Messaggio di Madame de Staël al Sinodo dei giovani

Generalmente le storie della letteratura fanno di Madame de Staël (1766-1817) un ritratto molto parziale, e anche falsato. La descrivono come precorritrice dello storicismo romantico, del romanzo sentimentale e addirittura del femminismo, mentre tacciono sul fatto che, nonostante la sua vita molto travagliata, ella fu un’anima profondamente religiosa, animata da alti ideali e capace di geniali intuizioni spirituali. Uno dei suoi capolavori, che tutti gli italiani dovrebbero conoscere, ma che invece, manco a dirlo, è comunemente ignorato, è il romanzo “Corinne ou l’Italie” (1807), che, sebbene un po’ artificoso e convenzionale nella trama e nel carattere dei personaggi, si riscatta per l’inesauribile vena di pensieri profondi che sbocciano spontaneamente quasi ad ogni pagina. Certamente fu proprio la sua ininterrotta ricerca spirituale e il suo geniale “ecumenismo” ante litteram a condurre la scrittrice, educata nel protestantesimo in una della più distinte famiglie ginevrine, ad abbracciare, sul letto di morte, il cattolicesimo.
Questa pagine, tratta dal romanzo “Corinne”, potremmo a buon diritto intitolarla:

Messaggio di Madame de Staël al Sinodo dei giovani

«Oh! Quanto poco basta per rendere diffidenti di se stessi un padre, una madre avanzati negli anni! Essi credono facilmente che sono di troppo su questa terra. Per che cosa potrebbero credersi buoni per voi, che non domandate loro più consigli? Voi vivete interamente nel momento presente, siete consegnati ad esso con una passione dominate, e tutto ciò che non si riferisce a questo momento vi sembra antico e sorpassato. Infine, voi siete a tal punto un tutt’uno con la vostra persona, con il cuore e con lo spirito, che, credendo di formare da voi solo un punto nella storia, le rassomiglianze eterne tra i tempi e gli uomini sfuggono alla vostra attenzione, e l’autorità dell’esperienza vi sembra una finzione, o una vana garanzia destinata unicamente al credito degli anziani e alle ultime lusighe del loro amor proprio.
«Quale errore è il vostro! Il mondo, questo vasto teatro, non cambia attori: è sempre l’uomo che vi appare in scena; ma l’uomo non si rinnova, si diversifica, e poiché tutte le sue forme dipendono da qualche passione principale di cui il tracciato da gran tempo è stato percorso, è raro che, nelle piccolo combinazioni della vita privata, l’esperienza, questa scienza del passato, non sia la sorgente feconda dei più utili insegnamenti. Onore, dunque, ai padre e alle madri, onore a loro, onore e rispetto, non fosse che per il loro regno passato, per quel tempo di cui essi sono stati i soli responsabili e che non tornerà più; non fosse che per quegli anni, per sempre perduti, di cui essi portano sulla fronte l’augusta impronta.
«Ecco il vostro dovere, figli presuntuosi, che sembrate impazienti di correre da soli nella strada della vita. Essi se ne andranno, non potete dubitarne, questi genitori che tardano a lasciarvi il posto, questo padre i cui discorsi hanno ancora una tinta di severità che vi ferisce, questa madre la cui età anziana vi impone delle cure che vi importunano. Essi se ne andranno, questi sorveglianti diligenti della vostra infanzia e questi protettori solleciti della vostra giovinezza. Essi se ne andranno, e voi cercherete invano degli amici migliori. Essi se ne andranno, e dopo che non saranno più, si presenteranno a voi sotto un nuovo aspetto. Perché il tempo, che invecchia le persone presenti alla nostra vista, le ringiovanisce per noi quando la morte le fa sparire. Il tempo dona loro, allora, uno splendore che ci era sconosciuto. Noi le vediamo nel quadro dell’eternità, dove non vi è più età, come non vi è più graduazione. E se essi avessero lasciato sulla terra un ricordo della loro virtù, li orneremmo nell’immaginazione di un raggio celestiale, li seguiremmo con il nostro sguardo nel soggiorno degli eletti, li contempleremmo in quella dimora di gloria e di felicità, e accanto ai vivi colori con cui comporremmo la loro santa aureola, ci sentiremmo come cancellati nel mezzo dei nostril giorni più belli, nel mezzo dei trionfi da cui siamo maggiormente abbagliati.

M.me de Staël, “Corinne”, Libro XII, c. 2.

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