Sulla giustizia, come principio del governo divino

Sesto Sermone Universitario (Oxford, 8 aprile 1832) del Beato John Henry Card. Newman (1801-1890)

«Essi curano la ferita del mio popolo ma solo alla leggera, dicendo: Pace, pace! ma non vi è pace».
(Ger 8, 11)

1. Vi saranno sempre persone che hanno un’opinione positiva della natura umana, come essa è realmente nel mondo, della sua condizione spirituale e delle prospettive del genere umano. E certamente l’apparenza delle cose è così gradevole e contiene tanti aspetti interessanti ed elevati, che si può perdonare l’osservatore che, a prima vista, sia disposto a credere che esse siano gioiose e felici come appaiono – e perciò, in misura corrispondente, i mali della vita leggeri e transitori e il suo destino finale soddisfacente. Questo facile ottimismo è naturale nella gioventù; anzi, esso è addirittura lodevole in una stagione della vita in cui la diffidenza e l’incredulità non sono opportune; ovvero, sarebbe lodevole, se la Parola di Dio non ci allertasse fin dall’inizio, prima ancora che ne facciamo l’esperienza, sull’inganno delle promesse e degli insegnamenti del mondo, mostrandoci il contrasto tra la visione e la fede, e quell’arduo ingresso e quella via stretta il cui pensiero deve acquietarci nella giovinezza per poterci poi ravvivare e rafforzare nella vecchiaia.

2. Tuttavia, d’altra parte, non si può negare che anche il messaggio della Parola di Dio concluda ad una visione positiva della condizione umana e condanni il pessimismo e la tristezza come un peccato e un errore, e perciò, di fatto, confermi interamente le convinzioni ricavate dalla prima impressione del corso del mondo. Ma qui abbiamo uno di quei casi, non infrequenti, di un’opinione che è vera in astratto, e nondimeno la persona che la sostiene sbaglia nel suo modo di intenderla; cosicché se pure i termini nei quali egli la presenta si avvicinano moltissimo a quelli che esprimono adeguatamente la giusta opinione, tuttavia quanti sostengono l’opinione contraria possono essere più vicini alla verità. Accade spesso che, negli stadi successivi di una ricerca, la mente più volte ribalti il suo giudizio, in corrispondenza del prevalere ora di un argomento, ora dell’argomento alternativo. In tali casi, la vera utilità della ricerca non sta nella conclusione raggiunta, che potrebbe non essere diversa da quella con cui l’indagine era incominciata, ma nella prospettiva dalla quale abbiamo imparato a considerarla e nelle circostanze con cui l’abbiamo associata. È anche chiaro che la persona che avesse attraversato molte delle suddette successive alternative, ma che, per l’una o l’altra ragione, si fosse arrestata prima di raggiungere la giusta conclusione a cui legittimamente doveva condurre l’indagine, sarebbe più lontana da essa nella mera enunciazione della sua opinione, e tuttavia più prossima ad essa nella condizione del suo spirito di chi, senza avere minimamente considerato l’argomento, si trovasse nel giusto per puro caso. Accade, così, che alcuni sono ottimisti e sicuri per sola ignoranza dei mali della vita, e altri sono sicuri, invece, perché conoscono i rimedi dei mali, mentre altri ancora sono pessimisti perché vedono i mali senza conoscerne il rimedio. Perciò non possiamo mai dire che qualcuno è nel giusto soltanto per il fatto che sostiene un’opinione che risulta essere vera, a meno che egli non la sostenga in un modo determinato, cioè nelle condizioni e con le particolari associazioni di pensiero e di sentimento che ne garantiscono la corretta interpretazione.

3. Quel giudizio superficiale che risulta giusto senza averlo meritato, viene condannato nel testo posto in epigrafe. L’errore dei profeti e dei sacerdoti di cui lì si parla consisteva, non nel promettere un rimedio per l’anima ferita, ma nel curare solo superficialmente il male della figlia del popolo di Dio. Essi dicevano: Pace, pace, prima di aver rilevato il male e il corrispondente rimedio. Il Vangelo è, nel suo stesso nome, un messaggio di pace, ma esso non deve mai essere separato dalla cattiva notizia della nostra natura decaduta, che esso redime; e chi parla con ottimismo della condizione del mondo può certamente essere un cristiano maturo, ma può anche essere molto meno di un proselito della porta; e se la sua sicurezza e la sua pace interiore non sono altro che la calma dell’ignoranza, certamente quelli che egli disprezza perché sono di mente ristretta e superstiziosi, e la cui religione consiste nel timore e non nell’amore, lo precederanno nel regno dei cieli. L’ordine stesso dell’anno ecclesiastico ci ricorda questa importante verità: il giorno di Pasqua, la nostra festa principale, è preceduto dai quaranta giorni della quaresima, per farci comprendere che quelli, e quelli soltanto, che seminano nelle lacrime raccoglieranno nella gioia.

4. Queste considerazioni sono appena necessarie in un luogo come questo, per noi che, grazie a Dio, siamo ministri della sua verità e «per lunga esperienza abbiamo i sensi esercitati a discernere il bene dal male». Tuttavia non è possibile non osservare, ed è utile tenerlo a mente, che il genere umano nel suo insieme non è più saggio o migliore ora di quanto lo sia stato in passato; anzi, che è un errore dei nostri giorni scambiare la falsa sicurezza dell’uomo di mondo con la padronanza di sé, la gioia e la benevolenza del vero cristiano; mentre tutte le varie sfumature di carattere che si trovano tra l’una e l’altra figura, sebbene esse siano infinitamente più degne di rispetto della prima delle due – e sto parlando del superstizioso, del bigotto, dell’intollerante e del fanatico – le scartiamo come inumane e offensive, soltanto perché questi ultimi cooscono meglio se stessi che non il Vangelo, e il loro zelo per l’onore di Dio è più forte del loro amore per il genere umano.

5. Questo è in realtà l’errore caratteristico dei periodi di pace e sicurezza politica, quando il mondo mantiene in armonia le sue componenti, mentre nessuna sottostante agitazione disturba la solidità della sua superficie: e questo è per noi un quadro coerente e adeguato del nostro tempo. Quando le leggi di una nazione sono consolidate ed obbedite e la proprietà è sicura, il mondo sembra realizzare quella visione di continuità inamovibile che regna nella nostra giovanile immaginazione. La natura umana appare più buona di quanto non sia in realtà, solo perché non è messa alla prova con amare delusioni; appare più giusta, solo perché in quelle circostanze è suo interesse rispettare i diritti degli altri; appare più benevola, solo perché può esserlo senza sacrificio personale. Gli ammonimenti contenuti della storia sacra, relativi all’originale miseria e corruzione del cuore umano, nel corso del tempo finiscono per essere ignorati; o piuttosto, quelle stesse rappresentazioni sono addotte come prove di come il mondo oggi sia molto migliore che nei tempi passati: quanto esso è infinitamente più illuminato, raffinato, intellettualmente sviluppato, padrone di sé! – e ciò è detto non senza un segreto sentimento di disprezzo verso gli autori dei fatti nudi e crudi, quali sono riportati nella Bibbia, come se, ammesso pure che le cose fossero state così malvage come essi le fanno apparire, sarebbe stato più giudizioso e più umano non dirne nulla.

6. Ma per quanto suoni bene questa visione superficiale della natura umana in tempi di pace, per quanto possa affermarsi con argomenti speciosi e apparire ingenuamente come fatto di esperienza nei rari e brevi intervalli di tranquillità di una nazione, al sorgere di persecuzioni e tribolazioni, essa immediatamente manifesta la propria inconsistenza. Non è che una pura teoria e non può sussistere nelle difficoltà; non conferisce forza o nobiltà d’animo; non procura influenza sugli altri. Si frantuma e crolla al primo duro conflitto tra il bene e il male. Sconfessata, o piuttosto ignorata dai combattenti dell’una e dell’altra parte, essa svanisce, non si sa come e dove.

7. Le opinioni di cui ho parlato, quando trovano una determinata base dottrinale, si indirizzano verso il socinianesimo o la teofilantropia – il titolo varia a seconda che se accetti o meno l’autorità della Sacra Scrittura. Lo spirito di questi sistemi infetta palesemente un gran numero di persone che non sono neanche coscienti dell’origine delle loro tendenze ed opinioni. I dogmi fondamentali del socinianesimo sono approssimativamente i seguenti: la regola del governo divino è la benevolenza, e soltanto la benevolenza; il male è sempre rimediabile e transitorio; il peccato di sua natura è veniale; il pentimento è sufficiente per espiarlo; il senso morale non è, sostanzialmente, che un istinto di benevolenza; le opinioni dottrinali non influenzano il nostro carattere e le nostre prospettive, né meritano la nostra seria considerazione. Ora, questo modo di sentire è evidentemente l’anima della falsa autosoddisfazione, della mal fondata speranza e della cieca filantropia con cui ho prima contrassegnato l’uomo di mondo.

8. Al fine di illustrare l’infondatezza di opinioni del genere di quelle di cui ho parlato, e così di mostrare, con degli esempi, la superficialità e la debolezza degli intelletti che le sostengono e la loro inconsistenza in ogni circostanza pratica, per quanto essi possano parlare con convinzione e presunta autorità nelle ore di tranquillità in cui si mettono in bella mostra, può essere utile fare alcune osservazioni su ciò che appare il vero giudizio di Dio sul peccato dell’uomo, fin dove esso può essere scrutato alla luce della ragione naturale. Non che qualche cosa di nuovo si possa dire su questo argomento, ma è opportuno rammentare verità di particolare importanza in questi nostri rempi.

9. La ragione più comunemente addotta dai difensori dell’assoluta e pura benevolenza del governo divino, e perciò, in considerazione di essa, della natura veniale del peccato, è un argomento a priori, fondato sull’appello al presunto istinto della nostra natura. Recentemente esso è stato esposto, in maniera accessibile a tutti, così: «Esiste alcun uomo vivente che, se potesse, non compirebbe l’ultima riconciliazione e la felicità eterna di ogni individuo? E siamo noi più benevoli di Dio?» Ovvero, lo stesso argomento generale qualche volta è stato espresso con più accuratezza in questa forma: «Nessuno sarebbe in una condizione spirituale perfettamente sana se, considerando la felicità generale in se stessa, non fosse pronto a riconoscere che una persona buona deve riguardarla quale l’oggetto fra tutti più desiderabile, per la sua propria natura; che ogni disposizione abituale, di cui si abbia piena coscienza, la quale risultasse nel suo insieme in contrasto con la felicità generale non è degna di essere coltivata, o pittusto merita di essere sradicata; che perciò siamo obbligati ad ascrivere la totalità del governo divino alla benevolenza; che è tanto impossibile per noi amare e riverire un Essere a cui attribuiamo una benevolenza limitata e imperfetta, quanto accettare le più ovvie contraddizioni in termini; cioè: poiché la religione consiste nell’amore e nella riverenza, essa non può sussistere senza la fede nella benevolenza quale solo principio del governo divino».

10. Ora, è certamente falso che la benevolenza sia il solo, o il fondamentale principio della nostra natura morale. Per non dire nulla della nozione di un dovere nei confronti un un invisibile Reggitore del mondo, implicata nella stessa autorevolezza con cui la coscienza ci si impone (una nozione che suggerisce all’anima che vi è realmente qualche oggetto «più desiderabile, per la sua propria natura» della «felicità generale» del genere umano, e cioè l’approvazione del nostro Creatore) e non insistere su questo, si può con sicurezza asserire che l’istinto della giustizia e della purezza sono in noi naturali allo stesso titolo della benevolenza. Se è naturale commiserare e desiderare il bene per gli uomini in generale, indipendentemente dal loro carattere, o dalla nostra personale conoscenza, o da qualsiasi altra circostanza accessoria, è altrettanto naturale provare indignazione quando trionfa il vizio ed essere insoddisfatti e inquieti finché l’inigiustizia non sia stata tolta.

11. Per rispondere a questa obiezione gli autori di cui parliamo sostengono che il bene del genere umano è un fine ultimo, al quale lo stesso principio di giustizia, che ci è naturale, tende; che la legge della ricompensa e della punizione è il mezzo principale per rendere gli uomini felici; e che perciò i sentimenti di indignazione, di risentimento o simili vanno valutati in quanto a noi conferiti – ammesso che lo siano – solo per assicurare il bene generale del genere umano; in altre parole, che essi non sono una prova dell’esistenza della giustizia come principio originale e assoluto della legge morale, ma soltanto di quella infinita e non condizionata benevolenza di Dio alla quale i sentimenti in questione sono, nel nostro caso, di fatto subordinati. Ma questa è una mera asserzione che non regge ad un accurato esame; poiché, per quanto sia vero che l’istinto della giustizia, proprio della nostra natura, tende al bene generale – al bene nel suo insieme – evidentemente esso non tende al bene universale, cioè al bene di ciascun individuo – e l’assoluta e semplice benevolenza non può non avere una tale estensione. La nostra indignazione di fronte al vizio tende all’effettiva punizione dei colpevoli (siano essi molti o pochi) – anzi, alla loro punizione definitiva, posto che di fatto non vi siano, nell’ordinamento del mondo, disposizioni, finora sconosciute, che assicurino la totale distruzione del vizio; poiché fino a quando il vizio permanga, esso, con tutti i suoi accessori, rimarrebbe sempre l’oggetto naturale della nostra avversione, e questa naturale avversione contraddice palesemente l’ipotesi che il bene universale sia l’unico fine a cui tenda l’attuale sistema del governo divino del mondo.

12. D’altra parte, lungi dall’essere «impossibile (come la suddetta teoria afferma) amare e riverire un Essere a cui attribuiamo una benevolenza limitata e imperfetta», se indubbiamente la benevolenza risveglia il nostro amore e la nostra riverenza, lo stesso fa anche una perfetta giustizia; siamo naturalmente portati ad ammirare e adorare questa grande visione, come (per confrontare le cose piccole con le grandi) siamo portati a contemplare con entusiasmo qualche capolavoro eseguito dall’arte umana, quale risultato estetico e armonioso del genio più alto e maturo. Se generalmente noi non ricerchiamo con la stessa attenzione e non contempliamo con amore le tracce della giustizia divina che ci circondano, ciò è perché noi stessi siamo peccatori e perché, avendo la coscienza macchiata, siamo personalmente interessati a negarli e terrorizzati dal vederli incombere su di noi. Nella misura in cui cresciamo nella disposizione virtuosa all’obbedienza, la nostra visione dell’eterna giustizia di Dio, lungi dallo svanire dalla nostra mente ed essere disconosciuta dai nostri sentimenti, quasi non fosse che l’utile ma imperfetta cognizione propria di una virtù ancora immatura, indubbiamente invece si rafforza, mentre il timore viene cacciato via. I santi in paradiso cantano la gloria di Dio, «perché veri e retti sono i suoi giudizi», «grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti!» (Ap 15, 3). Se, dunque, l’infinita benevolenza di Dio conquista il nostro amore, certamente la sua giustizia lo esige; e se fossimo capaci, come lo sono i santi portati alla perfezione, di unire insieme la nozione di ambedue le diverse perfezioni, rese manifeste nello stesso atto, indubbiamente la nostra riverenza ed ammirazione di fronte alla gloriosa visione ne sarebbe infinitamente accresciuta.

13. Inoltre, che la giustizia sia una nozione primaria nella nostra mente e non possa essere risolta in altri elementi, lo possiamo desumere dalla sua connessione con l’amore generale per l’ordine, la congruità e la simmetria, al quale ho già fatto allusione – e questo è proprio quel desiderio di porre le cose nel loro giusto ordine, a cui si ricorre per negare la natura primaria della giustizia, e che, nella sua essenza, deve essere considerato, se mai altro, un principio originario della natura umana.

14. Anzi, ci si potrebbe chiedere se la nozione di giustizia non sia più essenziale della benevolenza alla natura spirituale di agenti liberi. Poiché la nostra stessa coscienza di esseri liberi, e perciò responsabili, include in sé l’idea di un’immutabile regola di giustizia sulla quale nell’aldilà dovrà essere misurato il giudizio; o piuttosto essa esclude, nella misura in cui si applica, la nozione di un Reggitore semplicemente benefico – un fine semplicemente benevolo, infatti, è stato abbandonato (per così dire) dal Creatore dal momento in cui egli ha affidato i destini dell’uomo alle sue stesse mani e ha fatto di lui una prima causa, un principio originario, nel mondo morale.

15. Ma anche se, in via ipotetica, l’universale felicità del genere umano potesse essere indicata come l’unico fine al quale tutti i nostri istinti morali tenderebbero, e se pure non si potessero addurre ragioni a favore dell’intrinseca autorità della nozione di giustizia, da ciò non sarebbe lecito desumere l’incondizionata benevolenza della Divinità, giacché si danno prove concrete della sua giustizia nel corso del mondo, e tali che non possono essere spiegate con il ricorso ad argomenti tratti soltanto dall’analogia con la nostra natura umana. Se qualcuno dovesse tentare di ripetere il processo di semplificazione e riferire volta per volta la giustizia divina, quale appare nel mondo, alla divina benevolenza, come se rimunerazione e punizione fossero soltanto mezzi per l’unico fine del bene generale, stia in guardia tale temerario argomentatore a ciò che sta facendo, quando prova a semplificare gli attributi della Divinità che il corso degli avvenimenti in determinate circostanze gli manifesta. Senza insistere sulla presunzione (come propriamente si potrebbe chiamare) di un simile tentativo, che egli si chieda, come semplice filosofo, se non vi è differenza tra il riferire, da una parte, i fenomeni ad un’ipotetica legge o sistema per una questione di convenienza (come, ad esempio, si è soliti riferire i movimenti del mondo fisico alla gravitazione), e, dall’altra, l’intraprendere di assegnare e fissare, come fosse un fatto assodato, i veri principi primari ed universali che guidano gli atti di una Mente conosciuta come infinita, e ciò sulla base della conoscenza di appena una o due proprietà del suo modo di azione.

16. Considerazioni come queste sono sufficienti per lo scopo per il quale le ho usate; per operare, cioè, una sorta di ritorsione, adoperando le loro stesse armi, nei confronti di quanti finirebbro per minare la nostra fede – per quanto ciò sia lontano dalle loro intenzioni – anzi, piuttosto ci condurrebbero non soltanto a rigettare o pervertire il cristianesimo, ma addirittura a negare il corso visibile delle cose come esso è dato nella realtà, e perciò a quella visione irreale e vana della natura umana quale è stata descritta all’inizio. E ora, prima di concludere, osserviamo ciò che il mondo di fatto ci insegna riguardo alla luce in cui il peccato è considerato dal nostro grande Reggitore e Giudice.

17. In questa questione si è soliti insistere sulle conseguenze visibili dei singoli peccati, in quanto esse forniscono qualche presagio del finale e pieno giudizio di Dio su tutti quelli che commettiamo; e la considerazione di tali esempi è estremamante impressionante. Un atto isolato di intemperanza, di sensualità, di ira, una sola parola avventata, un solo atto disonensto, spesso è la causa di incalcolabili miserie nell’esperienza susseguente per la persona che si è lasciata irretire da esso. Il nostro destino è spesso plasmato dai peccati avventati e apparentemente insignificanti dei nostri primi anni. Il litigio di un momento, l’improvviso cedimento alla tentazione, ci spingono verso un corso di vita svantaggioso, ci gettano tra le difficoltà, sciupano le nostre prospettive, o anche ci pongono in circostanze sfavorevoli per i nostri interessi religiosi, turbano la nostra mente e alla fine ci conducono ad abbandonare la fede. Per tutta la vita possiamo scontare la pena di una disobbedienza passata; una disobbedienza, anche, che facciamo fatica ad attribuirci e a riconoscere, che è del tutto aliena dai nostri attuali principi e sentimenti, che appena possiamo ammettere che ci appartenga, quasi che non vi fosse alcuna identità tra la nostra persona di adesso e di allora.

18. Se si dicesse che ciò non avviene in tutti o nella maggior parte dei casi, rispondo che, se anche ci fossero soltanto pochi casi come questi, essi sarebbero sufficienti per distruggere l’ipotesi sopra riferita di un’incondizionata benevolenza del governo divino nel mondo. Giacché molti di essi sono esempi troppo chiari e significativi per essere spiegati come mezzi correttivi, o come qualche cosa di meno grave di punizioni per il peccato; e infatti essi sono stati riconosciuti per tali dal senso comune del genere umano in ogni tempo; e d’altra parte, accade di regola che essi non ottengono, né mostrano l’intenzione di ottenere il beneficio morale degli individui che sono puniti. Ma inoltre, ammettendo pure che essi non siano che casi isolati del giudizio di Dio riguardo al peccato di disobbedienza; tuttavia, se crediamo che la sua Provvidenza procede secondo qualche piano fissato e che tutte le azioni sono remunerate imparzialmente in conformità alla loro natura, da ciò sembra derivare che, poiché alcuni peccati palesemente ricevono una conseguente punizione, dunque tutti hanno la stessa prospettiva; e che, per conseguenza, quelli che sfuggono alla punizione in questa vita, incorreranno in essa nell’altra; che questa è la regola, e se c’è un’altra legge che le si contrappone, ciò deve essere dimostrato. Quale misura di punizione ci sia riservata, non possiamo dirlo; ma le conseguenze concrete di offese apparentemente leggere di cui siamo testimoni rendono preoccupante la prospettiva che ci attende. Se è possibile riconoscere una legge in questo fenomeno inquietante, essa sembrerebbe essere il fatto che maggiore è il ritardo, più grande è la punizione, se essa giunge a distanza di tempo; come se la sospensione di una vendetta immediata fosse un’indulgenza destinata soltanto ad essere compensata da un successivo accumulo di sofferenze.

19. Inoltre, quanto alla efficacia del pentimento, sulla quale si insiste tanto – quando il pentimento viene presentato come sostituto sufficiente in se stesso, per una congruenza evidente, se non per le conseguenze del peccato in questa vita, almeno, tuttavia, per la punizione futura – consideriamo la seguente osservazione, di grande gravità. Domando: forse la morte, che si suppone debba concludere la punizione del penitente, pone fine alle conseguenze dei suoi peccati sugli altri? Non proseguono queste conseguenze a lungo dopo la sua morte, anche fino alla fine del mondo? E non sembrano esse, in tal modo, essere una sorta di avvertimento o di simbolo per i sopravvissuti che, nonostante la sua penitenza, l’ira di Dio è ancora ardente contro di lui? Un uomo pubblica un libro irreligioso o immorale; poi si pente e muore. Che cosa suggerisce la ragione, argomentando dal corso visibile delle cose, riguardo all’efficacia di quel pentimento? Il peccato del penitente è vivo; esso continua a disseminare il male; corrompe moltissime persone. Costoro muoiono, e molti di loro senza pentimento; molti di più ricevono da quella lettura un danno permanente, se pure non forse definitivo, alle loro anime. Non vi è certamente alcuna prova, nel corso del governo divino nel mondo, dell’efficacia di quel pentimento. Dovrà ora quell’uomo dimorare nel seno di Abramo, mentre ode dall’altra parte dell’abisso le voci di quelli che maledicono la sua memoria perché sono state vittime del suo peccato?

20. Contro queste spaventose tracce o presagi della visita di Dio conseguente al peccato siamo, naturalmente, liberi di opporre tutti gli indizi favorevoli, che ci offre la natura, della sua indulgenza. Per quanto sia certo che tutti i nostri sforzi e i nostri rimpianti siano spesso incapaci di liberarci delle conseguenze delle nostre precedenti disobbedienze, è indubbio, tuttavia, che essi spesso le alleviano, e anche le cancellano. E ciò porta a dimostrare che il suo governo non è di assoluta e incondizionata giustizia – ciò che, se così fosse, ridurrebbe ognuno di noi allo stato di disperazione. Tuttavia nulla in natura ci viene detto dei limiti di queste regole, dell’amore e della giustizia, o come esse debbano essere conciliate; nulla che ci mostri che la regola della misricordia, riferita ad agenti morali, sia più che il supplemento, e non il sostituto, della legge fondamentale della giustizia e della santità. E, aggiungiamo, prendendoci anche così come siamo, per quanto ognuno di noi abbia molto da farsi perdonare, tuttavia una persona religiosa non vorrebbe che la regola della giustizia fosse cancellata. Essa è qualcosa su cui egli può contare e a cui può ricorrere; dà un carattere e una certezza al corso del governo divino del mondo; e, temperata dalla speranza nella misericordia, gli suggerisce pensieri che ravvivano e consolano; cosicché, lungi dall’acconsentire alla teoria dell’incondizionata benevolenza di Dio, egli piuttosto protesterà contro di essa, sentendola come l’invenzione di quanti, nella loro ansia di conciliarsi i nemici della verità, non hanno scrupoli a turbare e sacrificare i suoi amici.

21. Diversa è, di fatto, la sua visione di Dio e dell’uomo, delle esigenze di Dio, delle risorse dell’uomo, della colpa della disobbedienza e della prospettiva del perdono, rispetto a quelle nozioni deboli e arbitrarie che soddisfano la ragione degli uomini di sole lettere, o del filosofo benestante e autocompiacente! È facile parlare con eloquenza dell’ordine e della bellezza del mondo fisico, della sagge disposizioni della natura visibile e della benevolenza degli oggetti che esse ci offrono; ma nessuno di questi argomenti getta luce sulla questione che maggiormente ci interessa di comprendere: cioè il carattere del governo morale del mondo sotto il quale viviamo; nondimento, non è forse questa la via dei saggi di questo mondo – cioè, invece di studiare come primo oggetto di ricerca quel governo, pretendere di conoscerlo, o di averne un concetto, in forza di qualche lavoro sulla “Teologia naturale”, o, al più, di ricavare la loro nozione di esso da ciò che appare sulla sola superficie della società umana? – come se gli uomini non indossassero il loro abbigliamento più elegante e vistoso quando vanno all’estero! Per vedere realmente il prezzo e la miseria del peccato, dobbiamo lasciare le pubbliche riunioni degli affari e dei piaceri ed essere in grado, come gli angeli, di scorgere le lacrime versate in segreto – di essere testimoni delle angosce dell’orgoglio e dell’impazienza, dove non c’è contrizione – delle punture del rimorso, dove non c’è pentimento – della snervante, incessante lotta tra la coscienza e il peccato – della miseria dell’indecisione – dei tormentosi, ossessionanti timori della morte e del giudizio venturo – e della superstizione generata da tutte queste cose. Chi può enumerare la travolgente immensità della colpa e della sofferenza del mondo – la sofferenza che piange per la punizione dei colpevoli e la colpa che presagisce con terrore la sua venuta!

22. Tuttavia non bisogna mancare dal fare appello anche all’aspetto esteriore del mondo, in quanto esso ci mostra l’estrema miseria della nostra condizione, quali violatori della legge del nostro essere; perché il fatto strano è che, per quanto il mondo ci parli della sua grandezza e dei suoi piaceri, e per quanto facilmente esso inganni il puro filantropo, tuttavia, quando affronta il pensiero del suo Creatore, esso ha sempre professato, suo malgrado, un sentimento severo e cupo della religione. Ciò è avvenuto in ogni tempo e luogo. Le nazioni barbare e le nazioni civili in questo concordano. Il mondo non può opporsi alla verità, nonostante le sue pretese. Esso irride apertamente il peccato, e tuttavia segretamente cerca di assicurarsi riguardo alle sue conseguenze nel mondo a venire. Dove non ha prevalso l’uso di propiziarsi, se possibile, le potenze invisibili del cielo? – ma come è avvenuto questo, se non perché l’uomo è stato sempre cosciente del suo pericolo e ha temuto la punizione per il peccato, mentre «non sopportava di essere corretto»? Dove non vi sono stati in uso sacrifici, come mezzi per placare lo sdegno divino? – e gli uomini si sono privati con ansia di quanto amavano maggiormente, e di cui avrebbero sentito con maggior pena la mancanza, come se lo spogliarsene potesse muovere la compassione di Dio. Alcuni sono giunti al punto di offrire i loro figli e le loro figlie come riscatto per i loro peccati – indubbiamente questo è un crimine abominevole e un sacrificio fatto ai demoni, e tuttavia è una prova evidente del giudizio istintivo dell’uomo sulla sua propria colpa, e un presentimento della punizione. Quanto sarebbe stato più semplice limitarsi ad essere dispiaciuti per la disobbedienza, e professare il proprio pentimento, se fosse una dottrina naturale (come alcuni pretendono) che il pentimento è un’espiazione per le offese commesse!

23. Né ciò è tutto. Non solo gli uomini si sono mortificati nelle loro proprietà e nei loro figli, ma anche nelle loro persone, con la speranza di espiare azione malvage. Olocausti, vitelli di un anno, migliaia di arieti, e decine di migliaia di fiumi di olio, il loro primogenito per la loro trasgressione, il frutto delle loro viscere per il peccato della loro anima, anche queste cose sono insufficienti per lenire gli acuti sussulti di una coscienza ossessionata dalla colpa. Pensate alle torture corporali a cui folle innumerevoli si sono tristemente sottoposte, e questo per anni, sotto quasi ogni sistema religioso, con l’obiettivo di liberarsi dai loro peccati, e da questo giudicate ciò che l’uomo sente della colpa e della disobbedienza. Voi direte che questa ferocia nel tormentare se stessi è una malattia mentale che si sviluppa in un uomo. Ma questa risposta, ammettendo che in essa vi sia del vero, non rende conto del rispetto in cui quelle persone sono state generalmente tenute. Non abbiamo noi un istinto di autoconservazione? Avrebbero quelle stesse persone guadagnato l’ammirazione degli altri, se la loro crudeltà verso la loro propria carne non fosse sgorgata da un motivo religioso? Non sarebbero stati derisi come pazzi, se essi non si fossero posti al riparo della sanzione di una verità spaventosa e condivisa, cioè la corruzione e la colpa della natura umana?

24. Ma si dirà che i cristiani almeno devono ammettere che queste orribili esibizioni di auto-macerazione sono superstizioni. Qui devo riferirmi alle osservazioni con cui ho incominciato. Indubbiamente questi conflitti disperati e tenebrosi devono essere chiamati superstizioni quando sono visti dal lato della vera religione; ed è abbastanza facile parlare di essi come superstizioni quando siamo stati informati sulla misericordiosa conclusione in cui trova il suo compimento il piano del governo divino del mondo. Ma quella è la più vera e migliore religione dell’uomo, prima che il Vengelo venga ad illuminarlo. Se la nostra razza è in uno stato di caduta e di depravazione, quale dovrebbe essere la nostra religione, se non una religione di ansietà e di rimorso, finché Dio non ci conforti? Certamente essere in afflizione – scorgere se stessi con orrore – cercare a destra e a sinistra mezzi di salvezza – afferrare ogni cosa, ma non confidare in nulla – fare tutto ciò che possiamo e cercare di fare ancora di più – e dopo tutto ciò aspettare in una miserevole sospensione, nudi e tremanti, tra gli alberi del giardino, l’ora della sua venuta, e intanto figurarsi lamenti di dolore ad ogni vento che scuote le foglie intorno a noi – in una parola, essere supertiziosi – è la migliore offerta della natura, il suo servizio più acceto, la sua più matura e sviluppata saggezza, alla presenza di un Dio santo ed offeso. Quanti non sono superstiziosi senza il Vangelo, non saranno religiosi con esso; e vorrei che anche tra noi, che abbiamo il Vangelo, ci fosse più superstizione di quanta non ci sia attualmente; perché c’è molto da temere che la nostra sicurezza su noi stessi nasca più da mancanza di autoconoscenza che da pienezza di fede, e che attribiamo a noi stessi promesse che non leggiamo da nessuna parte.

25. In conclusione, pensieri concernenti la giustizia di Dio come quelli che hanno impegnato la nostra attenzione, sebbene, ovviamente, non ci spieghino il mistero della grande espiazione cristiana per il peccato, mostrano a noi peccatori il senso della relativa dottrina. Perché la morte di Cristo fosse necessaria per la nostra salvezza e come essa l’abbia ottenuta, sarà sempre un mistero in questa vita. Ma, d’altra parte, la contemplazione della nostra colpa è una miseria che tanto si accresce e ci opprime nella misura in cui i nostri occhi si aprono sul nostro stato reale, che qualche atto di grande forza (per così dire) era necessario, da parte di Dio, per controbilanciare i segni della sua ira che ci circondano, per calmarci e assicurarci, e per essere il fondamento e il mezzo della nostra fede. Sembra, di fatto, come se, da un punto di vista pratico, nessuna semplice promessa fosse sufficiente per cancellare l’impressione lasciata sull’immaginazione dai dati della religione naturale; ma nella morte del suo Figlio noi abbiamo il suo atto – il suo atto irreversibile – che rende il perdono divino del peccato e la sua riconciliazione con la nostra razza non un fatto contingente, ma un evento della storia passata. Egli si è degnato di garantirci la sua fedeltà e sincerità verso di noi (se possiamo esprimerci così), come noi dobbiamo mostrare la nostra verso di lui, non a parole, ma nei fatti; e ciò diviene, quindi, il pegno della sua misericordia e il fondamento sul quale ci avviciniamo con fiducia alla sua presenza; – o, nelle parole della sacra Scrittura, mentre «tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio», Cristo «si è offerto come propiziazione per la remissione dei peccati trascorsi», per manifestarci e assicurarci che, senza dipartirci dalla giusta regola con la quale tutti gli uomini, in generale, devono esseer provati, nondimeno egli perdonerà e giustificherà «colui che crede in Gesù Cristo».