovatore di primavera. La gioia della fede santa, l’intima riconoscenza per questo magnifico dono dissiperebbe ogni nube di sciocchi dubbi; renderebbe nuovamente il respiro libero e pieno a molti cuori ora stretti quasi da un incubo di folli immaginazioni, come se la fede fosse una prova tremenda che difficilmente possa vincere un uomo colto che anela al vero. Lieta riconoscenza, riconoscente letizia per il prezioso beneficio della Eucaristia, dei sacramenti, della preghiera, sarebbero certo il più efficace impulso a trar miglior profitto da questi doni. «La riconoscenza per i doni ricevuti – dice S. Caterina da Siena – alimenta nell’anima la fonte della pietà, mentre l’ingratitudine la inaridisce».
Il gusto di queste gioie pure e sante toglie ai piaceri peccaminosi del mondo ogni attrattiva e induce anzi per essi un vero abborrimento.
Perciò se tu ti rallegri dei doni santi di Dio, ne avrai anche certamente riconoscenza e per tua parte smentirai la parola che di tutti i debiti i peggio pagati sono i debiti di gratitudine, specialmente quelli per i benefizi spirituali soprannaturali. E viceversa se tu sei grato di questi beni, naturalmente anche te ne rallegrerai, né più avrai cagione di lamentarti della mancanza di gioia.
Chiunque tu sia e qual che sia la tua vita e la tua sorte, non lasciar passare alcun giorno senza rallegrarti. E in questo momento stesso che leggi, richiama alla gioia il tuo cuore, richiamalo, richiamalo sempre, e qualunque cosa voglia deprimerlo, cerca subito qualche contrappeso di letizia per risollevarlo nell’alto.
Una tale continuata ginnastica d’allegrezza darà certo a poco a poco al tuo cuore un regolare palpito giocondo e alla tua vita nuovo vigore.
Non son queste vaghe e vane promesse, illusioni e giuochi di fantasia. Sono norme di vita provate e tratte dalla più larga esperienza. E se ne può garantire la giustezza facendo una sola riserva, che ora, alla conclusione del nostro dire, dobbiamo ancora una volta accentuare ben forte.
Noi non dobbiamo mai dimenticare, che nell’economia della vita la gioia non è radice né frutto, ma semplicemente fiore: da infetta radice, da putrido ceppo non si può sperare pura, sana, piena fioritura.
Non dobbiamo dimenticare che ogni vera gioia deve essere meritata e può essere goduta solo come ricompensa di una ben ordinata condotta di vita. Il presupposto dunque, la condizione d’ogni vera gioia è 1’adempimento del dovere, la coscienziosa attività di vita, la fedeltà alla propria missione terrestre e celeste, la normale disposizione del cuore verso Dio e verso l’Uomo-Dio.
L’Edelweiss della gioia, della vera gioia dell’anima non può mettere radice né durevolmente prosperare tra le spine, i cardi, le ortiche d’una vita riluttante al lavoro o dimentica del dovere; non nel putrido pantano della lascivia e della incontinenza, non tra i sassi del duro egoismo, non nelle bassure senza raggio di sole della pigrizia, non nella desolata aridità di una vita immemore dell’anima e del divino e indegna dell’uomo, non nella mobile arena e nella polverosa via della leggerezza e della superficialità.
Su tale terreno prosperano solo piante dai tristi fiori e dai frutti velenosi e caduchi. «Le gioie dell’odio – dice il Ruskin – della voluttà, del vano sapere, della volgare lussuria trapassano tutte in un lento tormento».
Il fiore della gioia ha bisogno di un suolo profondo, riccamente soleggiato, della libera aria dei monti, di una natura alpina. Il terreno più a lui favorevole è lo stato di grazia, una vita di virtù e santità. Quivi mai non manca, ma non manca mai neppur nella vita del più misero peccatore, non appena egli risolutamente si rivolga al sole e dalla tenebrosa bassura dirizzi di nuovo i suoi passi verso l’alto: subito quel fiore brilla a lui dinanzi col suo sorriso e lo rianima nell’acerba sua opera di penitenza. E quanto più egli procede in alto, quanto più puro respira l’aere di vita, quanto più seriamente s’innamora del suo dovere, quanto più sente allargarsi il cuore, tanto meno egli avrà da lamentare che gli manchi la gioia, tanto più il suo volere tenderà verso il Maestro e Signore che solo ha la potenza e può dire alla tristezza: «Dileguati!» ed alla gioia: «Vieni!».

Ed ora io son lieto. Da tanto tempo mi premeva sull’animo questo pensiero della gioia ed ora che ne ho scritto, mi sento come alleviato il cuore. Il primo tentativo è divenuto un libro. In torbidi giorni era per me un conforto seguire queste considerazioni, e spesso scrivendo ho riversato qui l’animo mio con gioia: come sarei contento, se molti potessero ritrovar qui con gioia se stessi leggendo.
Certo io lo sento, e amiche voci da presso e da lungi me 1’annunziano: non ho scritto invano. Più di un occhio stanco su questi fogli troverà riposo, e dovesse anche addormentarvisi, sarà un sonno di pace. E se Dio concede la sua benedizione, per cui umilmente Lo prego, più d’uno di questi pensieri e di queste massime e consigli, rompendo il freddo legame della lettera moverà spirito vivo e potente a chiamar nuovi alleati a raccolta e lietamente imprendere la lotta contro l’esercito dei moderni nemici della gioia, contro l’alcool e la licenza, contro 1’itterica cupidigia dell’oro, contro la nevrastenia, contro la superbia del superuomo, contro la deformazione e 1’esagerazione della cultura, contro un’arte che attrista e che con la sua volgarità riesce a pubblico danno, contro una letteratura che reca il guasto in ogni sana coltivazione.
Su, dunque, con buoni auspici, alla lotta per la gioia!
Tribolazione, miseria, dolore, ve ne saran sempre abbastanza sulla terra; procuriamo che vi sia pur gioia abbastanza. La gioia vera, spirituale e soprannaturale non pare abbia valore nel mondo presente; teniamola noi sopra ogni altra cosa in pregio.
Se centinaia d’uomini tuttodì s’affaccendano ad aggravar la vita propria e l’altrui con cure e con pene, con colpe e con vizi, opponiamo noi ad essi le migliaia che indefessamente pensino come procurare agli altri la gioia.
Il mondo offre con gran tumulto sul suo mercato le sue larve, le sue vane spume di gioia; l’inferno porge in giro dappertutto il suo calice d’ebbrezza; diamo al genere umano la manna della gioia vera. Così priva di gioie è spesso la vita nostra; tanto più cerchiamo di arricchire gli altri e anche noi ne sentiremo meno la mancanza.
V’han certe specie di alberi che hanno le capsule dei loro semi alate, perché queste non restino giacenti sotto la pianta, ma trasportate dal vento, trovino un terreno migliore. Così possa questo seme di gioia, a cui prego la benedizione divina metta l’ali, da favorevoli venti esser portato per tutte le terre e dappertutto trovare terreno buono e dar frutti, a cento, a mille, moltiplicati.

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