Recensione del volume “Per una teologia rinnovata”

di Marco Vigna

Il saggio di don Massimo Lapponi, sacerdote e monaco del glorioso ordine di san Benedetto, intitolato Per una teologia rinnovata, edito nel 2018 dalle Edizioni Sant’Antonio – vedi: https://www.edizioni-santantonio.com/catalog/details/store/gb/book/978-613-8-39096-1/per-una-teologia-rinnovata?search=lapponi – si segnala per alcune caratteristiche effettivamente innovative nell’ambito della teologia cattolica.
Il suo nucleo è imperniato sull’importanza imprescindibile di una revisione storiografica della storia della filosofia e della teologia. La storia della filosofia, diversa dalla filosofia in quanto tale, dopo una lunga preistoria si forma realmente, assieme ad altre discipline storiografiche, nel secolo XIX ed è erede, nel bene e nel male, delle caratteristiche di quell’epoca culturale. L’indirizzo ricevuto, già nella distinzione fra ciò che è filosofia e ciò che non lo è, la codificazione di un canone degli autori principali, alcune interpretazioni e distinzioni (come quella fra filosofia medievale e moderna) permangono in buona misura a tutt’oggi.
Tuttavia, quest’approccio storiografico è limitante, perché esclude a priori ed arbitrariamente forme di pensiero che hanno avuto un’enorme importanza storica in Occidente. Si è formata difatti soltanto di recente in storiografia la corrente o ramo detta di storia della spiritualità, che si propone proprio di colmare questa mancanza. Se si prende un classico della storia della filosofia medievale, naturalmente il grande saggio di Etienne Gilson, accanto alla smisurata dottrina dell’autore traspaiono però vuoti inspiegabili, come la quasi totale assenza di autori che sono definiti abitualmente “mistici” o “teologi” oppure “poeti”, ma che erano anche pensatori filosofici ad ogni effetto, come Ildegarda di Bingen, Gioacchino da Fiore, Dante Alighieri. Una rivalutazione od addirittura riscoperta di autori come il Bruno od il Vico sono avvenute soltanto nella seconda metà del Novecento, ma il vecchio paradigma di storia della filosofia impostosi mentre regnava l’hegelismo nelle università riesce in qualche modo a resistere. La grande mistica barocca, ad esempio, nonostante la sua sbalorditiva ricchezza intellettuale è tutt’ora espunta dai manuali e tenuta scissa dallo studio della filosofia. La tendenza alla iper-specializzazione esistente in ogni disciplina scientifica, effetto inevitabile della mole crescente di nozioni e metodologie da padroneggiare, ha avuto per conseguenza collaterale la formazione di discipline spesso scarsamente comunicanti fra loro, come osservava già Oswald Spengler circa un secolo fa.
Giustamente don Lapponi porta l’esempio di Augusto Del Noce, emarginato dalla cultura accademica, sottolinea la rilevanza della figura di Solovev e spiega perché una visione diffusasi nello stesso ambiente dotto cattolico sul corso storico della teologia e filosofia della Chiesa sia inadeguata nella sua opposizione schematica fra un Medioevo concepito illusoriamente quale monolitico (ciò che non è stato) ed un Novecento supposto rivoluzionario. La storia della filosofia egemone ha una sua struttura lineare ed orientata, ancora sorretta dalla dicotomia fra antico-moderno ed imperniata sulla nozione di progresso. È curioso che proprio in questo ambito sopravvivano schemi criticati nella storiografia per la loro rigidità e limitatezza, se non proprio abbandonati del tutto in intere discipline come l’antropologia culturale. Già proporre il superamento di questo è un cambiamento di metodologia e di prospettiva notevole, che meriterebbe d’essere approfondito e sviluppato da molti studiosi, essendo impossibile ad un solo uomo (come don Lapponi ammette apertis verbis) realizzare una revisione storiografia di tale ampiezza e complessità. Egli indica come un buon primo esempio di questa rettifica l’opera di Bulgakov.
L’autore ineccepibilmente evidenzia altresì che la gigantesca ed armoniosa costruzione intellettuale di Tommaso d’Aquino ha ormai otto secoli di vita e che, nonostante i suoi meriti e qualità indiscutibili, risulta umanamente, inevitabilmente invecchiata. Essa, pur conservando molta validità, non può essere presa sic et simpliciter quale il fondamento stesso di una teologia cattolica del XXI secolo e bisogna distinguere in essa, come vuole la massima, fra ciò che è vivo e ciò che è morto. L’esigenza di un rinnovamento si rintraccia anche per il grande Aquinate ed in generale per la neotomistica. L’attaccamento che esiste in alcuni ambienti cattolici verso questa corrente teologica, in verità straordinaria, rischia tuttavia d’impedire una rettifica ed un aggiornamento di categorie, concetti, riflessioni, metodi che sono legati alla temperie storica e culturale dell’epoca d’oro della Scolastica, ma che il sorgere di nuove forme di filosofia e l’eccezionale sviluppo scientifico hanno reso anacronistiche. Urge quindi separare quel che è perenne nella riflessione di san Tommaso da quello che è storico, relativo per definizione, quindi accantonabile.
Il saggio ponderatamente si sofferma anche sulle esigenze di catechesi ed apostolato, cercando di accompagnare alla riflessione intellettuale in senso stretto l’analisi delle condizioni di propaganda fidei. È un’evidenza solare che il mondo contemporaneo, quantomeno in Occidente, sia lontanissimo a livello sociologico ed antropologico da quello esistente ancora mezzo secolo addietro: la compresenza di un gran numero di religioni, l’ateismo ed il materialismo come fenomeni di massa, la pan-sessualizzazione, il diffondersi epidemico dell’ideologia femminista ed omosessuale, la grave crisi della famiglia naturale devastata dal divorzio, le decine di milioni di morti uccisi dall’aborto, ma anche l’egemonia di determinate forme di arte, architettura e musica, una trasformazione profonda del linguaggio etc. In questo contesto, bisogna conciliare la conservazione del deposito tradizionale di verità della Chiesa cattolica, asserisce don Lapponi, ma esprimendolo e comunicandolo in modo tale da renderlo comprensibile alle persone del XXI secolo e conferme alle loro condizioni esistenziali specifiche. L’esempio che l’autore porta al riguardo è quello evangelico degli “otri vecchi” ed “otri nuovi”.
Questa operazione dovrebbe passare, secondo l’autore, anche da una nuova teologia dell’amore sponsale, o dell’amore fra l’uomo e la donna in ogni sua dimensione. Questa proposta è una delle più originali di don Lapponi, perché si concentra su di un tema certamente sempre esistito nella teologia cattolica (si pensi alle numerose meditazioni sul Cantico dei cantici) ma che è stato un poco trascurato rispetto ad altri. Pure esso fornisce un caso ideale in cui accompagnare assieme elaborazione intellettuale e dottrinaria, catechesi e prassi, potendo quindi fornire una delle chiavi per un nuova evangelizzazione.
Il saggio di don Massimo Lapponi, scritto in modo lineare e comprensibile, ha quindi una sua originalità prospettica ed offre molti spunti metodologici ed ermeneutici anche a teologi, o comunque intellettuali.