L’architettura e l’economia in una luce nuova

di Madre Lioba

Per un ripensamento della vita familiare in occasione delle nuove opportunità offerte dal reddito di maternità proposto dal Popolo della famiglia
2.

Quando stabiliva al mare i suoi limiti,
sicché le acque non ne oltrepassassero la spiaggia;
quando disponeva le fondamenta della terra,
allora io ero con lui come architetto.
(Pv 8, 29-30)

E anche per questa ragione noi riteniamo che gli architetti siano più degni di rispetto, abbiano maggior sapere e siano più esperti dei semplici manovali, perché sanno le cause di ciò che fanno, mentre i manovali agiscono ma senza sapere quel che fanno.
(Aristotele, Metafisica, libro 1)

La convergente testimonianza della Sacra Scrittura e del «Maestro di color che sanno» rende onore alla professione di architetto. Ma cosa si nasconde dietro questa professione? Chi veramente merita il titolo di architetto e quali qualità gli sono realmente necessarie?
L’illustre storico e critico dell’arte Hans Sedlmayr (1896-1984) ha sottolineato il ruolo in qualche modo “direttivo” dell’architettura rispetto a tutte le altre arti: è l’architettura, infatti – egli osserva – che presiede all’opportuna collocazione di ogni opera artistica nel suo proprio luogo e che, pertanto, ne mette il luce il significato e la finalità.
Ma possiamo chiederci: questa funzione direttiva non è destinata, per sua natura, ad estendersi ben oltre la collocazione nello spazio delle diverse opere artistiche, o anche delle strutture abitative o operative dell’uomo?
La lingua inglese può fornirci una chiave di lettura chiarificatrice. Ciò che noi esprimiamo con la parola “casa” in inglese si può tradurre con due termini di significato diverso: “house” e “home”. Il primo indica la struttura materiale dell’abitazione, meltre l’altro ne interpreta lo spirito, indica, cioè, quell’aspetto di accoglienza personale e comunionale proprio esclusivamente dell’intimità domestica. La lingua italiana, su questo punto più povera, può, tuttavia, valersi del termine latino “domus”, il cui senso va ben al di là del comune significato della parola “casa”, in quanto risveglia il ricordo della nobile tradizione della “domus Romana”.
Ma chiediamoci ora: chi è il vero architetto, quello della “house” o quello della “home”, quello della “casa” o quello della “domus”? Ovviamente quello della”home”-“domus”! Ma esiste una laura in architettura della “home”-“domus”? Sembra di no! Se esistesse, chi per primo dovrebbe desiderare di meritarla, se non la madre di famiglia?
Se preferisco parlare piuttoste della madre che del padre di famiglia non è perché intenda deresponsabilizzare l’uomo per quanto concerne la “domus”, ma è soltanto perché, per il suo stesso ruolo di genitrice, nutrice, custode ed educatrice dei primi passi della prole la madre ha costituzionalmente un legame molto più forte con la “domus”.
E a questo punto possiamo ben dire che questo legame, lungi dall’avere un carattere umiliante e antisociale, appare portatore di un’altissima dignità culturale. Abbiamo visto, infatti, che la professione di architetto, quale viene comunemente intesa, confrontata con la vera architettura, che è quella della “domus” in tutte le sue dimensioni di vita comunitaria, appare soltanto come una pallida ed imperfetta preparazione ad essa. Al di sopra della professione di architetto della “house”-“casa” dobbiamo necessarimente collocare quella che, con espressivo termine inglese, potremmo definire “the governance of the home”, ovvero, usando parole più nostre, “il buon regolamento della domus”, ciò che in greco si direbbe “OIKOS-NOMIA”. Già! “Economia”! Il senso etimologico di questa parola, che oggi sembra essere stimata al di sopra di tutto, non è altro che “il buon governo della casa della famiglia”!
Dunque la madre di famiglia che decide di dedicarsi alla sua “domus” si trova ad un gradino più in alto dell’architetto e dell’economista, e in un certo senso li riunisce a li soppianta nella sua sola persona.
Abbiamo visto, nell’articolo precedente, come quella che potremmo chiamare la patologia moderna delle nostre dimore familiari, cioè l’incontrollata invasione di una tecnologia onnipervasiva e soffocante, ha potuto svilupparsi perché essa non è stata sapientemente governata dall’azione responsabile dell’uomo. Ora, a chi spetta di regolare saggiamente ciò che entra a far parte della vita familiare, se non alla madre di famiglia, una volta che ella abbia preso coscienza della sua altissima dignità di architetto e di economo della sua preziosa “domus”? Proprio la mancanza di questa presa di coscienza ha fatto sì che si imponesse il mito della “professione fuori casa” e che, perciò, nel momento in cui più era necessaria, venisse a mancare quella “goverance of the home”, quella “OIKOS-NOMIA” in cui consiste la più alta dignità della madre di famiglia e la salvezza delle nostre “domus”.
San Benedetto, patrono degli architetti, nella sua Regola, ha espresso con parole semplicissime, ma dense di significato, l’opera richiesta ad un vero “architetto”:
«Nei tempi appropriati si dia quanto si deve dare e si chieda quanto si deve chiedere, perché nessuno si turbi e si rattristi nella casa di Dio».
Sono parole che passano inosservate, ma che aprono orizzonti vastissimi e che, per essere messe in pratica, richiedono assai più di quanto a prima vista possa sembrare, come presto vedremo.

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