Uno dei più gravi problemi del nostro tempo e il nostro scandaloso ritardo nel prenderne coscienza

«Sia chiaro che chi scrive non ha nessun pregiudizio verso la tecnologia ma ce l’ha, invece, verso l’idea che si sia effettivamente in grado di governarla; la crescita delle dipendenze da video giochi, chat e altro ancora dovrebbero suggerirci l’idea che dalla tecnologizzazione a tutto tondo dobbiamo “anche” prenderne le distanze. Se facciamo passare l’idea che, non solo per lo svago e la comunicazione ma anche per studiare e apprendere non si possa prescindere dal congegno tecnologico diventeremo, con molta probabilità, del buoni bocconcini del Leviatano informatico».
Queste parole si leggono nell’articolo del collega Fabio Fineschi, pubblicato su “La Croce” il 14 settembre 2017, relativo alla proposta, fatta dal Ministro Valeria Fedeli, di introduzione degli smarphone nelle scuole.
Generalmente quando leggo: “sia chiaro”, mi metto subito in sospetto. Sono parole, infatti, dettate per lo più dal timore di passare troppo per anticonformista, mentre, tra le righe, si è portati a leggere che, invece, l’autore è più anticonformista di quanto voglia far credere.
Così forse il timore di essere tacciato per “antitecnologico” ha portato il collega a mettere le mani avanti: “non si pensi che io sia antitecnologico”! Ma, a mio giudizio, non c’è proprio nulla di male ad essere “antitecnologico”, cioè a prendere le distanze, più meno grandi, dall’ingenua infatuazione per la tecnologia che da più un secolo domina la nostra società, con un’accelerazione esponenziale negli ultimi lustri.
Del resto lo stesso collega assai opportunamente precisa il suo pensiero quando, subito dopo, aggiunge che effettivamente ha una prevenzione motivata «verso l’idea che si sia effettivamente in grado di governarla». Come dire – con molta saggezza – “la tecnologia ben venga, ma solo a patto che siamo in grado di governarla. E la tragedia è che non lo siamo affatto!”. Dati, infatti, i fenomeni di dipendenza a cui accenna l’autore, dovrebbe essere chiaro a tutti che «dalla tecnologizzazione a tutto tondo dobbiamo “anche” prenderne le distanze»!
Dovrebbe essere chiaro! Ma non sembra proprio che sia così! Dove sono i neurologi, gli psichiatri, gli psicologi, i pedagogisti e gli altri sapienti che denunciano pubblicamente i guasti dell’irruzione massiccia e prematura dell’elettronica e del virtuale nell’età evolutiva? E quali eletti per «altezza d’ingegno», conoscitori della dinamica dello sviluppo umano, si premurano di insegnare ai genitori e agli educatori regole motivate sui tempi e sui modi con cui avvicinare gradualmente e senza danno i piccoli e i giovani al mondo della tecnica e dell’informatica?
Uno dei peccati di omissione più gravi degli scienziati, di cui nel Giorno del Giudizio sarà chiesto loro un conto molto salato, è proprio questo: era loro obbligo informare e mettere in guardia, prevenire e fornire regole e strumenti, e non lo hanno fatto! Perché? Forse perché troppo affascinati dall’esteriore successo della tecnica moderna, non hanno pensato a studiare gli effetti negativi che essa poteva avere sull’essere umano, specialmente nell’età della sua formazione. O forse perché non volevano rompere le uova nel paniere degli interessi finanziari dei venditori di strumenti tecnici ed elettronici.
Quale che sia la ragione, sul loro capo pende un conto salatissimo da pagare! E a farne le spese sono generazioni e generazioni di minori, danneggiati dalla mancanza di ogni «idea che sia veramente in grado si governare» l’irruzione massiccia della tecnologia nella vita umana.
Scriveva Romano Guardini che, quando una realtà nuova, come appunto la tecnica moderna, entra nella vita dell’uomo, o gli uomini assumono la propria responsabilità nel governarla saggiamente, oppure essa, anziché rientrare semplicemente nella condizione spontanea della natura, passa sotto il governo del Maligno.
Ho parlato di più generazioni danneggiate da questa irreponsabilità, soprattutto della classe scientifica. Infatti questa invasione della tecnica nella vita dell’uomo non è affatto una cosa nuova, come del resto è ovvio. Noi oggi assistiamo soltanto all’esasperazione di ciò che già era in atto da cent’anni e più. Dunque, svegliarsi soltanto ora per mettersi in allarme è segno, veramente, di un ritardo assolutamente scandaloso.
Se nel 1929 Romano Guardini aveva affrontato il problema, nelle “Lettere dal lago di Como”, vuol dire che già allora il processo era enormemente avanzato. Ma bisogna osservare che le “Lettere dal lago di Como” sono una rarità, perché ben poche altre voci si sono levate, tra i teologi, per prendere atto della situazione inedita in cui l’umanità veniva a trovarsi.
E, purtroppo, bisogna aggiungere amaramente che le conclusioni a cui giunge l’illustre autore in quest’opera – le cui intenzioni sono al di sopra di ogni sospetto – appaiono non razionalmente fondate e gravemente devianti. E, dato che, come si è detto, quest’opera costituisce una sorta di “unicum” sull’argomento in teologia, si può pensare che essa abbia pesantemente condizionato il successivo atteggiamento dei cattolici, portandoli, contro le intenzioni dell’autore, ad una semplice accettazione passiva. Per questo mi permetto di fare l’ipotesi paradossale che le “Lettere dal lago di Como” costituiscano il vero punto morto della teologia cattolica del XX secolo.
L’opera si compone di nove lettere, nelle prime otto delle quali Guardini presenta il problema in maniera molto suggestiva – anche se, a mio giudizio, con qualche grave difetto di impostazione – e nello stesso tempo fa comprendere con tutta chiarezza quale sia la soluzione che egli spontaneamente, e direi viscerlamente, sente come propria e irrinunciabile.
Vi sono due realtà a confronto: da una parte la natura, con i suoi valori e diritti, e dall’altra il nuovo mondo della tecnica, che sembra procedere indifferente per la sua strada, facendo apertamente violenza alla natura. Teniamo presente che per “natura” Gaurdini non intendeva quello che intendono i recenti movimenti ecologici. Per lui la natura si estende a tutto il mondo umano e, perciò, in qualche modo si riflette anche nella cultura.
Ora, nelle prime otto lettere l’autore, con grande efficacia, presenta i valori e i diritti della natura, che la tecnica minaccia di violare, mostrando apertamente che detti valori e diritti egli li sente assolutamente come propri. Dunque il lettore si aspetta che, in conclusione, pur concedendo il suo giusto posto alla tecnica, egli difenda l’esigenza che essa imponga a se stessa dei limiti, dettati dal rispetto dovuto alla realtà della natura e della cultura umana.
Ma nella nona lettera succede qualche cosa di inaspettato. L’illustre autore appare affascinato da una prospettiva che egli sente, in perfetta buona fede, come profondamente cristiana: il sacrificio e l’eroica rinuncia a se stesso. Con questo spirito egli opera un totale rovesciamento di prospettive e si getta quasi a braccia aperte verso la soluzione opposta: ogni diritto della natura deve cedere alle esigenze della tecnica, come se si trattasse di un sacro, anche se soffero, dovere!
A mio giudizio Guardini compie, in tal modo, inconsapevolmente, un gravissimo abuso: la sua non appare affatto come una cristiana riunucia a se stesso, ma piuttosto come una sorta di violenza masochistica, che egli, senza rendersene conto, fa, non solo a se stesso, ma anche al lettore e a quei diritti della natura che, nelle precedenti lettere, aveva con tanta finezza illustrato.
Le conseguenze di questa sua conclusione forzata, come si è accennato, saranno di una gravità difficilmente calcolabile.
Se ora volgiamo l’attenzione dalla tecnica in generale alle forme più recenti dell’elettronica e del mondo virtuale, dobbiamo ugualmente denunciare l’enorme ritardo con cui ora si invoca – del resto invano – una regolamentazione e un saggio governo della più moderna tecnologia. Potrà sembrare paradossale e inverosimile, ma è un fatto incontrovertibile che già nel 1950 un visionario autore americano aveva descritto in modo perfettamente “scientifico”, in un racconto che solo per convenzione possiamo annoverare nel genere della “fantascienza”, gli effetti devastanti che l’invasione incontrollata del virtuale nell’ambiente domestico avrebbe avuto sull’età evolutiva.
Il racconto, dal titolo “The Veldt” – scritto da Ray Bradbury (1920-2012), autore del più conosciuto “Fahrenheit 451” – si può leggere tramite il seguente link:

http://teachers.wrdsb.ca/jackmaw/files/2012/09/The-Veldt-Ray-Bradbury-pdf.pdf

Dunque già almeno dal 1950 eravamo stati messi in allarme, ma, a quanto sembra, più disposti ad ascoltare i “mercanti” che i saggi, abbiamo fatto, appunto, “orecchio da mercante”.
Ora il Ministro Fedeli afferma che «non si può continuare a separare il mondo degli studenti, quello fuori, dal mondo della scuola», cioè a separare il mondo dell’elettronica sregolata, o meglio regolata dagli ineteressi dei “mercanti”, da quello dell’educazione.
Non sarebbe, invece, più opportuno chiedersi se è troppo tardi ora per esigere, da quanti hanno la competenza per farlo, che forniscano ai genitori e agli educatori le giuste regole per «governare» saggiamente quel mondo ellettronico-virtuale che altrimenti finirà per divorare i nostri figli, e noi con loro, se non l’ha già fatto?

di Don Massimo Lapponi