La stella di Betlemme. Meditazione sulla festa dell’Epifania.

(pubblicato su Il Legno Storto il 4 gennaio 2011)

Alphonse Daudet, nel suo delizioso racconto Le stelle, mette in scena un giovane pastore che ospita per una notte presso il suo gregge sulle montagne provenzali la padroncina Stefanetta, impossibilitata a tornare alla fattoria per la piena del fiume. Mentre Stefanetta si ritira nel recinto delle pecore per riposare, il pastorello veglia all’aperto.
«Benché il fuoco d’amore mi bruciasse il sangue» racconta in prima persona il protagonista, «Dio mi è testimonio che non mi venne alcun cattivo pensiero: ero solo orgogliosissimo di pensare che in un angolo del recinto, vicina vicina al gregge curioso che la guardava dormire, riposava la figlia dei padroni, affidata alla mia custodia, come una pecorella più preziosa e più bianca delle altre. Mai il cielo mi era sembrato così profondo, le stelle così brillanti (…)»
Ma la signorina non riesce a dormire, e poco dopo esce dal recinto e raggiunge il pastorello, il quale le spiega i nomi e le leggende delle stelle secondo la tradizione popolare provenzale. Così facendo, giunge a parlare del matrimonio tra la «Stella del Pastore» e «Pietro di Provenza».
«Come, pastore!» esclama Stefanetta. «Ci sono dunque matrimoni di stelle?»
«Ma sì, padrona» risponde il pastorello. E la narrazione prosegue prosegue:
«E mentre tentavo di spiegarle che cos’erano questi matrimoni, sentii qualcosa di fresco e di fine appoggiarsi leggermente sulla mia spalla. Era la sua testa appesantita dal sonno che si appoggiava a me con un dolce fruscio di nastri, di pizzi, di capelli ondulati. Ella restò così, senza muoversi, fino al momento in cui gli astri impallidirono, cancellati dal giorno che nasceva. Io la guardavo dormire, un po’ turbato nel profondo del mio essere, ma santamente protetto dalla chiara notte che mi ha sempre dato solo bei pensieri. Intorno a noi le stelle continuavano il loro silenzioso cammino, docili come un immenso gregge; e a tratti io immaginavo che una di quelle stelle, la più fine, la più brillante, avesse perduto la strada, e fosse venuta a posarsi sulla mia spalla per dormire».
In questa pagina indimenticabile, il poeta riecheggia il misterioso messaggio che lo sguardo meditativo dei vati ha da sempre percepito nel muto cielo stellato, dalle «cadentia sidera» di Virgilio alla Commedia di Dante, le cui tre cantiche si concludono tutte con la parola «stelle», al pastore errante dell’Asia di Leopardi. Ma oggi – si dirà – la scienza moderna con i suoi metodi positivi ha dissacrato il cielo stellato. Sarebbe come dire che i critici hanno dissacrato gli affreschi di Giotto con l’enumerazione dei materiali da lui adoperati. Proprio uno scienziato scrisse che la più lontana stella contribuisce al fiorire di un fiore, e il sacerdote-filosofo Alphonse Gratry si domandava
«perché gli uomini non sanno ancora usare la luce notturna, sia quella del cielo visibile, sia quella dell’anima (…) La luce siderale delle notti! Chi può sapere le virtù segrete di questa luce così umile, ma che viene dall’immensità! La scintillante luce del giorno è il raggio di un unico sole; la luce siderale è una essenza composta dei raggi di parecchi miliardi di soli».
E indubbiamente durante il giorno ci facciamo così illudere dalla luce del sole, e durante la notte dalla luce artificiale delle nostre città e delle nostre fantasmagorie elettroniche, che dimentichiamo il fatto che la nostra terra, e tanto più la nostra misera spanna di interessi, lungi dall’essere tutta la realtà, non è che un puntino minuscolo in un immenso universo di stelle.
Durante il giorno – scrive il nostro filosofo – i Magi e Giuseppe «parlano a Erode, agli Scribi, ai Farisei. La notte Dio e gli angeli parlano ad essi. Il giorno Giuseppe ignora, dubita e pensa a rimandare la madre di Dio. La notte Dio gli rivela il più grande dei misteri e gli esprime la sua volontà. Ebbene, la luce diurna dell’anima, non è la ragione, e la luce notturna l’ispirazione? E perché così pochi tra noi sanno seguire insieme la ragione e l’ispirazione, e poggiare le loro forze personali, il lavoro del giorno sulle immense forze latenti, superiori alla nostra forza, e che dormono nelle profondità delle nostre anime? Essi amano le grossolane chiarità del pieno meriggio. Disprezzano il silenzio, il chiarore, le stelle della notte».
Osserva lo scrittore irlandese C.S. Lewis che
«quelli i quali meditano molto sul passato remoto o sul futuro, o fissano a lungo il cielo di notte, sono probabilmente meno degli altri adatti a diventare partigiani appassionati o ortodossi (…) Se fossimo tutti a bordo di una nave e tra i camerieri serpeggiasse del malcontento, posso ben concepire che il loro portavoce guarderebbe sfavorevolmente chiunque si sottraesse alle feroci discussioni nel salone e nella dispensa per respirare una boccata d’aria in coperta. Perché lì sentirebbe il gusto del sale, vedrebbe la vastità dell’acqua, ricorderebbe che la nave ha un punto di partenza e un punto di arrivo. Ricorderebbe cose come nebbia, tempeste, ghiaccio. Quello che sottocoperta, nelle stanze calde e illuminate, era sembrato soltanto uno scenario di una crisi politica, ritornerebbe a sembrare come un leggero guscio d’uovo che si muove rapidamente attraverso un’immensa oscurità su un elemento nel quale l’uomo non può vivere. Questo non cambierebbe necessariamente le sue convinzioni sui diritti e i torti discussi sottocoperta, ma probabilmente li mostrerebbe in una luce nuova. Difficilmente potrebbe mancare di ricordargli che i camerieri di bordo facevano affidamento su speranze ben più fondamentali di quelle di un aumento di stipendio, e i passeggeri dimenticavano pericoli più seri di quello di dover cucinare e servirsi i pasti da soli».
Lewis scriveva nei bei tempi in cui gli uomini si appassionavano di ideologie politiche. Oggi probabilmente direbbe che chi guarda troppo il cielo stellato sarebbe malvisto dai commercianti che fanno orario continuato anche la domenica, e anche nella festa dell’Epifania.
Certamente i Magi che guardavano le stelle erano tanto pochi quanto sono pochi oggi quelli che a Natale e all’Epifania disertano i centri commerciali per meditare sulle leggi eterne del mondo. Oggi è diffusissima, anche tra i credenti, e spesso anche tra il clero, l’idea che l’unica cosa che conta è la soluzione dei problemi immediati – anche degli pseudo problemi che ci vengono suggeriti da chi ci specula sopra – con qualsiasi mezzo ci venga presentato o ci appaia come adeguato. Per questo la domenica, invece di andare ad ascoltare Isaia, Paolo, Giovanni, il canto dei Serafini e il Gloria in excelsis, si preferisce esercitare il culto festivo nei centri commerciali,
«così che» scriveva già il Förster nel 1917 «i grandi magazzini rappresentano le cattedrali della civiltà moderna, in cui la smania di accrescere le proprie comodità ha invaso gli uomini».
Ricordo che, quando, diversi anni fa, si tentò di spostare alla domenica successiva la festa dell’Epifania, la cosa non poté durare a lungo perché i bambini continuavano a celebrarla alla sua data tradizionale. In questo caso il movimento popolare fu così travolgente che perfino un moderno parlamento fu costretto a cedere al buon senso e alla superiore autorità del costume etico e religioso tradizionale.
Quelli che volevano una festa religiosa e popolare in meno e una giornata lavorativa e commerciale in più, naturalmente erano quegli adulti “disincantati” per i quali il mondo “reale” è delimitato dalla precoce sclerosi dei propri interessi e del proprio miope e squallido universo mentale, chiuso ad ogni irruzione di novità o di ispirazione creativa, umana o divina: era l’esercito degli impiegati che non sono più altro che impiegati, di quanti ormai non si emozionano più, come fanno i bambini, ma semplicemente si seccano quando cade la neve, non tanto per paura del freddo o dei disagi, ma per paura di dover uscire dalla propria routine, di essere costretti a ricordarsi che la terra non è l’anonimo e insignificante sfondo del loro ufficio, della loro automobile o della metropolitana che li porta regolarmente al lavoro, ma un semplice punto sperduto nell’universo.
Come si dimentica che la nostra terra non è che un punto in un immenso universo di stelle, così si dimentica che, di là dalle soluzioni immediate dei problemi immediati, vi sono le leggi eterne che reggono il mondo: leggi più severe e intangibili dei suggerimenti dell’interesse a tutti i costi, che non possono essere violate impunemente. Così si dimentica che di là dall’interesse ad avere meno figli vi sono le eterne leggi dell’amore e della vita, di là dall’interesse di vincere una guerra vi sono le leggi eterne dell’umana fratellanza, di là dagli apparenti vantaggi di un benessere illimitato vi sono le leggi di un cosmo creato da una sapienza immensamente più grande di quella dei nostri tecnici, di là dall’interesse di curare i propri meschini piaceri c’è la campana che ci richiama ad ascoltare la voce solenne e ammonitrice del Creatore di tutte le cose, di là dalla stessa foga di laborare senza ritegno, sia pure per il sollievo dei poveri, c’è il dovere di orare e di ricercare nel silenzio, come i Magi, le vie più giuste per guidare la vita propria ed altrui, nel rispetto delle leggi del mondo, fino alla povera capanna del Santo Bambino che ci sorride tra le braccia di sua Madre.

di Don Massimo Lapponi

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